Going Public ’05/2

Communities and Territories
Form Balkans to Baltic
Progetto a cura di aMAZE lab
Direzione artistica Claudia Zanfi
Opening MODENA e FORMIGINE: 15 Ottobre/ 30 Novembre 2005
Arte, interventi urbani, workshop, film, dibattiti
Press Release
Communities and Territories
ARTISTI: Ursula Biemann (Switzerland), Atelier Van Lieshout (Netherlands), Aldo Runfola (Italia), Franco Vaccari (Italia), Pavel Braila (Moldavia), Stefan Rusu (Moldavia), Mircea Cantor + Version Magazine (Romania), Dan Perjovschi (Romania), Razvan Ion + Critical Factor (Romania), Calin Dan (Romania), Pawel Althamer (Poland), Gzregorz Klaman (Poland), Medusa Group (Poland), Deimantas Narkevicius (Vilnus). Dai Balcani al Baltico. Dopo una prima fase a Larissa (Grecia) sul rapporto tra comunità e territorio, il secondo appuntamento si svolge a Modena e a Formigine (15 Ottobre/ 30 Novembre 2005), e dà luogo a una ricerca sul tema degli scambi culturali ed economici tra Est ed Ovest, nei nuovi assetti europei. Si svolge con una rete di partners e di artisti provenienti in prevalenza da paesi ex- URSS (Romania, Moldavia, Polonia, Lituania). Dopo aver tracciato linee che attraversano il Mediterraneo da Gibilterra a Cipro, al Medioriente, Modena presenterà opere che corrono lungo l’asse verticale (appunto dai Balcani al Baltico) che divideva in due blocchi l’Europa. Le opere e le installazioni che saranno presentate sono state realizzate appositamente per l’occasione. Molti degli artisti invitati (presenti all’opening) sono per la prima volta in Italia. EVENTO SPECIALE: SERATA con FILM e PRESENTAZIONE di CATALOGHI MARTEDì 15 NOVEMBRE, una serata speciale di approfondimento sul progetto culturale GOING PUBLIC, che si svolge a Modena e a Formigine (15 Ottobre/ 30 Novembre 2005), e dà luogo a una ricerca sul tema degli scambi culturali ed economici tra Est ed Ovest, nei nuovi assetti europei. Alle h. 21, presso il Cinema 7B, via N.Abate 46 a Modena, si svolgerà una serata di presentazione di opere video e di pubblicazioni sul tema. Presentazione del film/ documentario TRANS:it, (40’) un viaggio attraverso l’arte e le culture europee da Rotterdam a Istambul, a cura Fondazione Adriano Olivetti. Introduce Bartolomeo Pietromarchi, direttore artistico e ideatore del progetto, per la prima volta presente in città. Segue la proiezione del film Sample City (12’) di Calin Dan sulle geografie umane e urbane di Bucarest. Infine sarà presentata su grande schermo Lontano da….., (11’) ultima opera video di Franco Vaccari, ideata e prodotta appositamente per Going Public’05, sul tema della comunità rumena a Modena, riunita intorno alla chiesa ortodossa, verso la via Emilia Est, e il sentimento di lontananza da casa. A chiusura della serata saranno inoltre introdotte pubblicazioni Going Public ’05, a cura di Claudia Zanfi: 1) “Communities and Territories”, edito dal LCAC di Larissa (Grecia). Testi di: Carlos Basualdo, Reinaldo Laddaga, Michel de Certeau, Yorgos Tzirtzilakis, Marietica Potrc, Angela Vettese, Marti Peran, Zizis Kotionis, Roula Palanta, Fabiana De Barros, Pablo Leon de la Barra, Filippo Fabbrica, Michelangelo Pistoletto. 2) “Dai Balcani al Baltico”, Silvana Ed, Milano. Testi di: Stefano Boeri, Paul Domela, Zygmunt Bauman, Slawek Sierakowski, Michael Wilson, Sebastian Cichocki, Stefan Tiron, Bart Lootsma, Liviana Dan, Mihnea Mircan, Lev Manovich, Mihai Oroveanu, Lilia Dragneva, Cosmin Costinas, Aneta Szylak. 3) “Version Magazine”, tabloid ideato da Mircea Cantor, Cirpian Muresan, Gabriela Vaga sul dialogo Italia/Romania. 4) “Cartoline dal Confine” pubblicazione frutto di workshops sul territorio. Il progetto è promosso e sostenuto da Provincia di Modena in collaborazione con: Assessorato Cultura Comune di Formigine, CentoStazioni, Dopo Lavoro Ferroviario, Biblioteca Civica Delfini, Ketucon Phone Center, Cinema 7B. Con il contributo di: Comune di Formigine, Pro-Helvetia, BIM Banca Intermobiliare. Media partners: Nuova Gazzetta di Modena, Drome Magazine, Modena Radio City. EVENTI SPECIALI: MARTEDI 15 Novembre h. 21.00, presso Cinema 7B, Modena. Presentazione del film/ documentario TRANS:it, (40’) un viaggio attraverso l’arte e le culture europee da Rotterdam a Istambul, a cura Fondazione A.Olivetti. Introduce Bartolomeo Pietromarchi, direttore artistico e ideatore del progetto. Segue proiezione del film Sample City (12’) di Calin Dan sulla città di Bucarest. Saranno presentati i due volumi Going Public ’05: Communities and Territories, edito a Larissa (Grecia); Dai Balcani al Baltico, Silvana Ed, Milano, a cura di Claudia Zanfi. Ingresso gratutito. Come arrivare a Formigine. In auto: 7 km da Modena, uscita autostrada A1/ Modena Nord, direzione Formigine/ Maranello. In treno: dalla Stazione Centrale collegamenti ogni 30’/ca. Con il patrocinio di: – DARC – Ministero Beni Culturali, Roma – Regione Emilia Romagna – Comune di Modena – Fondazione Pistoletto, Biella, – Fondazione Adriano Olivetti, Roma – Connecting Cultures, Milano, – Deste Foundation, Atene – Ministero Beni Culturali, Atene – Centro Arte Contemporanea, Larissa – Progress Foundation Wispa, Danzica – Art and Time Foundation, Varsavia Comitato scientifico: – Claudia Zanfi, direzione artistica MAST (Museo di Arte Sociale e Territoriale) – Luigi Benedetti, Direzione Generale Provincia di Modena – Lauretta Longagnani, Assessorato Cultura Provincia di Modena – Bartolomeo Pietromarchi, direzione Fondazione Olivetti, Roma – Carlos Basualdo, curatore NYC + Biennale Venezia – Paul Domela, direttore Biennale Liverpool – Anna Detheridge, fondatrice Connecting Cultures, Milano – Yorgos Tzirtzilakis, critico arte + professore Univeristà di Volos – Marti Peran, critico + professore Metropolis University – Aneta Szylak, direzione Progress Foundation Wispa, Danzica – Jerome Sans, direttore Palais de Tokyo, Parigi – Catherine David, direzione Documenta X Info: 059- 209558 Assessorato Cultura Provincia di Modena 059- 416368 Assessorato Cutltura Comune di Formigne 02- 6071623 aMAZE lab – www.amaze.ita cura di claudia zanfi/aMAZE lab MODENA e FORMIGINE: 15 Ottobre/ 30 Novembre 2005 Arte, interventi urbani, workshop, film, dibattiti EVENTO per GIORNATA NAZIONALE dell’ ARTE CONTEMPORANEA
Texts
by Zygmunt Bauman
In questa “avventura chiamata Europa” c’è un’altra possibilità: quella di uno stare insieme legato dal tessuto di responsabilità mutue, «laterali», fondate e manifestate nel continuo dialogo (assente o ridondante nel «liberalismo» atomista), e non in un consenso oppressivo e vincolante (il veleno del «comunitarismo illiberale») – un dialogo che non punti all’unanimità, ma alla comprensione e accettazione reciproca, non alla tolleranza, ma alla solidarietà, non all’identità, ma ai reciproci benefici della differenza. Solo in questa modalità di vita insieme gli individui liberi possono trovare sicurezza senza sacrificare la loro libertà.
Una visione utopica? Può essere, ma la vita senza utopia è come una nave senza bussola.
by Paul Domela
1) Contemporary Europe structure is very diversify: how to understand more about this new enlarged map?
There are multiple processes organising the idea ‘Europe’. I tend to think Europe as multifarious projection rather than a commonality. As a projection its precise contours and organisation remain deferred, open ended and flexible, as a historical commonality we are thrown in to the murky exclusions of filiation, conflict and territory. Rem Koolhaas developed a vision for the Dutch presidency of the EU unfolding a EU of limitless flexibility and expansion absorbing all difference by legal stealth. However, in a more modest, less legal and economical refrain can we speak of a Europe of Relation, taking our cue from Eduard Glissants errantry – a certain wandering? A Europe of difference in relation rather than a Europe of diversity stemming from some arboreal root.
Today’s blowback of grating economic integration emerges as xenophobic identitarian tinkering that devalues politics across Europe. Under the spell of what Paul Gilroy has called ‘post-imperial melancholia’, Europe has cloaked its racisms and increasingly produces cultural or religious difference in terms of irreconcilable civilisationism. This disavowal of the racisms that informed both its imperial and post-imperial politics allows for resurgent nationalisms, the construction of mythical value systems and more generally a cultural ‘whitewash’. It is necessary to imagine a multiculturalism beyond the rhetoric of assimilation or immigration in a Europe in which black or brown no longer designate ‘immigrant’ or ‘nieuwe Nederlander’.
To Frantz Fanon Europe was literally the creation of the third world. His observation takes us beyond the geographer’s view or the perennial debate on the withering nation state to Europe’s constitutive outside. Where Fanon finds the sources of Europe’s riches in slavery and colonialism, Edward Said has analysed their presence at the heart of that quintessential European literary form: the novel. It is from the awareness of these imbricated fields of relations that a European imaginary begins to unfold.
2) What do you think about new employment and new economical geographies in Europe today?
It seems important to bear in mind that life-long, full-time employment and social security are the exception in capitalism. Fanon’s observation is significant also in this context in that the wealth of the West rested in significant ways on unpaid domestic labour by women, and colonial exploitation. The geography of this relationship looks different today, wrested from the holy trinity state-nation-territory, difference can no longer figure as a simple binary of here and ‘over there.’ Manual Castells has sought to conceptualise the re-emergence of a highly polarised structural deprivation in the West as the ‘Fourth World.” What the debate on globalisation has brought to light is interdependence, imbrication and co-determination of social and economic transactional processes.
The management of price discrimination of labour, goods and services is thus played our on multiple terrains simultaneously. A clear example is the crisis in the relationship between citizenship and the right to work. Whereas the objective of state politics in Western Europe is to safeguard the entitlements of the baby boom generation, these benefits are not extending into the future for the workers brought in to make up the demographic deficit. As these workers are thus segregated in their rights, the flexibilisation, out-sourcing, casualisation, and precarity of employment for permanent residents has equally hastened a declining participation in both institutional and non-institutional political processes.
At the same time, enclosures have multiplied in migration and employment legislation echoing what Lieven de Cauter, in thinking about architecture and cities, has called the Capsular Society. Thus there is an emergent relation fuelled by fear between gated communities, amusement parks, business improvement districts (BIDs) and the patchwork of social and political exclusions, exemptions and exaggerations that regulate the right to economic self-improvement for nomads, migrants, citizens, or denizens.
In between these spatial and legal ‘states of exceptions’, free trade zones, transit camps, refugee centres, sector visas, or Highly Skilled Migrant Programmes we see the emergence of what Ursula Biemann – in for example Contained Mobility (2004) -has called translocal existencies. An extra-judicial movement of people who travel from place to place between the inalienable rights of human beings and the growing crisis of human rights as understood by the 1951 Geneva Convention. It is to these existencies that I relate Giorgio Agamben’s idea of the refuge of the singular rather than the right of the citizen as the possibility for a new emergent, or in Agambens terms ‘coming community’, another Europe.
3) What is the role of culture in this Europe of social and political diversity?
It is clear that if we can speak of a European society, this society would be characterized by cultural difference, in which a multiplicity of perspectives has to be negotiated. This by no means disqualifies the need for a radical critique of dominant culture, but this critique can no longer be seen in a centre /periphery dialectic. Not only is this critique always already present, ex-centric within and without the system but it will be plural, whereby the demand for operative public values needs to be reconciled with those of cultural difference. Commonality understood as conditioned by the State system is in terminal crisis, – witness for example the fraud of the obligatory ‘citizenship course’ for immigrants – nor does it flow from a common market as by an invisible hand. If the idea ‘Europe’ is to function as a social and political space, the common is a promise, to be produced actively as the shared experience of the singular not as a culture of metaphoric representations, but in a culture of relation.
‘What matters therefore, is the exemplary character of production, which is able first to induce other producers to produce, and second to put an improved apparatus at their disposal. And this apparatus is better the more consumers it is able to turn into producers – that is readers or spectators into collaborators.(1) ’ To Walter Benjamin it was not enough to simply turn over the means of production but that these means had to be adapted to the aims and objectives of socialism. He railed against ‘modish’ photography that ‘made the struggle against poverty’ an object of consumption, and against literature that transformed ‘the political struggle from a compulsion to decide into an object for contemplative enjoyment, from a means of production into a consumer article.’ (2)
In this multicultural environment, art is challenged to find a language with which to articulate the negotiation between policy driven utilitarian visions of culture and the open-endedness of subjective productions. Only by articulating the space of contradictions in which the art process takes place will we dissipate enduring modernist myopias that insist on clear ideological boundaries. The creative act is a possibility beyond mere pleasure, cancelled if captured for cultural consumption and tourism. Between use and useless, art shimmers, idles and stutters of a non-knowledge, opening out thought and action for new forms of political agency.
4) The importance of public sphere and contemporary espressions of creativity can be considered “the common ground” to built a common Europe?
The idea of a ‘common ground’ is problematic because it tends to fall within a logic of roots. As such, a fundament of ‘common ground’ is one of myth, filiation, of territory and the violence of its conquest, the movement of the capturing machine and the exclusion of the Other. The question is whether we can speak of common ground as shared space, a performative uncertainty offered as possibility. A commons presented as enactment, not as object for construction.
Félix Guattari’s Integrated World Capitalism increasingly dominates the media, politics, our public streets as well as our zones of privacy. The concept of the public sphere as a space for the production of counter narratives is weakened by this encroachment. Instead, Hardt and Negri’s multitude offers a conception of networked subjectivities that may act in common as a self-raising, self-erasing awareness, avoiding the immanence of a grasping hegemony.
To assign to art any special responsibility beyond an messy ‘engaged autonomy’ (3) situated within the locality of our everyday struggle as workers, neighbours, thinkers or lovers is to neuter its imaginative possibilities. Not an overt oppositional critique but a playful ruse of the trickster, a tactic of resistance in order to relate, to fashion new connectivities. Think of April 1st by Artists Without Walls (2004) creating a virtual window in the separation wall running through Abu Dis by means of makeshift CCTV relaying a view from the other side (4).
In such a process the work of art is produced in the chaotic network of relation, existing in circulation of a plurality of contacts. This marks a shift towards a durational concept of the aesthetic, a movement from a specular encounter to a collaborative process of negotiating shared space. This art process is like a gesture, not in order to build, but to enacted dialogically a temporary common time.
5) The world is important, but local is more: do you agree with this statment?
Paolo Freire, the Brazilian writer and educator used to talk about reading the word and reading the world. Reading the text/reading the context. By analogy a consciousness of the local arises co-dependently with a consciousness of the world. Our experience of the world is always already specific, in other words, the world is a multiplicity of specificities not a generality in relation to a particular. This is important in Glissant’s idea of a Poetics of Relation.
Relation extracts the local from the fixity of soil, brings in time and renders it open to the experience of the Other. Cedric Price rethought the city as ‘concentrate’ open to residents and visitors alike to co-produce a sense of place. Derrida’s law of unconditional hospitality invites us to say Yes to whoever or whatever turns up before any identification. No longer a world to discover but a word to know. A totality but not totalitarian. In terms of identity, roots and routes. Not so much where does it begin and end but how does the local emerge through relation?
note
1. Walter Benjamin, ‘The Author as Producer’ in: Reflections, trans. Edmund Jephcott. New York: Shocken Books, 1986 p. 233.
2. Id p.232.
3. Charles Esche introduced this paradox to indicate the necessity for art to be both engaged with its social and political environment in the tradition of the avant-garde and autonomous in order not to be fully co-opted by social and political agenda’s.
4. http://pia.omweb.org/modules/news/ (3/10/05)
Paul Domela, direttore Biennale di Liverpool, curatore del progetto Shrinking Cities e degli incontri Coffee Break, sull’Europa in movimento.
by Claudia Zanfi
Una Nazione è spesso uno Stato, ma il contrario non è sempre vero. Cosa distingue i due concetti oggi? Come si compongono gli Stati europei, come si strutturano socialmente, culturalmente ed economicamente? Come si identificano? Quali sono I simboli comuni? Sono solo alcune delle domande che ci siamo posti nell’affrontare questa quarta edizione del progetto di arte pubblica e condivisa Going Public’05.
Se fino a qualche anno fa l’interesse per pratiche dal basso, interventi sociali, azioni collettive veniva individuato in parallello ai territori dell’America Latina, già da tempo l’attenzione si è spostata ad Est. Dopo una prima fase nell’area balcanica della Tessalia (1), Going Public’05 presenta a Modena e a Formigine il secondo appuntamento, che dà luogo a una ricerca sul tema degli scambi culturali ed economici tra Est ed Ovest, nei nuovi assetti europei. Si svolge con una rete di partners e di artisti provenienti in prevalenza da paesi ex- URSS (Romania, Moldavia, Polonia, Lituania). L’edizione 2004 ha tracciato linee orizzontali, che attraversano il Mediterraneo da Gibilterra a Cipro; oggi la nostra ricerca scorre lungo l’asse verticale (appunto dai Balcani al Baltico) che divideva in due blocchi l’Europa.
Negli ultimi anni l’area Balcanica ha conosciuto grandi cambiamenti anche dal punto di vista artistico e culturale: sono sorte nuove realtà museali ed istituzionali e, allo stesso tempo, una nuova generazione di artisti si è imposta all’attenzione, guadagnando visibilità non solo all’interno dei propri paesi ma anche nella scena internazionale. La Romania , zona centrale di quell’Europa Balcanica geograficamente posizionata ad Est, uno tra gli stati che a breve entrerà nell’allargamento EU, rivela interessanti aspetti artistici, sociali e culturali. Rispetto a 15 anni fa, oggi, fortunatamente, lo scenario è cambiato in modo radicale. Nonostante la crisi dei partiti democratici alle elezioni del 2000 (che ha riaperto la strada ad alcuni seguaci di Ceausescu) la Romania (2) cerca di fare chiarezza sul suo passato e di guardare con serenità al futuro. La nuova scena artistica rumena fa parte di questo importante cambiamento.
Tra i maggiori rappresentati del nuovo corso culturale è Dan Perjovschi,
intellettuale e artista concettuale. Dal ’92 è responsabile del più importante periodico di Bucarest Revista 22 (22 dicembre 1989, rivolta a Ceausescu), maggiore organo di informazione culturale del paese. L’autore è noto per le sue ironiche figure a matita, che ben rappresentano i contrasti e le difficoltà dell’incontro tra Est e Ovest, e le pressioni verso le società post-comuniste.
Calin Dan, artista, architetto, esponente del gruppo subREAL (ora non più attivo) esplora attraverso i propri video la multiforme realtà urbana e umana di Bucarest. In Sample City usa come guida un personaggio tratto da un’antico racconto rumeno, che percorre la città caricandosi una porta sulle spalle, (simbolo di migrazione e di architetture mobili). La colonna sonora è un mix di varie sub-culture: dai lamenti delle orchestre gipsy, alle influenze del folklore orientale, all’hip-hop e drum-’n-bass.
Mircea Cantor, Ciprian Muresan, Gabriela Vanga, gruppo di giovani artisti rumeni è ideatore il progetto editoriale Version Magazine, un tabloid realizzato raccogliendo testi, interviste, articoli, immagini, su temi monografici quali la libertà e la rivoluzione, i confini e i territori, ecc…In occasione di Going Public gli autori (in collaborazione con alcuni neo-laureati modenesi), hanno svolto una ricerca sugli articoli di giornali usciti dopo il 1989 sia Italia che in Romania sui reciproci popoli. Ne esce uno spaccato di due società che cercano di incontrarsi, a volte senza comprendersi.
Interessato al mondo della fotografia e dei video, Razvan Ion è
il fondatore (con Eugen Radescu) del primo periodico rumeno di arte e fotografia ArtPhoto, edito completamente in inglese e distribuito a livello internazionale. Nei suoi video elabora con colori brillanti e artificiali, tipici della propaganda, gli ultimi momenti di vita pubblica di Caucescu, con masse di dimostranti nelle piazze di Bucarest. Recycle Mentality, del gruppo Critical Factor (fondato dallo stesso Ion), mostra ancora come il contrasto Est/Ovest si basa prevalentemente su fattori economici, sul consumismo e a seguito di questo sui “lavaggi di cervello” effettuati ai consumatori.
Di forte interesse è la rappresentanza di artisti della vicina Moldavia. Tra questi Pavel Braila, che con il video Shoes for Europe, si è fatto ben notare all’ultima edizione di Documenta. Le opere dell’artista testimoniano la lenta e laboriosa evoluzione sociale del passaggio da Est a Ovest. Il film si svolge nella stazione Ungheni, al confine tra la Moldavia e la Romania, dove le ruote dei treni dell’Est europeo vengono adattate ai binari dei paesi dell’Ovest, a scartamento differente. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la stazione ha subìto radicali cambiamenti, diventando un luogo della memoria e del passato, simbolo di una società a due velocità. Stefan Rusu, da alcuni anni sta svolgendo un’azione di attivismo con il Frunza Project.
Mr. Frunza, è un rivoluzionario russo, originario della Transnistria, (storicamente la regione rumena di Bessarabia), che fu il luogo da cui partì l’idea di annessione della Moldavia alla URSS. Frunza (che significa “foglia d’albero”) è lo spunto per ripercorrere la storia recente e lontana del paese, dalle guerre civili, al collasso del blocco orientale, alle guerre nei Balcani. Attraverso il progetto Green Brotherhood Movement, l’artista dà vita ad un movimento pacifista e di salvagurdia delle aree verdi ad Est della Moldavia, sulle tracce dei percorsi segnati da Frunza. E’ una nuova rilettura del territorio, esorcizzando guerre a favore di interventi di pacificazione.
Altro territorio dell’Est europeo presente in questa indagine è la Polonia (3).
Grzegorz Klaman, docente all’Accademia di Belle Arti di Danzica e fondatore del centro culturale Wyspa Progress Foundation, nei cantieri navali della città, proprio dove nacque il movimento di Solidarnosh. Klaman da tempo si interroga sulle fobie nazionali: inni, bandiere, emblemi, ecc…E’ così divenuto l’autore di una serie di bandiere modificate: una bandiera può essere onorata e difesa, area di discussione, di scambio e di ridefinizione dei simboli. Con questo approccio l’autore ha tenuto a Formigine un laboratorio sul tema delle molteplici identità e simboli della “Nuova Europa”, insieme a giovani artisti e studenti del territorio. Pawel Althamer, spesso unisce misticismo politico, sociale e religioso nelle sue performance o nei video. Per Going Public realizza una nuova performance insieme a un gruppo di immigrate. Sono soprattutto le donne polacche – badanti, infermiere, assistenti domestiche – al centro di un laboratorio sul lavoro manuale e l’uso locale della ceramica, a cui fa da sfondo la modenese Chiesa di San Pietro, luogo privilegiato dei loro incontri. Medusa Group (Przemo Lukasik e Lukasz Zagala) architetti impegnati da tempo nel recupero e nella valorizzazione delle ex-miniere di carbone della Slesia, a sud del paese, zona di forte interesse socio-territoriale. Gli edifici post-industriali e le miniere ora in disuso, vengono ripensati per nuovi utilizzi: centri culturali, cinema, teatri, biblioteche, ecc… Per Going Public presentano il progetto CineOest, un’installazione di cinema mobile, allestita in un giardino pubblico, per ospitare video-proiezioni d’artista.
Altri autori hanno aderito al progetto, aggiungengo con le proprie opere, spessore al tema affrontanto quest’anno.
Franco Vaccari, sperimentatore di tendenze e di tecnologie, è noto per i suoi viaggi verso l’Est, “oltre cortina”, come si usava dire prima della caduta del muro. In occasione di Going Public realizza un video sulla comunità rumena a Modena, sui loro luoghi di incontro, come la chiesa ortodossa sulla via Emilia Est, e sul loro sentimento di lontananza da casa. L’altro lato della medaglia, dopo la precedente analisi sulla via Emilia Ovest, luogo notturno e di prostituzione. Aldo Runfola, artista poliedrico e nomade (Palermo, NYC, Londra, Milano), unisce concettualmente le culture delle due isole agli estremi d’Europa (mediterranea/anglosassone) e racconta il disagio di un mondo in cui tutto ha valore solo se quotato in borsa. Per Going Public realizza una installazione inedita, in cui le frasi di un testo teorico/filosofico sono riportate con lettere adesive sulle pareti dell’atrio della Stazione Centrale.
Ursula Biemann, con il progetto Black Sea File realizza uno studio sulla trasformazione dei territori, sui movimenti delle persone e sulle traiettorie umane, in seguito alla costruzione del maggiore oleodotto europeo. Questa impresa, registrata dall’artista con video, fotografie e racconti, attraversa i confini europei, dal Mar Caspio al Mar Mediterraneo, in una sequenza di paesaggi sociali, umani e culturali. Infine Atelier Van Lieshout, gruppo di artisti e architetti attivi sul concetto di mobilità e di condivisione. Per Going Public viene presentato un loro progetto inedito: una struttura/chiosco/ info point mobile, a memoria degli innumerevoli “Kiosk” che animano le vie e le piazze delle città dell’Est.
Come si presentano oggi le nuove frontiere della convivenza? Qual è il ruolo dell’artista in questa nuova Europa “transnazionale”, di diversità culturali, storiche e politiche? Partendo dal riferimento a Norman Davis (uno dei più importanti storici sull’Europa) Zygmunt Bauman afferma che la questione principale consiste nella molteplicità di culture che formano l’Europa. Questo è il patrimonio da salvaguardare: “world is important, but local is more”. Liquide e mobili devo essere invece le opportunità al di là dei singoli confini, con aperture costanti verso l’esterno. Bauman sostiene che tra dieci o quindici anni nazioni come Italia, Francia, Spagna potranno essere di scarso interesse economico, poiché superate da “nazioni giovani” come Polonia e Romania, in forte sviluppo, crescita economica, e dove l’età media è assai più bassa. La Nuova Europa (5) ha una grande sfida da vincere: imparare a vivere con la varietà, con le differenze. E qui entra in gioco il ruolo dell’artista, unica figura in grado di abbattere realmente le barriere. “Quest’avventura chiamata Europa” ha bisogno di un’anima, che può essere trovata tra i propri artisti, e soprattutto nella salvaguardia di uno stato sociale.
note
(1) Territorio greco ai confini con Albania e Macedonia; progetto su invito della città, per l’apertura del nuovo spazio di Arte Contemporanea di Larissa. La prima sezione di lavoro, ha visto artitsti internazionali, con una presenza di autori dei paesi dell’ex- Jugoslavia, impegnati in vari laboratori e installazioni urbane. L’intento è fare luce sulla vita in territori di confine, sulle migrazioni e i flussi della gente, sulle attività delle piccole comunità residenti a Larissa,
e provenienti dall’ampio bacino balcanico e dall’est europeo (rom, vlachos, rifugiati dall’Asia Minore, dalla Russia, Albania, Serbia, ecc…). L’evento è stato realizzato in collaboraizone con Centro Arte Contemporanea Larissa, e l’Università di Volos – Facoltà di Architettura, Facoltà di Storia e di Antropologia; oltre al Dipartimento Cultura; Centro per la Musica; Prigioni di Stato; Comunità Rom di Larissa; Comunità di Farkadona; Città di Trikkala; Deste Foundation; Ministero Beni Cutlurali, Atene; Comprensorio della Tessalia e della Macedonia. Artisti presenti: Maja Bajevic (Bosnia), Pablo Leon de la Barra (Mexico/London), Fabiana de Barros (Brasil/Switzerland), Raimond Chaves+Gilda Mantilla (Colombia/Spain/Perù), Nikos Charalambidis (Cyprus), Gianmaria Conti (Italia), Hariklia Hari (Greece), Maria Loizidou (Cyprus), Nomads&Residents (NYC/ Rotterdam/ Rome), Adian Paci (Albania), Maria Papadimitriou (Greece), Personal Cinema (Greece), Alexandros Psychoulis (Greece), Marietica Potrc (Slovenia), Rirkrit Tiravanija (NYC/ Bangkok), Vangelis Vlahos (Greece).
(2) Terra di transiti, crocevia di lingue e culture, negli anni ’60, sotto il regime di Ceausescu, il popolo rumeno viene sottoposto ad un rigido programma economico, per l’estinzione del debito pubblico. Lo standard di vita della popolazione subisce un forte peggioramento negli anni ’80, sia per una politica economica che privilegia le esportazioni verso l’occidente, sia per lo stato di polizia, con forti pressioni di controllo sui cittadini e sugli artisti. In questo scenario, anche l’arte viene sottomessa al potere: il regime pretende omogeneità e cancellazione delle differenze. Negli anni del totalitarismo (fino al 1989, caduta del muro di Berlino e rivolta del popolo rumeno alla ditattura di Ceausescu) potevano sperare in un sostegno solo i rappresentanti delle arti monumentali: statue, mosaici, pitture murali, tele di grandi dimensioni, con immagini per elogiare il dittatore e la moglie, o per creare un’euforia nazionale. La censura imperava, impedendo qualsiasi informazione che potesse dare spazio alla libera creatività.
(3) Il XX secolo è stato per la Polonia, un periodo particolarmente denso di fatti storici e di accadimenti politici. L’arte ha spesso accompagnato queste vicende, affiancandosi, a volte silenziosamente, altre rumorosamente, soprattutto ai numerosi cambiamenti politici. Gli anni ’50 videro il realismo sociale imposto dal regime comunista, seguiti da un ventennio di arte cosiddetta “modernista”. Negli anni ‘70, tra clamori e malumori, spiccano il lavoro di Krzysztof Wodiczko con le sue gigantesche proiezioni a tema politico sugli edifici; i fotogrammi di Zofia Kulik, che a grandezza monumentale evidenzia i simboli dei regimi totalitaristi; e gli interventi di Tadeus Kantor, teorico, artista, scrittore di teatro, che ha rivoluzionato il concetto di arte e politica, in Polonia e non solo. Il decennio successivo si sviluppa sotto la parola “resistenza”, con i cambiamenti legati a “Solidarnosch”, e le conseguenti leggi marziali imposte dalle autorità sovietiche. Sarà solo nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e la rimozione delle forze comuniste, che l’arte polacca si libera verso un sistema più democratico. Maggiore democrazia soprattutto nella liberalizzazione del mercato dell’arte, mentre le tematiche degli anni ’90 sono spesso indirizzate alla ricerca dell’identità individuale, e delle forme del corpo.
(4) Z. Bauman, massimo sociologo di Varsavia, teorico della post-modernità e della globalizzazione. Coerente e continua è la sua denuncia a tutte le storture delle società contemporanee e dei processi di globalizzazione senza regole (Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone; La società sotto assedio; Vite di scarto). Le sue riflessioni etiche sulla fragilità dei legami affettivi, sulle conseguenze drammatiche dei processi di cambiamento innescati dalla modernità (Modernità liquida), sulle contraddizioni in cui si dibatte l’identità postmoderna, incapace di assumere su di sé responsabilità e impegni duraturi (Voglia di comunità; Amore liquido; Intervista sull’identità), ne fanno uno dei pensatori in grado di fornire una chiave di lettura originale e acuta di ciò che avviene sulla scena mondiale contemporanea.
(5) Z. Bauman, Un’Avventura chiamata Europa, Laterza 2004
in cui Bauman afferma che I paesi dell’est europeo non sono «entrati» in Europa; dopo il loro ingresso l’Europa è diversa da quella che precedeva il loro arrivo. Una nuova avventura è cominciata, per la vecchia Europa, per i nuovi venuti, per tutti e due insieme. Ogni futuro sviluppo dipenderà dal contributo e dalla saggezza di tutti gli europei.
by Slawomir Sierakowski
Prima di tutto permettetemi di cambiare l’ordine delle domande e questo cambiamento rifletterà una parte importante del mio modo di pensare:
5) L’aspetto mondiale è importante, ma ciò che conta maggiormente è il concetto di “locale”: siete d’accordo con questa affermazione?
…solo un cambiamento radicale di “ciò che è globale” può cambiare il destino di “ciò che è locale”. È questa la direzione della dialettica della globalizzazione. Conosciamo anche l’alternativa alla globalizzazione neoliberale – una forma di democrazia cosmopolita mondiale, nella quale l’individuo riprenderebbe il controllo sui propri prodotti, sul proprio mercato, sulla propria nazione e sulla propria storia. Non conosciamo tuttavia il metodo per raggiungere detto obiettivo. É certo che questo metodo comprenderebbe il superamento del dilemma del prigioniero, nel quale sono continuamente coinvolti gli stati-nazione, vincolati dai loro interessi specifici. La soluzione del dilemma del prigioniero, nel senso di una coordinazione di microrazionalità, tale da costituire nel loro insieme una macrorazionalità sensata, è possibile unicamente “dall’alto” – attraverso il conseguimento di una ”egemonia culturale” – riportando le parole di Antonio Gramsci – e mirando quindi ad una “egemonia politica”. La realtà di oggi non riflette ciò che dichiarava Marx, o ciò che viene attualmente dichiarato da neocomunisti come Hardt e Negri – e cioè che il capitalismo una volta toccato il fondo delle proprie conseguenze si trasformerebbe in socialismo. Urlich Beck descrive una lotta per il potere nel mondo, nella quale le vecchie regole del gioco non sono più valide e le nuove regole non sono ancora state inventate. Il gioco riguarda soprattutto il potere sulle anime ignare della situazione. E di conseguenza…
4) L’importanza della sfera pubblica e le espressioni contemporanee di creatività possono essere considerate “il terreno comune” su cui costruire un’Europa comune?
… la sfera pubblica è di importanza fondamentale. Senza una sfera pubblica europea non ci potrà essere un’Europa unita, e senza un’Europa unita non è possibile formulare alcuna risposta effettiva per una globalizzazione unilaterale. Ciononostante, la sfera pubblica europea fatica ad esistere – è ancora divisa in elementi nazionali, il ché limita l’orizzonte cognitivo e il pensiero politico dei cittadini, rafforzando al contrario le tendenze centrifughe e quindi integrazionaliste in Europa. I media esclusivamente orientati al mercato (piuttosto che ad un’articolazione dei punti di vista dei cittadini) e sempre più simili a tabloid operano negli ambiti di consorzi di media transnazionali, mentre i loro prodotti sono ancora nazionali. L’idea cosmopolita o semplicemente integrazionalista dipende a sua volta dall’intermediazione degli uomini di stato, i quali continuano a interessarsi principalmente alle politiche interne dei loro paesi. A questo riguardo i politici devono a loro volta fare fronte alle preoccupazioni dei propri cittadini causate dalla globalizzazione. Ed è così che si chiude il circolo vizioso, poiché nell’ambito dello stato-nazione non è possibile garantire la sensazione perduta di sicurezza da parte dei cittadini. Quando si arriva al ‘potere sulle anime’ e alla ‘rivoluzione sovrastrutturale’, quando non si può più contare unicamente sulle strutture politiche….
3) Qual’è il ruolo della cultura in questa Europa di diversità sociale e politica?
… il ruolo della cultura si sta valorizzando in misura crescente. Essa è per definizione più difficile da racchiudere in una formula nazionale e all’interno di interpretazioni. L’importanza della cultura e dell’arte sta crescendo sempre più, dal momento che nel tardo capitalismo ci troviamo di fronte al lavoro immateriale (la creazione di un’idea, di codici, testi, programmi, brevetti). Questo diventa il fattore principale della produzione (attualmente la maggior parte dell’economia americana si dedica al settore delle leggi sulla proprietà intelettuale). E simboli, testo, codici costituiscono la struttura a cui anche gli artisti ricorrono per creare le proprie opere. Possiamo aspettarci che questa concomitanza, che attualmente conduce più frequentemente all’ampliamento del concetto di arte all’intero concetto di produzione del tardo capitalismo, verrà eventualmente avvertita come un colpo da maestro sferzato sull’arte stessa, come un tentativo della colonizzazione finale di comunicazione sociale attraverso la logica strumentale del capitalismo. Una volta che il denaro ha assunto il controllo su ogni cosa, è possibile ricostruire una sorta di sfera semipubblica: riunire le persone nei centri commerciali, in concerti sponsorizzati, proteggere i loro interessi nei tabloid, combattere la corruzione di fronte alle telecamere, domandare loro in occasione delle elezioni cosa “scelgono” fra le opzioni presentate loro nei media.
2) Che cosa pensa del nuovo concetto di occupazione e delle nuove geografie economiche attualmente presenti in Europa?
Il gioco del capitale globale in Europa consiste principalmente nella sregolarizzazione dell’economia e nella demolizione di servizi sociali estorti nella ‘Nuova Europa’ attraverso l’imposizione della necessità di modernizzazione e di restare al passo con il mondo occidentale, caricando invece la Vecchia Europa di sclerosi e di dinamiche più basse rispetto alle economie dei paesi in via di sviluppo (compresi la Nuova Europa e l’autoritaria Cina capitalista). Ansie connesse al flusso entrante di operai immigrati – sebbene ciò faccia parte della strategia del capitale globale! – evocano istinti anti-integrazionalisti e di conseguenza incapacitano ancor più i cittadini della Vecchia Europa, evocando un istinto di chiusura all’interno di confini nazionali. In questo modo – in breve – si spiegherebbe il “no” degli olandesi e dei francesi alla costituzione europea. Si deve inoltre considerare che il progetto stesso di costituzione è stato offuscato e che non comprendeva risposte ai quesiti fondamentali dell’epoca: quale direzione dovrebbe seguire l’Europa – costituire un’alternativa alla globalizzazione neoliberale o entrare a far parte di essa?
1) La struttura dell’Europa contemporanea è molto diversificata: come è possibile arrivare ad una maggiore comprensione di questa nuova mappa ingradita?
È facile lasciarsi sedurre dalle storie di ‘magnifiche differenze’ che caratterizzano l’Europa – sulla virtù della diversità che il nostro continente si è auto-assegnata. Dobbiamo pertanto fare attenzione a non trascurare la divisione ancora fondamentale tra i ricchi e i poveri, tra chi gode della libertà e chi ha le mani legate. Viviamo in un mondo dominato da un blando – in quanto non omicida – ma pur sempre totalitarismo, in base alla sua definizione classica che lo definisce come un sistema nel quale ogni aspetto della vita di un individuo è sotto controllo. Il sistema non uccide, ma può esercitare un potere assoluto su ciascuno di noi. I precedenti regimi oppressivi violavano apertamente la libertà degli individui e cercavano al tempo stesso di controllarli attraverso il controllo del linguaggio. Essi erano tuttavia limitati alla sfera pubblica e non sono mai riusciti ad assumere il pieno controllo del nostro linguaggio privato. Avevano un aspetto concreto, pertanto mobilitavano facilmente l’opposizione. Il totalitarismo capitalista, governandoci attraverso i media, gli spot pubblicitari, le corporazioni e la classe politica dipendente, ci ha costretti a proclamare la gloria del sistema – altrimenti verrà distrutto, poiché avendo assunto il controllo sul linguaggio è diventato per noi trasparente. Non si tratta di un duro sistema totalitario come quello di Orwell, ma piuttosto del “nuovo coraggioso mondo” di Huxley, pieno di schiavi felici e di silenziosi esseri inferiori.
Vale quindi una sola regola: niente regole!
Slawomir Sierakowski, sociologo, politico, saggista, direttore editoriale del periodico Krytyki Politycznej (Critica Politica) di Varsavia.
by Stefano Boeri
1) Contemporary Europe structure is very diversify: how to understand more about this new enlarged map?
L’europa oggi si allarga, domani potrebbe restringersi. L’europa non ha confini stabili, ma a ben pensarci non ne ha mai avuti. L’europa è sempre stata una condizione culturale, non geografica. E in quanto entità culturale ha cambiato continuamente perimetro. Si è estesa fino ad Atene o a Gerusalemme, si è ritratta fino alle sponde del Mediterraneo settentrionale e del Baltico, poi di nuovo si è allargata, a volte perdendo dei pezzi al suo interno, aprendo delle voragini nel suo corpo. L’europa è un flusso. Mobile e lento. Questo è il suo valore e la sua grande potenzialità per il futuro del mondo.
2) What do you think about new employment and new economical geographies in Europe today?
Credo che –considerando anche l’est- l’Europa contenga tutte le declinazioni possibili del ciclo produttivo e distributivo delle merci, che però oggi sono specializzate non più all’interno di un singolo Paese , ma alla scala geopolitica di questo continente mobile. Pensiamo al tessile: si decide in Francia, si inventa in Italia, si realizza in Romania, si vende nel centro-nord europa…
3) What is the role of culture in this Europe of social and political diversity?
Fondamentale. Come abbiamo dimostrato con il nostro atlante-ricerca “USE- Uncertain states of Europe” (edizioni Skira 2003) curato da Multiplicity, lo spazio europeo ha 4 grandi “strutture” che durano nel tempo. In primo luogo e’ uno spazio dove si metabolizzano tradizioni e culture esogene; e da dove le si riesporta, una volta reinterpretate. In secondo luogo e’ uno spazio di straordinaria densità di relazioni. In terzo luogo e’ un territorio dove “non si cancella mai nulla”, dove le culture, i linguaggi, le tradizioni si accumulano piuttosto che sostituirsi l’una all’altra. E infine è un luogo “dove sono in molti a decidere”; un territorio di concertazione, discussione, contrattazione continua. Una concertazione a volte snervante, conflittuale, data dalla incredibile diffusione di istituzioni e sogggetti che hanno le risorse economiche, giuridiche, politiche, culturali per intervenire nello spazio e far valere i propri interssi e desideri. Ma questa concertazione infinita è una grande garanzia di democrazia….
Ognuna di queste 4 strutture appartiene anche ad altre parti del mondo. Ma tutte e 4 insieme appartengono solo ed esclusivamente all’Europa.
4) The importance of public sphere and contemporary espressions of creativity can be considered “the common ground” to built a common Europe?
Solo in parte. L’innovazione in Europa proviene oggi soprattutto da situazioni autorganizzate, spontanee. Non dalle istituzioni, non dal mondo autocelebrato dell’arte, dell’architettura, della moda…
5) The world is important, but local is more: do you agree wiht this statment?
Credo che sia interessante oggi scrutare il mondo attraverso la cruna dell’ago dello spazio locale. E’ nello spazio locale che si rendono visibili le energie che scorrono nel mondo. I flussi di merci, uomini, idee, informazioni, immagini…trovano attrito nello spazio locale, lo plasmano e ne sono condizionati. Lo spazio locale racconta della globalizzazione, delle sue aporie e contraddizioni, meglio di qualsiasi visione aggregata. Oggi abbiamo un estremo bisogno di racconti di luoghi, di biografie di spazi, di storie di territori.
Stefano Boeri, direttore editoriale di Domus, fondatore Multiplicity, docente Politecnico Milano, co-curatore USE (United States of Europe).
by Stefan Tiron
We still live in a novel from the lost worlds’ category. We still have crowds of cultural tourists who push one another to see these grandiose monstrosities of a secret and tyrannical past. A guided walk through House of the People in Bucharest mimics the round trip through the lost in jungle territories of Maya. It is that perfect combination of faded splendours, decadence
and cruel ceremonies.
It is the story of never finished pyramidal structures, always in the middle of a building site, quickly abandoned because of imminent menaces or unforeseen rebellions. It is the storytold by those who compete with the best science and popularized archaeology narrators – those who explore the rebuilt palaces of some ancient civilisations. This is, first and foremost, the
history of some mass mobilization experiments, as violent and prolific as possible; it is the large scale change of the scenery and the one-sided
planning on big areas. Apparently everything is part of that school of thought influenced by North Korea which tries to pass beyond any other
preceding effort of building impossible urban structures. (…)
All these projects release a need to expand and multiply the spatial segmentation, by increasing the number of rooms – millions and millions -, ready to receive the human content. Behind these great multiplication projects remains a question: how to entirely use the new spaces, all available, how to fill the new-created emptiness. But till then, it is only the potential of the infinite void which becomes the main force
justifying all these structures. (…)
To fill colossal halls, you need the perfect audience. An obedient mass of future merry children, people having preschoolers’ desires,
ready to accept every new thing. All the museums hope to find a new kind of loving Eloi, some infantile visitors, pushed by the big names
and the latest cultural style into the depths of exhibiting spaces, cool and reassuring in to the conditioned air. In the torrid world of greenhouse
effect, contemporary art museums offer protection against the present climate. They talk about spaces and aesthetics in abundance,
about unexpected turns and curatorial idiosyncrasies. In a Eloi’s world, books become dust and only the power of images and sounds
remains behind. Prolonged dialogues seem useless when nobody asks any other question.
This is a museum visitor, as fragile as an Eloi, who must be protected through some guided round trips and age restrictions. House of the People/ Palace of Parliament is already on the touristic attractions’ map of Lonely Planet.
Attractions like that join another type of lost gigantic fauna, specific to insular ecosystems. The extreme differences of size satisfy our special sense for physical enormities. We get near this question: why does the insular environment (geographical and ideological) create giants (and, sometimes, dwarfs)? In the last 50 years, many young biologists brought answers to the question of insular giantism/ dwarfism. Since the publication of J.Bristol
Foster’s work (1964), the ”island’s law” – Foster’s generalization about the rodents tending to giantism and the big carnivores and herbivores,
like the diminishing mammoths – has been added. Another study (1978, Ted J.Case) concentrated more on exceptions, so the body’s dimension grows only till it comes across other elements, for example the animal’s ability to fly or to dig pits. Maybe even more interesting is the fact that pygmy mammoths, a part of the islands’endemic fauna, seem to resist death
better than their continental relatives. In both cases – the humanoids Eloi of the dystopian future created by H.G. Wells or the fossil remains of pygmy mammoths from the past -, the atrophy seems to disturb the improvements’ line and the evolutive promise of some bigger and greedier
specimens.
Stories about lost civilisations say that, in fact, the buildings which become bigger and bigger have an effect of annihilation, destroying and
deforming the leading masses; the monumental hypertrophy creates physical atrophy. The isolation and the huge effort made in the end
represent the last drop from a history of selfdestructive initiatives.
The enormous bodies are final products in a direction going nowhere.
The only direction for the huge skeletons of lost and sank worlds points to the extinction. The cracks and the interstices of those mammoth
bones offer a temporary shelter from the pressure caused by the evolutive channel of growth and physical development. Repopulating
must always be partial and alarming for the onlooker. Lost worlds are full of questions in search for an answer, and the help signals are often warning.
Stefan Tiron, freelance curator, art critic, writer, expert in subcultures.
Artists
Green Skull/ Info Kiosk, 2005 installazione (Chiostro Biblioteca Delfini)
Il gruppo di artisti e architetti di Rotterdam da sempre lavora sul concetto di mobilità e di condivisione. Nota è l’esperienza della AVL Ville, cioè di una città/comunità in cui l’esperienza dell’arte e della vita sono vissute in maniera collettiva e relazionale. Per Going Public viene presentato un progetto inedito: una struttura/chiosco/ info point mobile, a memoria degli innumerevoli “Kiosk” che animano le vie e le piazze delle città dell’Est.
My Performance, 2005 performance (Dopo Lavoro Ferroviario)
Erede di una tradizione che pone l’attenzione del corpo al centro dell’opera, l’artista di Varsavia spesso unisce misticismo politico, sociale e religioso nelle sue performance o nei video. Per Going Public realizza una nuova performance insieme a un gruppo di immigrate. Sono soprattutto le donne polacche – badanti, infermiere, assistenti domestiche – al centro di un laboratorio sul lavoro manuale e l’uso locale della ceramica, a cui fa da sfondo la modenese Chiesa di San Pietro, luogo privilegiato dei loro incontri.
Black Sea File, 2005 installazione (Chiostro Biblioteca Delfini)
Il progetto “Black Sea File” è una ricerca in divenire, che si basa sullo studio della trasformazione dei territori, sui movimenti delle persone e sulle traiettorie umane, in seguito alla costruzione del maggiore oleodotto europeo. Questa impresa, registrata dall’artista con video, fotografie e racconti, attraversa i confini europei, dal Mar Caspio al Mar Mediterraneo, in una sequenza di paesaggi sociali, umani e culturali.
The BSF is a territorial research on the Caspian oil geography. The piece pursues an ongoing interest in the transformation of space due to the movement and displacement of people in an effort to understand how human trajectories, their migration paths and travel routes, have formed particular cultural and social landscapes and how they eventually inscribe themselves into the physical terrain.
Shoes for Europe, 2003 video 22’ (Stazione Centrale)
Le opere dell’artista testimoniano la lenta e laboriosa evoluzione sociale del passaggio da Est a Ovest. Il film si svolge nella stazione Ungheni, al confine tra la Moldavia e la Romania, dove le ruote dei treni dell’Est europeo vengono adattate ai binari dei paesi dell’Ovest, a scartamento differente. Durante la sosta di circa due ore e mezza, ai passeggeri vengono controllati i documenti. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la stazione ha subìto radicali cambiamenti, diventando un luogo della memoria e del passato, simbolo di una società a due velocità.
(Mircea Cantor, Ciprian Muresan, Gabriela Vanga)
Version Magazine, special edition 2005, tabloid
Il gruppo di giovani artisti rumeni è ideatore il progetto “Version Magazine”,
un tabloid realizzato raccogliendo testi, interviste, articoli, immagini su temi monografici quail la libertà e la rivoluzione, i confini e i territori, ecc…
In occasione di Going Public gli autori (in collaborazione con alcuni neo-laureati modenesi), hanno svolto una ricerca sugli articoli di giornali usciti dopo il 1998 (caduta di Ceausescu) sia Italia che in Romania sui reciproci popoli. Ne esce uno spaccato di due società che cercano di incontrarsi, a volte senza comprendersi. In distribuzione presso i luoghi espositivi.
Sample City, 2003, video 12’ (proiezione speciale Cinema 7B)
Sample City esplora la multiforme realtà urbana di Bucarets, usando come guida un personaggio tratto da un’antico racconto rumeno. Il personaggio (Balkan Tijl) percorre la città caricando una porta sulle spalle, simbolo di migrazione e di architetture mobili. La colonna sonora è un mix di varie sub-culture: dai lamenti delle orchestre gipsy, alle influenze del folklore orientale, all’hip-hop e drum-’n-base.
Sample City is exploring the multi-layered reality of the Bucharest cityscape, using as a guiding agent the contemporary impersonation of a character from an old Romanian folk tale. Sort of Balkan Tijl Uilenspiegel, he is carrying a door on his back, becoming thus a migrant architecture endlessly wandering through the city. The original sound track is a club mix of various subcultures, from Gypsy lautar (peasant migrating into café concert) orchestra, to manele (urban folklore with Oriental influences), to local hip-hop and drum-’n-bas
Monuments & Ruins, 2005, installazione (Sottopasso Ferrovia)
L’autore ha ideato questo progetto per Going Public, pensando al suo arrivo in Olanda (l’Ovest!), e alla sua iniziale curiosità per i supermercati, la quantità di prodotti (impensabile ad Est), gli allineamenti per generi e colori. Si accorge che molte delle etichette portano nomi di personaggi famosi e di uomini politici. Inizia a elaborare immagini dalla propria collezione di etichette e, come i profili di rovine architettoniche del Piranesi, in tutte le immagini fa da sfondo l’ombra del “piccione”, invasore locale e simbolo di decadenza. Ne risulta una serie di posters in grande scala, da collocare negli spazi pubblici della città.
Critical Factor (Razvan Ion e Bodgan Stanciulescu),
“Recycle Mentality”, 2005, installazione (Ketucon Phone Center)
Razvan Ion, “quite_quiet_minutes”, 2003, video 1’42”, (Dopo Lavoro Ferroviario)
Interessato al mondo della fotografia e dei video in particolare, Razvan Ion è difatti il fondatore del primo periodico rumeno di arte e foto ArtPhoto, edito completamente in inglese e distribuito a livello internazionale. Nel video del 2003 elabora con colori brillanti e artificiali, tipici della propaganda, l’ultimo minuto di vita pubblica di Caucescu, con masse di dimostranti nelle piazze di Bucarest. Recycle Mentality, video recente, mostra ancora come il contrasto Est/Ovest si basa prevalentemente su fattori economici, sul consumismo e a seguito di questo sui “lavaggi di cervello” effettuati ai consumatori.
The Frunze Project, 2003-2005 installazione (Stazione Centrale)
Mr. Frunza, è un rivoluzionario russo, originario della Transnistria, (storicamente la regione rumena di Bessarabia), che fu il luogo da cui partì l’idea di annessione della Moldavia alla URSS. Frunza (che significa “foglia d’albero”) è lo spunto per ripercorrere la storia recente e lontana del paese, dalle guerre civili, al collasso del blocco orientale, alle guerre nei Balcani. Attraverso il progetto Green Brotherhood Movement, l’artista dà vita ad un movimento pacifista e di salvagurdia delle aree verdi ad Est della Moldavia, sulle tracce dei percorsi segnati da Frunza. E’ una nuova rilettura del territorio, esorcizzando guerre a favore di interventi di pacificazione.
Flag for Democracy, 2005 workshop (P.zza Castello, Formigine)
L’artista docente all’Accademia di Belle Arti di Danzica e fondatore del centro culturale Wyspa Progress Foundation, nei cantirei navali della città, da tempo si interroga sulle fobie nazionali: inni, bandiere, emblemi, ecc…E’ così divenuto l’autore di una serie di bandiere modificate: una bandiera può essere onorata e difesa, area di discussione, di scambio e di re-difinizione dei simboli. Con questo approccio l’autore terrà un laboratorio sul tema delle molteplici identità e simboli della “Nuova Europa”, con giovani artisti e studenti di Formigine. Gli elaborati saranno esposti durante l’intera durata della manifestazione.
EAST/WEST, 2005 disegni su muro (Dopo Lavoro Ferroviario)
Intellettuale e artista concettuale, dal ’92 è tra i fondatori del periodico di Bucarest Lettera 22 (22 dicembre 1989, rivolta a Ceausescu), maggiore organo di informazione culturale del paese. L’autore è noto per le sue ironiche figure a matita, che ben rappresentato i contrasti e le difficoltà dell’incontro tra Est e Ovest, e le pressioni verso le società post-comuniste. Per Going Public il segno semplice e spontaneo dei disegni, unito a una forte coscienza politica dell’artista, animeranno le pareti del Dopo Lavoro Ferroviario e le pagine del quotidiano locale “Gazzetta di Modena”.
(Przemo Lukasik e Lukasz Zagata)
CineOest, 2005 installazione cinema mobile (Giardini Pubblici)
Il duo di architetti polacchi è impeganto da tempo nel recupero e nella valorizzazione delle ex-miniere di carbone della Slesia, a sud del paese, zona di forte interesse socio-territoriale. Gli edifici post-industriali e le miniere ora in disuso, vengono ripensati per nuovi utilizzi: centri culturali, cinema, teatri, biblioteche, ecc… Per Going Public presentano il progetto di un “cinema mobile”, un box per proiezioni allestito in un giardino pubblico, che ospiterà video-proiezioni d’artista.
Teoreticalia, 2005 installazione ambiente (Stazione Centrale)
Aldo Runfola, artista poliedrico e nomade (Palermo, NYC, Londra, Milano), unisce concettualmente le culture delle due isole agli estremi d’Europa (mediterranea/anglosassone) e racconta il disagio di un mondo in cui tutto ha valore solo se quotato in borsa. Per Going Public realizza una inedita installazione, in cui le frasi di un testo teorico/filosofico sono riportate con lettere adesive sulle pareti dell’atrio della stazione centrale.
Lontano da….., 2005 video installazione (Giardini Pubblici)
Tra i più importanti autori concettuali, sperimentatore di tendenze e di tecnologie, Vaccari è noto per i suoi viaggi verso l’Est, “oltre cortina”, come si usava dire prima della caduta del muro. In questa occasione realizza un’opera video sul tema della comunità rumena a Modena, riunita intorno alla chiesa ortodossa, verso la via Emilia Est, e il loro sentimento di lontananza da casa. L’altro lato della medaglia, dopo l’analisi sulla via Emilia Ovest, luogo di incontri notturi e di prostituzione.