Going Public ’06

Politics, Subjects and Places.
Atlante Mediterraneo. New City Territories
Istanbul, Beirut, Nicosia, Tel Aviv, Alexandria, Barcellona.
Interventi urbani, workshop, film, dibattiti, scambi culturali, pubblicazioni
Progetto curato da: aMAZE laboratorio culturale
Idea edirezione artistica: Claudia Zanfi
Enti promotori: Provincia di Modena e Comune di Formigine
Con il supporto di: Regione Emilia Romagna; Provincia di Modena; Comune di Formigine; Programma Gioventù per l’Europa; Fondazione Cassa di Risparmio di Modena; Anna Lindh Foundation, Alexandria.
In collaborazione con: Fondazione Pistoletto, Biella; Artos Foundation, Nicosia; Askal Alwan Association, Beirut; L’Atelier Collaborative, Beirut/Venezia; Fondazione Olivetti, Roma; Gudran Association for Art and Development, Alexandria; Platform Garanti, Istanbul; Metropolis University, Barcellona; Transit Project, Barcelona; Tapies Foundation, Barcelona; IUAV, Venezia, altri….
Media partners: Phileleftheros, Nicosia; DROME magazine, Roma; Babel MED, Roma/Parigi; Gazzetta di Modena; Modena Radio City, Modena.
Con il patrocinio di: DARC, Ministero Beni Culturali Roma; Università Etica per Condivisione e Conoscenza, Palermo.
Press Release
Politics, subjects and places.
Un progetto di aMAZElab Direzione artistica claudia zanfi Interventi urbani, workshop, film, dibattiti, scambi culturali, pubblicazioni Comitato scientifico: Claudia Zanfi, Direzione artistica aMAZElab; Luigi Benedetti, Presidenza Provincia di Modena; Paolo Negro, Dipartimento Cultura Comune di Formigine; Vasif Kortun, Direzione artistica Platform Garanti, Istanbul; Marti Peran, curatore e docente Università di Barcellona; Carlos Basualdo, curatore Philadelphia Museum; Christine Tohme, direttrice Askal Alwan Association, Beirut; Yorgos Tzirtzilakis, docente Facoltà Architettura Università di Volos, Grecia; Catherine David, curatrice Documenta X. Giunto alla sua quinta edizione, il progetto Going Public è un “work in progress”, che si sviluppa tramite una rete di ricerca collettiva, con collegamenti sia a livello locale che internazionale. Atlante Mediterraneo. Temi e ricerca. Istanbul, Beirut, Nicosia, Tel Aviv, Alexandria, Barcellona Nelle 6 città individuate come “casi studio” per il progetto Going Public’06. Atlante Mediterraneo artisti, studenti, ricercatori, geografi e sociologi attivano le proprie ricerche sulle tematiche in oggetto: flussi di persone, di economie, di culture. L’identità del Mediterraneo, la sua molteplicità, la sua importanza, il suo investimento. Rapporti fra territori, rive, città, abitanti, senza soluzione di continuità. Tragitto verticale e orizzontale, fra il Mediterraneo e l’Europa, l’Oriente e l’Occidente. Da Istambul a Barcellona, passando attraverso città quali Beirut, Nicosia, Tel Aviv, Alessandria. Un moto circolare di andata e ritorno, di arrivi, contatti, migrazioni, contaminazioni, propagazioni infinite. Gli effetti della globalizzazione e un diverso scenario geopolitico inducono fenomeni di rapida trasformazione del senso dei luoghi e compromettono i delicati equilibri sociali e ambientali. L’abbandono delle tradizioni e la crescita di nuove megalopoli, i crescenti flussi migratori e i capisaldi turistici, le antiche rotte mercantili e le grandi infrastrutture, il ruolo ibrido e complesso delle città e dei grandi porti sul Mediterraneo, con i loro cicli produttivi e ludici, le componenti sociali ed etniche, le aperture e le connessioni al territorio circostante e il legame con la dimensione continentale. La nascita dello “Spazio Euromediterraneo”, e l’attivazione del corridoio denominato “Corridoio Meridiano”, fungono da dispositivo territoriale per una politica globale che riguarda tutti i Paesi mediterranei, concepiti come un unico insieme politico/geografico. Si tratta quindi di azioni a favore dell’incontro tra le diverse culture e i diversi popoli, di modifiche geografiche nei nodi di scambio, di flusso, di mobilità. Attività Il progetto Going Public’06. Atlante Mediterraneo sviluppa nel corso dell’autunno 2006 una serie di attività, appuntamenti di riflessione, ed “esposizioni come spedizioni” sia in Italia che all’estero, quali: 4/10 Settembre 2006 Alexandria, Egitto A garden for all (workshop) Partecipazione con Gudran Association for Art and Development, allo sviluppo di una zona rurale vicina ad Alessandria d’Egitto: un villaggio semi abbandonato di pescatori. I progetti artistici vengono utilizzati per incoraggiare la gente del posto a produrre opere di artigianato e a implementare il loro villaggio. Il progetto coi giovani volontari modenesi di Going Public prevede la costruzione di un’area verde, un giardino pubblico per tutti. 20/30 Settembre 2006 Nicosia, Cipro Transcrossing memories (installazioni urbane) Parallelamente ad eventi artistici internazionali, e attraverso una concreta azione sul territorio insieme alle comunità locali, si intende presentare l’intera attività di studio e di ricerca di Going Public. The Memory Box, “dispositivo mobile” fungerà da spazio pubblico itinerante, bilaterale, e aperto a tutti. Una sorta di biblioteca in cui verranno raccolti racconti della gente e realizzate presentazioni, progetti d’artista, letture, filmati, proiezioni video, dibattiti, performances, ect…. 10/15 Ottobre 2006 Tel Aviv+Jerusalem, Israele Floating Simmetry (video installazioni) Viene presentato il progetto Floating Simmetry, realizzato da Ofri Cnaani (Israele) e Jenny Vogel (Germania). Una video proiezione multipla, che documenta il viaggio compiuto dalle artiste, a coprire la distanza mare-terra che divide l’isola di Cipro dalla frontale città di Tel Aviv, in un percorso di simmetrie geopolitiche e umane nell’asse Nicosia-Gerusalemme. 23/30 Ottobre – Novembre 2006 Formigine e Modena, Italia Atlante Mediterraneo (workshop, meeting internazionale, installazioni urbane) Per facilitare il reale scambio tra culture e tra i giovani, si propone un laboratorio con giovani artisti/studenti del territorio formiginese + giovani di cinque città studio (Istanbul, Beirut, Nicosia, Alexandria, Barcellona) che si affacciano sul Mediterraneo. I giovani saranno ospitati dalla provincia modenese di Formigine e il laboratorio sarà tenuto da un importante artista a livello internazionale. I risultati delle ricerche artistiche saranno esposti in sedi pubbliche e integreranno la pubblicazione/atlante/guida sul tema. Completa il programma un incontro/dibattitto con figure del mondo della cultura sull’argomento dell’anno. Artisti: Akram Zataari (Libano), Atlas Group (Beirut/NYC), Oda Projesi (Istanbul), Achilles Kentonis (Nicosia), Sameh Elhalawany (Alessandria d’Egitto). Con contributi critici di: Tony Chakar (Libano), Vasif Kortun (Istanbul), Yannis Papadakis (Nicosia), Jorgos Tzirtzilakis (Grecia), Sharon Rotbard (Tel Aviv), Marti Peran (Barcellona), Michelangelo Pistoletto e altri. Le installazioni urbane degli artisti saranno visibili nel centro storico di Formigine e nella Stazione Centrale di Modena dal 30 Ottobre al 3 Dicembre. Opening sabato 29 Ottobre: – ore 15, dibattito pubblico insieme agli artisti. – ore 17:30, opening con aperitivo, a seguire party con musica.
Texts
di Martí Peran
Barcellona fece la sua apparizione sull’atlante mondiale alla fine degli anni Ottanta, presentandosi ufficialmente al resto del mondo con i Giochi Olimpici del 1992. Il capitale di maggior valore della città era in quel momento il rinnovamento urbanistico che prese il nome di “Modello Barcellona”. In un periodo in cui le città contemporanee si espandevano seguendo principalmente il modello nordamericano con uno sviluppo urbanistico diffuso e a macchia d’olio, Barcellona rappresentava una alternativa su grande scala di conservazione di una città compatta, ricostruita e cucita attraverso interventi attenti alle necessità specifiche dei quartieri, con un interesse particolare per la creazione di spazio pubblico. O almeno queste erano le coordinate di segno positivo con le quali si meritò una generalizzata credibilità. Da allora, Barcellona continua a collezionare una serie di fratture urbanistiche e sociali, vivendo di rendita al riparo di questo decalogo felice. L’area metropolitana si sta trasformando in un suburbio senza fine, diversi processi di gentrificazione hanno rivoltato i vecchi quartieri della città, la memoria industriale è stata decapitata a favore di una promessa città-mediatica che non tarda ad arrivare e lo spazio pubblico subisce una privatizzazione galoppante, oltre a una stritolante regolamentazione delle libertà individuali e collettive. In realtà, nulla di nuovo. Barcellona non può più sottrarsi alle dinamiche imposte dal progresso nelle città dei paesi sviluppati.
L’ultima svolta di questa vera e propria trasformazione di Barcellona – il passaggio dal modello Barcellona alla marca Barcellona – è la trionfante conversione della città in una piazza turistica internazionale di primo ordine. Le cifre del 2005 sono abbastanza eloquenti: con una popolazione di 1.593.000 abitanti, Barcellona ha accolto nel corso dell’anno 5.061.000 turisti (il 50% di origine europea) per un totale di 10.941.579 pernottamenti. All’interno della molteplice offerta turistica della città, negli ultimi anni è aumentato il numero di scali effettuati da navi da crociera arrivando a 800 per anno, con 1.300.000 passeggeri che hanno trasformato Barcellona nella più recente e più brillante perla del Mediterráneo. Il 25 settembre 2006 il Porto di Barcellona ha toccato il record di 10 navi da crociera di grandi dimensioni in un solo giorno. Transatlantici come il Carnival Liberty o il Grand Princess hanno sbarcato in un solo giorno 3.300 passeggeri disposti a percorrere la shopping line cittadina anche solo per poche ore e per gli acquisti compulsivi di alcuni souvenir.
Il turismo ha garantito a Barcelona un profilo apparentemente cosmopolita, felice e multicolore; ma la città viene scossa anche da un’altra tipologia di stranieri. Nel gennaio 2006, la popolazione immigrante della città ha toccato la quota di 260.000 abitanti, senza contare gli irregolari. La situazione di questa comunità – per altri aspetti assolutamente eterogenea – si distingue totalmente dallo scenario rappresentato dalle masse di turisti. Quelli che ottengono un posto di lavoro svolgono i ruoli meno qualificati e, nella maggior parte dei casi, con situazione contrattuale irregolare. Tra l’altro, nonostante in molti casi gli immigrati lavorino in piccoli stabilimenti che sopravvivono grazie al turista medio, vivono invece nelle zone più degradate della città (Ciutat Vella, Sant Martí, Nou Barris) estranee al glamour delle vicine aree commerciali.
Tra la popolazione immigrante di Barcellona, la comunità di origine africana è costituita da circa 22.000 persone. Una cifra sicuramente inferiore al numero di immigrati di provenienza europea non-comunitaria e americana; ma soprattutto sconcertante se posta in relazione alle dimensioni del flusso migratorio illegale che si riversa giornalmente sulla costa sud della Spagna e sulle Isole Canarie, vera e propria porta d’ingresso al corridoio mediterraneo attraverso la quale il continente africano cerca di accedere al sogno europeo. L’unica spiegazione al numero esiguo di immigrati africani a Barcellona e in altre città spagnole rispetto alla dimensione dei movimenti migratori risiede nella dispersione di quelli che riescono a entrare in Europa e, soprattutto, nelle quantità elevate di reimpatrii o di reclusi in “centri di accoglienza”. Solo nelle prime tre settimane di settembre 2006, 7.500 “illegali” sono sbarcati sulle coste canarie e dal mese di gennaio ad ora sono stati reimpatriati 13.055 subsahariani. Barcellona è un’importante enclave turistica del Mediterraneo e, secondo alcune tesi, la più importante del territorio meridionale. Questo punto di vista, tuttavia, dimentica che l’autentica porta mediterranea, dove non gettano l’ancora navi da crociera ma si moltiplicano gommoni alla deriva, è più al sud, lì dove l’Europa discute sui modi di erigere un muro invalicabile. I progetti sviluppati a Barcellona per Going Public ‘06, vogliono mettere in gioco tutte queste questioni, sovrapponendo all’esame critico della condizione cittadina come felice porto turistico l’evocazione del vero e proprio sud del Mediterraneo, che a Barcellona compare solo in modo marginale.
di Abdalla Daif
Un Preambolo
Egli mi disse, “Semplicemente, le devo dire che io l’amerò fin tanto che lei mi divertirà durante il pranzo da MacDonald’s”.
Introduzione
Tutte le affermazioni di seguito rispecchiano il mio punto di vista personale. Perciò, per favore sin dall’inizio non considerarlo come una visione complessiva o una lettura generale della realtà. Io posso dirti semplicemente che non esistono tali cose.
1- Autostrada “Oslo – Asafra”
Nel 1993, dopo la dichiarazione del ”Trattato di Oslo”, uno dei più importanti accordi di pace della fine del ventesimo secolo in Medio Oriente, un movimento internazionale iniziò ad attuare il trattato. Uno dei suoi obbiettivi fu di costruire l’immensa autostrada che collega i paesi medio orientali, riattivando l’antico Percorso d’Oriente. Questo è ciò che viene ora chiamata l’Autostrada Internazionale Costiera.
Nel 2006, dopo anni dall’assassinio di Rabin e con l’insorgere della seconda Intifada, divenne accettabile l’affossamento del trattato e, di conseguenza, anche del progetto dell’autostrada. A questo punto possiamo considerare una delle fasi raggiunte. Si tratta della fase di connessione delle città del Delta fino ad Alessandria.
One-day Trips. Viaggi giornalieri verso l’Occidente
In quanto nuovo concetto, le gite in giornata portarono la frequentazione dell’autostrada a creare, sorprendentemente, una relazione dialettica tra i dintorni ed Alessandria, tramutando il ruolo di via di connessione tra paesi dell’Est e dell’Ovest del Mediterraneo meridionale, per giocare invece un ruolo locale nel collegare i paesi del Delta ad Alessandria. In altre parole, ciò ha portato a strutturare una nuova realtà per Alessandria, nel determinare cosa di un paese possa costituire un governatorato. Per qualche motivo, questi paesi erano separati, rientrando in categorie nazionali informali, sebbene non razziali.
Questa suddivisione era supportata dai redditi generalmente bassi dell’Egitto tanto quanto la mancanza negli abitanti di una cultura dello svago o dell’abitudine di fare lunghe vacanze dedicate al divertimento. Perciò brevi viaggi nelle città costiere per gustare la spiaggia o per visitare nel relax le campagne del Delta erano pressoché inconcepibili.
Tuttavia, la realizzazione dell’autostrada comportò la diffusione in Egitto del fenomeno della gita in giornata. Durante l’estate, migliaia di visitatori giornalieri iniziano ad ondate dalle città del Delta verso Alessandria sin dall’alba per terminare alla sera dello stesso giorno, tornando indietro alle loro città dopo un viaggio di circa 20 ore.
Durante questi esodi, definibili come “post-temporanei”, nuovi elementi sono emersi nella mappa degli spostamenti giornalieri d’Alessandria.
Coloro che effettuano visite in giornata non necessitano di alloggi, non avendo il tempo per dormire e potendo comunque fare un sonnellino in spiaggia. Inoltre, molti non possono permettersi di affittare un appartamento per un solo giorno.
Così, l’Est di Alessandria finisce per essere patria di locali come luoghi di transizione, “post-temporanei”; tipo bar stagionali che lavorano a pieno ritmo in estate per poi chiudere, o meglio sparire del tutto, in inverno.
Essi vanno ad aggiungersi ai negozi di cibo economico e ai mercati di vestiario nuovo e di seconda mano. Come conseguenza di questa sovrabbondanza, i lavoratori del Delta rurale si sono spostati per andare ad occupare un vasto settore di Alessandria orientale, portando con sé le abitudini quotidiane della propria cultura, mescolandosi con quella Alessandrina, che è per lo più metropolitana. Il risultato è un ibrido culturale, avendo al suo stesso interno un dialogo i cui temi cambiano quotidianamente durante l’estate.
Ma in inverno, la Alessandria orientale sembra semideserta. Gli Alessandrini fuggono in massa verso la città di Marsa Matrouh, usando l’altra direzione dell’autostrada, similmente con viaggi in giornata. Così a Matrouh, il governatorato di confine. Fanno la loro comparsa gli stessi bar transitori, negozi economici ed i giovani lavoratori. Come se ci fosse una sistematica immigrazione giornaliera verso ovest.
Inoltre, gli abitanti di Alessandria orientale usano l’autostrada per scendere in città. Perciò si sentono elevarsi spesso le grida degli autisti dei microbus: “Asfra – Highway – Asfra!”.
Abdalla Daif, Alexandria (Settembre 2006)
di Sharon Rotbard
0)
Una città viene costruita esattamente come la storia, sempre dai vincitori e sempre dal punto di vista dei vincitori. Chi controlla lo spazio fisico controlla sempre lo spazio culturale e non si tratta mai di chi ha perso la battaglia nel corso della storia.
Talvolta, per cambiare una città si deve cambiare la sua storia.
1)
A Tel Aviv, forse l’unica città al mondo alla quale è stato dato il nome di un libro,
(1) la storia della città viene denominata da lungo tempo “White City” [Città Bianca].
A partire dalla sua prima apparizione in una novella dimenticata del 1915, “The Riddle of the Land”, di Aharon Kabak, il tema della “White City” accompagna la costruzione e la crescita di Tel Aviv. Nel 1960 diventò una canzone: “White City”, scritta da Naomi Shemer (2), comparsa nel primo album solista di Arik Einstein (3) e divenne non solo quasi l’inno ufficiale di Tel Aviv, ma almeno una delle sue colonne sonore più memorabili.
Nel 1984, in un’esposizione all’interno di un museo di Tel Aviv, intitolata “White City”, curata da Michael Levin, la “Città Bianca” ha ricevuto un supporto storico e culturale. L’esposizione “White City”, (4) ha contribuito in modo estremamente discreto, modesto e sobrio a rivelare al pubblico israeliano i fenomeni che hanno accompagnato l’architettura “International Style” di Tel Aviv degli anni trenta.
Partendo da questa base, il tema è stato sviluppato da Nitza Smuck, l’architetto per la conservazione dei beni culturali della Municipalità di Tel Aviv, e dall’artista Dani Karavan e si è trasformato in una massiccia campagna storiografica di supporto ad un progetto di conservazione ampio e ambizioso. La storia della “Città Bianca”, con i suoi edifici in “Bauhaus Style” emergenti “dalle dune” è il risultato di una lunga serie di azioni, progetti, eventi, conferenze, esposizioni, libri.
Inizialmente la storia ha cambiato unicamente il modo in cui gli abitanti di Tel Aviv percepivano la loro città. Ha cambiato le geografie locali, influenzato il mercato immobiliare e inciso sulla politica di conservazione della municipalità di Tel Aviv.
In breve tempo, tuttavia, si è discostata dal dibattito sull’architettura moderna, l’architettura israeliana, e mediante la sua idealizzazione e teorizzazione è divenuta un elemento fondamentale non solo nella costruzione della città fisica, ma anche in quella delle identità, l’identità di Tel Aviv e pertanto l’identità di Israele.
Presto, la sua falsa nostalgia, ipocritamente sicura delle proprie convinzioni, per un utopistico modernismo europeo progressivo è divenuta una retorica indirizzata inizialmente all’interno della guerra culturale locale, contro l’ala di destra di Israele, supportata massicciamente dalle popolazioni asiatiche Mizrahi (5). Quest’idea moderna, ordinata, normale, pulita e bianca della città ha consentito agli abitanti di Tel Aviv di coltivare un certo atteggiamento edonistico e sognatore nei confronti della realtà israeliana, di separare Tel Aviv dal resto di Israele e di conservare l’illusione di non vivere in questo oceano di follia e violenza, tradizione e religione, che solitamente chiamiamo “Medio Oriente”, ma in un’isola europea di libertà, laicismo e progresso. Questa retorica, supportata dal falso mito Bauhaus è stata a sua volta rigirata all’Europa in questi termini: “Non ci avete voluto a Dessau, per favore accettateci a Tel Aviv.”
2)
Malgrado alcune inesattezze (Tel Aviv non è mai stata realmente bianca; solo quattro
architetti israeliani hanno studiato alla Bauhaus, ma non hanno avuto molto a che fare con il “Bauhaus Style” di Tel Aviv; (6) si è parlato di questo stile solo a Tel Aviv) la storia della “Città Bianca” e del suo edificio in “Bauhaus Style” emergente dalle dune è stata ampiamente adottata dal pubblico israeliano e ha ottenuto un riconoscimento internazione che è ha raggiunto il proprio culmine nel 2004, quando la “Città Bianca” di Tel Aviv è stata inscritta nella lista dei siti del patrimonio mondiale dell’UNESCO.
La disgregazione della storia della “Città Bianca” non è tuttavia dovuta a problemi specifici, o a inesattezze, o difficoltà narrative, quanto piuttosto a pecche fondamentali.
Esse potrebbero avere origine, nello spirito della definizione di Flaubert di “Architettura” (7), dal processo arbitrario che determina cosa entra a far parte della storia e cosa ne rimane fuori e dal modo in cui l’intera storia, l’intera prospettiva, è costruita a partire dal punto cieco dell’ovvio, la storia fuori dalla storia. In questo senso, la parte più interessante della storia di Tel Aviv sono senza alcun dubbio quei capitoli che non la inseriscono nella storia della “Città Bianca”: uno dei risultati di questa campagna storiografica è stato il fatto che la storia della “Città Bianca” e la storia di questo momento piuttosto breve negli anni trenta sono divenuti il capitolo più elaborato della storia della città, sostituendo così la Storia (8) di Tel Aviv con una storia architettonica di Tel Aviv, lasciando fuori dalla sua storia i luoghi oltre il perimetro della “Città Bianca” e i tempi cruciali prima e dopo gli anni trenta.
Questo vaso di Pandora, noto come Tel Aviv, non contiene solo la storia della “Città Bianca”, una narrativa sull’arte della costruzione e della creazione, ma è contenuta in esso anche una storia che parla di guerra, annientamento, distruzione e soppressione. E proprio a causa del fatto che la costruzione storica e culturale di Tel Aviv sono state collegate alla sua costruzione fisica, i vuoti all’interno della storia di Tel Aviv sono collegati alla cancellazione fisica di siti e paesaggi dalla sua geografia.
I confini geografici della “Città Bianca” coincidono alla precisione con altri confini geopolitici – economici, sociali e politici – e non si tratta di un fatto casuale. Il perimetro della “Città Bianca” corrisponde ai confini di Tel Aviv precedentemente al 1948, esattamente quella stessa linea mentale che ha diviso la città in nord e sud a partire dagli anni Trenta. La si può riconoscere in innumerevoli modi: dal divieto del traffico diretto a nord da Jaffa alla determinazione del percorso di volo per gli aerei che atterrano all’aeroporto di Ben Gurion; dalle cifre di denaro che la città investe in infrastrutture, architettura del paesaggio e servizi igienico-sanitari nelle varie aree alla mappatura di percorsi per la consegna delle pizze.
La corrispondenza tra i diversi generi di confini attesta l’omogeneità di Tel Aviv, costruita e amministrata sotto ogni aspetto come un’entità distinta, storicamente, etnicamente e geograficamente. In quanto città ebrea differisce dalla città araba di Jaffa; in quanto città israelita differisce dagli ebrei della Diaspora; in quanto città moderna differisce dalla storia dell’Europa e del Medio Oriente. Nello stesso spirito di omogeneità, Tel Aviv definisce ogni cosa all’esterno di essa come il suo opposto. Così, ciò è che fuori dalla storia della “Città Bianca” coincide con ciò che è fuori dai confini geografici di Tel Aviv, e ciò che è fuori dalla città storica è fuori sia dalla città, sia dalla storia. Di conseguenza, luoghi, strade e strutture che non compaiono nei libri sono stati infine altresì eliminati dalla mappa. Un numero crescente di residenti, distretti e quartieri, la cui storia non è meno estesa di quella della “Città Bianca”, scoprono di essere assenti dagli annali di Tel Aviv. In alcuni casi, come nel caso di Jaffa, sono addirittura spogliati della loro storia, cancellati dalla geografia.
3)
La conquista dello spazio simbolico e storico della città da parte della “Città Bianca” è la guerra di Tel Aviv contro Jaffa.
In modo più o meno analogo, la storie di guerra, distruzione e soppressione ritroveranno le proprie origini nella storia di Tel Aviv.
In questa nuova storia, Tel Aviv non emerge più spontaneamente dalle dune, come è stato disegnato dal pittore nazionale Nahum Gutman che aveva cancellato il quartiere di Manshieh nei suoi disegni decenni prima della sua effettiva cancellazione fisica, e non è più costruita “dalla schiuma del mare e dalle nubi” come ha scritto Naomi Shemer nella sua famosa canzone “White City”, ma nasce a Jaffa ed è conformata secondo il suo rapporto con essa.
Più che nei manifesti utopistici elaborati nelle accademie europee, la storia di Tel Aviv affonda le sue radici a Jaffa e trae il proprio nutrimento da essa, e il suo sviluppo è stato il risultato dei rapporti tra le due città.
Proprio agli inizi della colonizzazione ebrea del paese, a partire dall’assedio di Napoleone su Jaffa e dalla carneficina che seguì la presa della città nel 1799, accompagnata da una prima significativa dichiarazione europea a favore della restaurazione della sovranità ebraica sulla terra santa, la guerra tra le due città ha plasmato la geografia della regione.
Questa guerra è sempre stata condotta sia sul fronte militare, sia sul fronte municipale (9) e utilizzando tutti i mezzi a disposizione, dalla “ricostruzione”, alla “conservazione”, alla “demolizione”. Questa guerra si è svolta anche attraverso canzoni ed esposizioni che naturalizzano l’azione politica e come mostra l’ultimo esempio, persino mediante i mezzi di mobilitazione della storia dell’architettura internazionale al fine di convalidare con il titolo “Bauhaus” la storia bianca e pulita di Tel Aviv. È tuttavia importante osservare che per affermarsi come città moderna, ordinata, normale, pulita e bianca, Tel Aviv ha dovuto ripensare Jaffa come sua immagine speculare, come una città sporca, criminale, devastata e nera.
Si potrebbe sostenere a proposito di questa storia che la sua fine è presumibilmente nota in anticipo, che ci sono eroi e delinquenti, ma che senza dubbio possiede vincitori e vinti; e se la storia dei vincitori viene chiamata “Città Bianca”, la storia dei perdenti può venire chiamata “Città Nera”: e dovrebbe essere quella della città di Jaffa e delle sue zone e dei suoi quartieri scomparsi, distrutti dopo la sua conquista nel 1948, dei suoi 120.000 abitanti dispersi ed esiliati e delle sue migliaia di anni di storia mancanti che non è stato possibile inscrivere nella lista dell’UNESCO.
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(1) Tel Aviv è il titolo della prima traduzione (1904) a cura di Nahoum Sokolov della novella utopistica Altneuland (1902) di Theodor Herzl. La decisione di dare alla città lo stesso nome del libro venne adottata nel 1910, quasi un anno dopo la sua istituzione ufficiale sotto il titolo Ahuzat Bait.
(2) Naomi Shemer (1930-2004) è ritenuta (non ufficialmente) una poetessa e una cantautrice di nazionalità israeliana. Molte delle sue canzoni (“Yerushalaim shel Zahav” ad esempio) vengono cantate e trattate come inni.
(3) Arik Einstein (nato nel 1939) è un cantante e un attore, una delle icone più importanti di Israele di cultura Sabra, pop culture e in alcune fasi della sua carriera persino di controcultura. In quanto tale, egli è anche uno dei monumenti più conosciuti di Tel Aviv.
(4) Michael Levin, White City: Architecture of the International Style in Israel, Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv, 1984
(5) Mizrahi (in ebraico “orientali”). L’identità Mizrahi riguarda gli Ebrei originari dei paesi musulmani.
(6) Il primo fu Shlomo Bernstein, che trascorse due semestri alla Bauhaus prima di ritornare a Israele, dove lavorò per la maggior parte della sua vita professionale presso il Dipartimento di Ingegneria di Tel Aviv, lasciando solo un’impronta molto modesta sul paesaggio della città. Il secondo fu Munio Weinraub-Gitai che lavorò ad Haifa e nel Nord di Israele, realizzando una serie di strutture straordinarie nello spirito di Mies che si distinguevano in modo significativo dall’architettura tipica del paese di quel periodo per l’attenzione al dettaglio e alla costruzione, ma che non aveva mai costruito a Tel Aviv. Il terzo studente della Bauhaus fu Shmuel Mistechkin, che costruì numerosi edifici per appartamenti a Tel Aviv durante questo periodo, ma la maggior parte del cui lavoro fu fatto per il dipartimento di pianificazione dell’Hagana (organizzazione paramilitare ebraica) o del movimento dei kibbutz in altre parti del paese. L’unico architetto locale che ha lasciato un segno distinto su Tel Aviv (e su Israele nel suo complesso) è stato Arieh Sharon, che studiò presso la Bauhaus Dessau. Facendo riferimento alla leggenda urbana di Tel Aviv, il problema principale legato a Sharon sta nel fatto che in quanto effettivo studente della Bauhaus, le sue strutture semplici, lineari, pragmatiche non richiamavano in alcun modo le scatole stilizzate, tipiche di ciò che è convenzionalmente noto ad Israele come “Bauhaus Style di Tel Aviv.”
(7) Nel suo “Dizionario delle idee ricevute” Gustave Flaubert definì il termine “Architettura” con queste parole: “Esistono solo quattro tipi di architettura. Tralasciando ovviamente quella egiziana, “ciclopica”, assira, indiana, cinese, gotica, romanica, ecc.”
(8) “L’Histoire avec sa grande hache” – come soleva dire Georges Perec. Un gioco di parole giocato sul termine francese “ache” che indica la lettera H dell’alfabeto; anteponendo la lettera H, il termine “hache” così ottenuto significa “scure”; “grande” sta sia per “maiuscola”, che per “grossa”; la traduzione letterale suona come “la storia (Histoire) con l’H maiuscola / la storia con la sua “grossa scure”) in Georges Perec, W ou le souvenir d’enfance (W o il ricordo d’infanzia), Parigi: Denoël, 1975.
(9) Ancora a tutt’oggi, in cui Jaffa è apparentemente completamente occupata da Israele, continuano a esserci numerose basi militari disseminate in tutta la città.
di Yiannis Papadakis
Sommario
Questo articolo esplora varie dimensioni spaziali di Nicosia, la città capitale di Cipro, che finì con l’essere divisa nel 1974. Le capitali vengono generalmente considerate come spazi simboleggianti ideologie nazionaliste, e a Nicosia questi processi acquisirono un’urgenza crescente a causa del conflitto etnico che ebbe luogo a Cipro e che condusse a sforzi quasi ossessivi mirati ad inscrivere in modo egemonico nello scenario cipriota l’Io nazionale, cancellando l’Altro.
Allo stesso tempo, altri gruppi sociali, critici nei confronti delle ideologie nazionaliste, sono stati in grado di utilizzare spazi “di mezzo” a Nicosia allo scopo di articolare critiche al nazionalismo e incoraggiare una cooperazione interetnica. I trasferimenti multipli degli abitanti di Nicosia e i loro tentativi di stabilire “luoghi” propri, vengono confrontati con quelli di altri gruppi di profughi, ovvero gli emigrati stranieri che giunsero gradualmente a vivere in quella zona. (Nota: Questo articolo è stato scritto nel corso dell’anno 2000, prima dell’apertura dei check point di Cipro nell’aprile del 2003 e prima dei successivi sviluppi politici, delineati di seguito).
Un fiume e un ponte
Una linea attraversa la città fortificata di Nicosia nelle mappe medioevali – un’altra linea in quelle contemporanee. Esse più o meno coincidono, attraversando la città lungo un asse est-ovest. Nelle mappe medioevali questa linea era un fiume, una divisione naturale che molto più tardi si trasformò in una divisione creata dall’uomo. Anche se il fiume divenne successivamente un ponte, ancora più tardi, nuovamente grazie ad un intervento dell’uomo, esso si convertì in un abisso, una pericolosa “terra di nessuno”: una Zona Morta. Come di consueto, quando due parti vengono coinvolte viene a determinarsi una differenza fondata sul modo in cui si decide di considerare la divisione. Un muro, ad esempio, possiede due lati. Per quelli che stanno al di là di un lato può significare la protezione dei propri diritti e della propria sicurezza, per coloro che stanno al di là dell’altro lato può significare esclusione e la violazione dei propri diritti. Altre dimensioni possono essere altrettanto importanti. Il terrificante confine visibile al di sopra del suolo lascia il posto ad un’immagine sotterranea differente. Un confine è inoltre puramente un punto di divisione o è anche un punto di contatto?
Il fiume venne chiamato con vari nomi: nomi propri e nomi impropri, nomi ufficiali che comparivano sulle mappe e nomi non ufficiali utilizzati dalla gente, nomi greco-ciprioti e nomi turco-ciprioti, alcuni condivisi, altri no. Ufficialmente, i greco-ciprioti lo chiamavano Pedhieos (da pedhiada che significa pianura) sebbene i locali, compresi i turco-ciprioti, lo denominassero più frequentemente Pithkias. Tra i turco-ciprioti era altresì conosciuto come Kanli Dere (Torrente Insanguinato) a causa del colore rossastro delle sue acque. Nel periodo medioevale, fino al 1567 esso scorreva all’interno delle mura veneziane che circondavano Nicosia, ma venne successivamente deviato per ragioni strategiche all’esterno e incanalato nel fossato costruito a quell’epoca, in previsione dell’attacco degli Ottomani. Dal 1570, quando gli Ottomani si impadronirono di Nicosia, il vecchio letto del fiume che attraversava la città fortificata venne lasciato aperto e fu utilizzato come discarica di rifiuti, in cui l’acqua piovana fluiva rapidamente ripulendolo temporaneamente. Nel corso di quel periodo, il principale centro amministrativo ottomano si trovava a nord del letto del fiume, mentre il centro greco ortodosso si trovava a sud. Nel 1882, durante il periodo britannico, il vecchio letto del fiume venne coperto per motivi igienici (Attalides 1981, pag. 99) e finì così per essere noto come Kotsirkas (Fogna) in greco e Chirkefli Dere (Torrente Sudicio) in turco (Keshishian 1990, pag. 15; Gurkan 1989, pagg. 150 e 175).
Quando il letto del fiume venne coperto, una strada emerse al suo posto al di sopra del suolo: la Hermes Street. Questa strada che occupò interamente il vecchio letto del fiume divenne il principale asse commerciale della città, una zona di richiamo per gli scambi commerciali della popolazione multietnica di Nicosia.2 Hermes era anche l’antica divinità greca, protettrice dei commercianti. A tempo debito, questo luogo avrebbe adempito ai diversi significati dei suoi numerosi nomi attraverso diverse associazioni e funzioni divergenti. Giunse ad adempiere al tempo stesso la funzione di ponte e di abisso tra le due principali comunità di Nicosia: i turco-ciprioti e i greco-ciprioti. Dopo gli anni sessanta arrivò a rispondere al proprio nome ma anche a connessioni più lugubri con Hermes legate al concetto di morte, allorché divenne una Zona Morta, addirittura con un Cerbero nella vicinanze (il feroce cane mitologico che sorvegliava l’entrata dell’Ade, il regno dei morti). Si tramutò in un luogo di violente battaglie di confine, lo scenario di ampi spargimenti di sangue. Arrivò persino a diventare il principale veicolo di sporcizia della città moderna. Nel complesso, questo fiume-ponte divenne un luogo particolarmente significativo per le realtà multiple e contese della moderna era post-indipendenza di Nicosia.
Guerra e pace
I due simboli ufficiali di Nicosia forniscono un punto di partenza per un tentativo di decifrazione del conteso presente della città. Emergono innanzi tutto domande riguardanti l’esistenza di questi due simboli. In secondo luogo, esse scaturiscono dalle modalità in cui i due simboli sono orientati verso differenti concezioni del passato e del futuro: un simbolo che richiama il conflitto passato e la futura divisione, e un altro che presenta una speranza di pace e di futura riunificazione. Al fine di spiegare questi simboli si rende necessaria una breve discussione sul passato recente di Cipro e di Nicosia e sugli orientamenti politici delle due parti. È necessario esaminare Nicosia sia come Lefkosia (in greco), da una prospettiva greco-cipriota, sia come Lefkosha (in turco) da una prospettiva turco-cipriota.
La prima divisione fisica di Nicosia ebbe luogo nel 1956, quando l’isola si trovava sotto l’autorità britannica (Drousiotis 1998, pagg. 200-204). Si trattava di un periodo in cui i britannici sfruttavano le differenze interetniche, con il conseguente sviluppo di manifestazioni di violenza interetnica e la creazione di una divisione in parti della città mediante il filo spinato, nota come “Linea Mason-Dixon”. Più tardi, nel 1958, divampò una rinnovata e più prolungata violenza interetnica, legata all’eventualità dell’instaurazione di municipalità separate in una futura Cipro. Da ciò derivò nuovamente una divisione della capitale. A partire da quel momento in avanti, i turco-ciprioti fondarono de facto consigli municipali separati e la questione della necessità di creare municipalità separate o meno rimase aperta nella costituzione del 1960.3
La questione legata alle municipalità restò una fonte principale di attrito tra le due comunità successivamente al concordato di indipendenza del 1960. Nel dicembre del 1963 esplosero nuovamente a Nicosia gravi episodi di violenza interetnica che si diffusero nel resto di Cipro, provocando l’intervento della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite UNFICYP (United Nation Peacekeeping Force In Cyprus) e l’instaurazione di una “Green Line” (zona cuscinetto), controllata dalle Nazioni Unite, che divideva le due comunità in Nicosia e nel resto del paese. Questa linea venne mantenuta come una spaventosa divisione per tutto il periodo di violenza interetnica che durò fino al 1967 e divenne poi un confine penetrabile via via che i rapporti tra le due comunità miglioravano.4 Nel 1974, la divisione venne nuovamente istaurata in modo imponente, assumendo la forma di una linea del cessate il fuoco pesantemente armata fino ai giorni nostri. Tale divisione era legata agli interventi a Cipro dei greci (sotto forma di un colpo di stato organizzato ad Atene contro il presidente della Repubblica di Cipro) e dei turchi (sotto forma di un attacco militare), che determinarono la divisione dell’isola e scambi di popolazione che resero ciascuna parte pressoché etnicamente omogenea.
Durante il periodo post-indipendenza i due gruppi etnici avevano aspirazioni differenti circa il futuro: i turco-ciprioti perseguivano una politica più separatista, mentre i greco-ciprioti seguivano una politica più integrazionista. Dopo il 1974, l’obiettivo ufficiale turco-cipriota era quello di una divisione sotto forma di uno stato indipendente separato o di una confederazione. I greco-ciprioti insistevano invece su una soluzione federale all’interno di uno stato singolo. Questi fattori condussero a divergenze significative nelle costruzioni del passato delle due parti, che vennero successivamente inscritte nello scenario della stessa capitale divisa: i suoi simboli e le sue strutture fisiche (come monumenti e musei) insieme a relative cancellazioni (come verrà descritto di seguito).
I turco-ciprioti, che miravano ufficialmente alla separazione, costruirono una narrativa storica in cui veniva posta enfasi su episodi di conflitti e animosità tra le due parti, di fatto concentrata sull’aggressione dei greco-ciprioti nei loro confronti, in particolare durante gli anni sessanta, ma spesso proiettata più in profondità nel passato. Si tratta altresì di una concezione del passato enfatizzante i confini e la separazione tra le due parti. In questo modo, la separazione futura viene legittimata dall’argomentazione che “il passato dimostra che i due popoli non possono vivere insieme”. I greco-ciprioti, al contrario, che auspicano la riunificazione, hanno posto enfasi su eventi passati di cooperazione, costruendo una narrativa storica in cui i due gruppi etnici si dice abbiano “coesistito in pace”. Ciò legittima la loro mira di riunificazione, formulando l’idea che “il passato dimostra che le due comunità possono vivere insieme”.
I due simboli di Nicosia esprimono queste aspirazioni. Entrambi utilizzano le mura veneziane all’interno dei loro logotipi (le cui implicazioni verranno discusse in seguito). Il logotipo turco-cipriota è “Lefkosha Turk Belediyesi” (Municipalità Turca di Nicosia) che si riferisce alla creazione contesa de facto di municipalità separate. Al suo interno presenta un monumento musulmano, il Mevlevi Tekke, un simbolo etnoreligioso. Nella parte inferiore è riportata la data 1958, indicante la passata violenza interetnica, la segregazione interetnica e la creazione della municipalità turco-cipriota. Il logotipo di Nicosia greco-cipriota è “Dhemos Lefkosias” (Municipalità di Nicosia). È di tre colori: giallo per le mura e blu per la parte interna contenente una colomba bianca e fu creato nel dicembre del 1974. Il colori giallo, bianco e blu sono tipici di numerosi simboli greco-ciprioti successivamente al 1974. Precedentemente, i colori erano normalmente il blu e il bianco, i colori della bandiera greca, quando il desiderio di unione con la Grecia era forte.
Dopo il 1974, quando i greco-ciprioti abbandonarono completamente questa aspirazione a favore della riunificazione di Cipro come stato indipendente, venne aggiunto il giallo, il colore della bandiera della Repubblica di Cipro, un simbolo di sovranità e indipendenza. Analogamente, lungo la Green Line erano solite sventolare unicamente bandiere greche dalla parte greco-cipriota, ma dopo il 1974 venne aggiunta anche la bandiera della Repubblica di Cipro. Dalla parte turco-cipriota, vi era inizialmente solo la bandiera della Turchia, mentre successivamente venne aggiunta quella dell’autoproclamatasi Repubblica Turca di Cipro del Nord [TRNC]. La colomba al centro del logotipo greco-cipriota si dice simbolizzi un desiderio di pace, associato alla riunificazione di Cipro e Nicosia.5 Il logotipo greco-cipriota evita quindi l’utilizzo di simboli etnoreligiosi (utilizzati dal logotipo turco-cipriota) ed è orientato verso la pace, forse anche con un’allusione ad un passato pacifico secondo la nozione di “passata coesistenza pacifica”.
I nomi con i quali è nota la linea del cessate il fuoco controllata dalle Nazioni Unite che divide Nicosia sono impregnati di associazioni intrinseche e rivelano le aspirazioni delle due parti. La Green Line (Yeshil Hat in turco, Prasini Grammi in greco) è una linea piuttosto neutrale. Numerosi greco-ciprioti associano questo nome solo al 1974, pensando che la sua instaurazione risalga a quell’anno, dal momento che la nozione di divisione è unicamente associata agli eventi del 1974. I turco-ciprioti possono chiamarla Ara Bolgesi (area intermedia) o sinir (confine), laddove quest’ultima denominazione è finalizzata al tentativo di elevare la Green Line alla condizione di confine interstato. Per i greco-ciprioti è un ostacolo che dovrebbe venire rimosso e per questo motivo la chiamano “grammi tou aischous” (linea della vergogna) o “grammi Attila” (linea di Attila), laddove quest’ultima denominazione la associa alle barbarie e al nome dello storico condottiero degli Unni. “Zona morta” (Nekri Zoni) è un altro nome greco-cipriota. Per i greco-ciprioti non è soltanto una divisione iniqua, ma anche un confine minaccioso dato dalla temibile presenza dell’esercito turco a nord. La nozione di esistenza in una capitale divisa è molto più pronunciata tra i greco-ciprioti: essi percepiscono Nicosia come “Lefkosia divisa”. Per i turco-ciprioti, Nicosia è ufficialmente Lefkosha, la loro capitale, e niente altro. Per i turco-ciprioti, oltre la divisione si trova la capitale di un altro stato. La linea viene rappresentata ufficialmente come una barriera che offre loro protezione e sicurezza nei confronti di un’ulteriore aggressione da parte dei greco-ciprioti: viene messo in dubbio anche il concetto della sua eliminazione. Le due prospettive differenti del passato e del futuro di Nicosia sono evidenti nelle contrastanti strutture fisiche comprendenti entrambe le parti della Green Line. Dalla parte turco-cipriota si tratta di mura permanenti, mura che interrompono bruscamente strade che un tempo proseguivano oltre; dalla parte greco-cipriota esse sono costruzioni temporanee, costituite da sacchi di sabbia e filo spinato che possono facilmente venire rimossi.
Entrambe le parti emettono ferventi dichiarazioni di indipendenza e sovranità. I greco-ciprioti sostengono che la Repubblica di Cipro sia uno stato completamente indipendente e corrisponda quindi de jure (sebbene non de facto) con il governo di Cipro nel suo complesso. I turco-ciprioti sostengono che la TRNC, internazionalmente non riconosciuta (ad eccezione della Turchia), sia uno stato indipendente per proprio diritto. Pur tuttavia, le bandiere utilizzate lungo la Green Line raccontano una storia differente. Mentre i due governi dichiarano l’indipendenza, le bandiere delle due “madrepatrie” sventolano a fianco di quella di ciascun governo: la bandiera della Turchia e della TRNC di fronte a quelle della Grecia e della Repubblica di Cipro (con la bandiera delle Nazioni Unite, frapposta tra esse, sui checkpoint delle Nazioni Unite all’interno della Green Line).
Al centro e ai margini
Nicosia si trova al centro dell’isola. La divisione di Cipro stava tuttavia ad indicare che si è ritrovata ai margini di ciascun governo, divisa tra i due. Ciononostante, la nozione di centro è alla base delle rappresentazioni di Nicosia di entrambe le fazioni, in particolare con riferimento alla sua localizzazione all’interno del centro contemporaneo dell’”Occidente”. Come è stato sottolineato precedentemente, entrambe le parti utilizzano rappresentazioni delle mura veneziane nei loro simboli di Nicosia. In questo modo vengono rivelati i loro atteggiamenti eurocentrici condivisi. Le mura veneziane, come simbolo di eredità occidentale, sono incorporate all’interno dei due logotipi poiché entrambe le parti fanno riferimento ai monumenti occidentali in tutta Cipro come se fossero semplicemente “propri” o parte della loro eredità che stabilisce un legame con l’”Occidente”. Al contrario, come verrà indicato di seguito, quando si arriva a considerare i monumenti dell’altra comunità di Cipro questo discorso perde validità. Le recenti aspirazioni delle due parti di entrare a far parte dell’Unione Europea ha fornito un ulteriore slancio alla tendenza a sottoscrivere ed evidenziare simbolicamente i monumenti occidentali. Dal momento che le mura veneziane furono costruite con l’intento di respingere gli Ottomani e considerato che per questo scopo i veneziani rasero al suolo numerose abitazioni locali e chiese ortodosse, i loro significati occidentali le innalzarono alla condizione di un prestigioso monumento contemporaneo.
Un punto di riferimento occidentale particolarmente potente per i greco-ciprioti è stato il muro di Berlino. Accanto alla Green Line a Nicosia sud un bar è stato chiamato “Check Point Charlie, Berlin No. 2”. Dopo la riunificazione della Germania venne apposto un cartello alla fine di Ledra Street, il punto in cui la maggior parte di turisti e di dignitari stranieri si fermava per osservare la Green Line dalla parte greco-cipriota. In quel luogo è stato altresì fondato un centro informazioni con varie fotografie e pubblicazioni ufficiali greco-cipriote. Sul cartello continua a riecheggiare la frase: “L’ultima capitale divisa”. Un riferimento ancora più esplicito a Berlino venne fatto su un cartellone ufficiale greco-cipriota, raffigurante un muro crollato passante attraverso una città non identificata, che poi proseguiva integro attraverso le mura circolari di Nicosia. Il titolo era “Nicosia: la sola capitale divisa in Europa” e l’intestazione si riferiva alla speranza della riunificazione di Nicosia successivamente alla caduta del muro di Berlino. Si tratta di un’interessante rappresentazione articolata in numerosi modi, non da ultimo per il fatto di posizionare esplicitamente Nicosia all’interno di un contesto europeo. Se fosse stata ipoteticamente posta nel contesto del Medio Oriente, la vicina presenza della Gerusalemme divisa e di Beirut non avrebbe consentito la presentazione di forte impatto della dichiarazione di “Ultima capitale divisa”.6 Ciò vale in modo particolare per Beirut, la cui linea divisoria porta esattamente lo stesso nome di quella di Nicosia, “Green Line” a causa della crescita incontrollata della vegetazione all’interno della divisione. Pur tuttavia, molti greco-ciprioti e turco-ciprioti rimangono all’oscuro della presenza di un’altra Green Line ad una distanza così ravvicinata. Persino all’interno di un contesto europeo, la presenza di Belfast, e successivamente di Sarajevo, sottopongono le dichiarazioni retoriche all’unicità della problematica di Nicosia.
Bollens (1999, pagg. 3-18) fornisce una discussione utile e illuminante sulle città divise e contese. La sua ampia discussione in merito a tali siti urbani suggerisce che un contesto importante per l’esame di Nicosia sarebbe quello di altri siti, come Beirut, Sarajevo, Gerusalemme, Belfast, Montreal (o persino Brussel come un esempio più positivo), piuttosto ad esempio di Johannesburg, Nuova Deli, Hong Kong, o Algeri. Anche Londra e New York possono venire considerate come Città Divise, come suggerisce il titolo di un’importante analisi comparativa sugli abitanti di queste realtà urbane (Fainstein, Gordon and Harloe, 1992). Mentre tutte le città e le capitali contengono tipologie differenti di divisioni e confini (come quelli dati dalla razza, dalla classe, dal genere, dall’etnicità, ecc.), la questione è per la precisione quale tipo di confine è rilevante per il caso in esame. La particolare categoria in cui si inserisce Nicosia la pone in un contesto di conflitto etno-nazionale, nel quale gruppi in competizione mirano alla sovranità dello stato o alla secessione, il che significa una città divisa o una capitale.
Istambul Road diventa Athena Avenue
Le mura circolari della città vecchia di Nicosia sono percorse internamente da una strada circolare che porta vari nomi. In un determinato punto della parte greco-cipriota è denominata Athena Avenue, da cui derivano associazioni con l’antica dea greca e con la capitale della Grecia. Un po’ più oltre, dopo la Green Line, diventa la Istanbul Avenue all’interno della parte turco-cipriota. Questa sezione ha a che vedere con inscrizioni ufficiali nel panorama urbano di Nicosia, ricollegandosi innanzitutto ai modi in cui le ideologie vengono inscritte nel paesaggio attraverso il ricorso a nomi di strade, nomi di luoghi, monumenti, ecc. I processi alla base di cancellazioni ufficiali, intese come tracce lasciate da altri e fatte scomparire, sono altrettanto significativi e connessi dialetticamente a quanto enunciato sopra. Dato il significato simbolico di qualsiasi capitale, tra le altre cose, in quanto centro dell’ideologia di uno stato, tali processi di inscrizione e cancellazione tendono ad essere particolarmente marcati in tali luoghi.
Le mappe prodotte in differenti frangenti storici costituiscono un utile mezzo per l’esplorazione dei processi storici di inscrizione e cancellazione. La prima mappa “ufficiale” nell’era della moderna cartografia “scientifica” è quella di Kitchener (mappa di Nicosia del 1878).7 Poche strade della città fortificata hanno un nome, ma la presenza dei coloni è resa immediatamente evidente da nomi di strade come Victoria, Albert e George. Su questa mappa i bastioni delle mura mantengono i loro nomi ottomani, ma in altre più recenti i britannici ripristinano i precedenti nomi veneziani dei bastioni. Le mappe della Repubblica di Cipro e quelle greco-cipriote in generale conservano i nomi veneziani, mentre le mappe turco-cipriote prodotte successivamente al 1974 mostrano i bastioni con nomi ottomani (Zesimou 1998, pagg. 257-259). Nei primi anni del ventesimo secolo i britannici consentirono alle due comunità di assegnare i loro nomi alle strade (Michaelidou 1977, pag. 21). Essendosi piazzati saldamente all’interno delle “comunità immaginate” (Anderson 1983) della Grecia e della Turchia, i nomi delle strade espressero in vari modi l’identificazione con le due “madrepatrie” (mitera-patrida in greco, anavatan in turco). I nomi adottati si riferivano ad aree geografiche, città, luoghi, ecc. in Grecia e in Turchia, mentre altri si riferivano a importanti personalità delle rispettive storie nazionali. Anche durante il periodo colonialista, i nomi dei luoghi furono oggetto di contesa tra i due gruppi etnici. Il nome turco Tophane, ad esempio, venne sostituito intorno alla fine degli anni quaranta dal nome greco Agios Andreas, dando adito a clamorose lamentele da parte dei turco-ciprioti (Gurkan 1989: 160).
Se il periodo prima del 1960 fu un’epoca di inscrizioni coincidenti con identificazioni nazionali, le decadi che seguirono furono tempi di cancellazione e reiscrizione. A partire dalla fine del 1963 molti turco-ciprioti abbandonarono le loro abitazioni e si trasferirono in altre aree che divennero enclave autoamministrate; seguì a breve distanza l’instaurazione della Green Line lungo la Hermes Street, che divenne un’area di spargimenti di sangue, in cui di fatto ebbero inizio le uccisioni. Trasformandosi in una Zona Morta, la Hermes Street divenne effettivamente la connessione con Hermes, questa volta non inteso come il dio dei commercianti, ma come psychopompos, colui che dirigeva le anime dei morti nell’Ade. La nuova Zona Morta acquisì presto il proprio Cerbero. Ciò avvenne indicativamente durante il processo di cancellazione dei nomi turchi delle strade dalle aree abbandonate dai turco-ciprioti (Zesimou 1998, pag. 261). Quest’azione implicava non solo un atteggiamento di intolleranza, ma era altresì fondata sulla premessa che coloro che se ne andavano fossero indesiderati e che non se ne attendesse il ritorno (come è altresì rivelato dal successivo processo più massiccio di cancellazione questa volta ad opera dei turco-ciprioti). Il nome turco Chinar (platano) Street nel quartiere di Tahtakala, vicino alla Zona Morta, fu cambiato in un nome greco: Cerberus Street.
Dopo il 1974 tuttavia, la situazione cambiò in modo significativo. In primo luogo, un processo molto più pronunciato di cancellazione fu instigato dalle autorità turco-cipriote, che modificarono tutti i nomi dei luoghi a nord in nomi turchi (King and Ladbury 1982). In secondo luogo, cambiò l’atteggiamento delle autorità greco-cipriote in merito ai nomi turchi di luoghi e monumenti. Premesso che precedentemente i nomi turchi dei luoghi erano stati modificati e i monumenti turchi o ottomani erano stati trascurati o lasciati andare in rovina, i greco-ciprioti preservarono a partire dal 1974 tutti i nomi turchi e iniziarono ad occuparsi almeno di alcuni monumenti, in particolare le moschee. Dal momento che i greco-ciprioti desideravano il ritorno dei rifugiati greco-ciprioti al nord, il ché significava che i turco-ciprioti che vivevano nelle abitazioni dei greco-ciprioti sarebbero dovuti ritornare al sud, essi preservarono le moschee e i nomi turchi dei luoghi. Quando ad esempio i rifugiati greco-ciprioti che si trasferirono nell’Insediamento di Rifugiati di Tahtakalas chiesero che venisse modificato il nome (turco) Tahtakalas, la risposta da parte delle autorità fu negativa (Papadakis 1993: 185-188). Ciò non era soltanto connesso ad una strategia mirata ad incoraggiare il ritorno dei turco-ciprioti, ma si riferiva altresì alle pesanti accuse sollevate dalle autorità greco-cipriote contro le autorità turco-cipriote, in cui a queste ultime veniva addossata la responsabilità della distruzione o dello stato di abbandono di monumenti greci o ortodossi al nord e della modifica di tutti i nomi dei luoghi.8 Venne gradualmente cancellata dalla mappa la maggior parte dei nomi inglesi delle strade concentrate sul versante turco-cipriota (Gurkan 1989, pagg. 172-3).
Le mappe raffiguranti spazi contesi come quella riguardante Nicosia si trasformano facilmente in dichiarazioni simboliche e ideologiche. Le mura circolari, ad esempio, sono spesso presentate sulle mappe greco-cipriote in modo da suggerire che una linea intersecante – una linea che divide il cerchio – è una violazione della naturale continuità di un cerchio ed è quindi inaccettabile. Al contrario, le mappe turco-cipriote posizionano talvolta la parte nord della città fortificata alla base della cornice della mappa, eliminando così completamente dalla vista il sud. Lefkosha viene presentata come completa e isolata, in linea con la politica ufficiale discussa precedentemente. Solitamente, le mappe di Nicosia di una delle due parti presentano l’altra come uno spazio vuoto.9
I monumenti – storici o commemorativi di recente costruzione – sono luoghi significativi per l’inscrizione di ideologie nazionali. L’incuria generale dei monumenti dell’una o dell’altra parte, tuttavia attualmente molto più pronunciata dalla parte turco-cipriota, ha significato che questa città si sta evolvendo gradualmente passando da un luogo multiculturale ad una parte greca e turca culturalmente omogenea (in linea con i dati demografici in evoluzione verso due parti etnicamente omogenee).
Canefe (2001) suggerisce che nella parte turco-cipriota di Nicosia le rappresentazioni del passato assumono due forme. La prima si riferisce alla grandezza dell’impero ottomano e la seconda si riferisce alle sofferenze dei turco-ciprioti oppressi dai greco-ciprioti come un aspetto determinante dell’identità turco-cipriota. Luoghi come bagni turchi (Buyuk Hamam), caravanserragli (Kumarcilar, Buyuk), moschee, tombe di combattenti ottomani uccisi durante la conquista di Nicosia (Aziz Effendi, Kurt Baba) sono stati ristrutturati e celebrati come parte di una gloriosa eredità ottomana. Scrittori turco-ciprioti e pubblicazioni ufficiali turco-cipriote (ad esempio la North Cyprus Tourist Map n.d.) suggeriscono spesso che il periodo ottomano ha fornito le influenze primarie per la formazione della Nicosia contemporanea.10
Uno dei monumenti più interessanti, simbolizzante sia l’identificazione con la Turchia, sia la sofferenza dei turco-ciprioti, è la statua di Ataturk, il fondatore dello stato turco, il “padre dei turchi”, come sta a significare la sua traduzione del suo nome, dedicata a quest’ultimo dal nuovo parlamento dello stato turco. Questa statua è situata in prossimità di Kyrenia Gate (porta di Kyrenia) a Nicosia Nord. É parzialmente danneggiata e nel corso della mia ricerca a Nicosia Nord, la mia guida ufficiale ha puntualizzato che non era stata riparata di proposito per ricordare ai turco-ciprioti la violenza dei greco-ciprioti, “che venne addirittura indirizzata contro le nostre statue”. Molte cerimonie e commemorazioni ufficiali turco-cipriote hanno luogo ai piedi della statua di Ataturk, che si trasforma così in un luogo di unione simbolica tra la TRNC e la Turchia (in linea con varie misure integrazioniste adottate dalle autorità turco-cipriote). Il monumento più straordinario nella Nicosia Nord, che rievoca le sofferenze dei turco-ciprioti causate dai greco-ciprioti e incorpora numerosi aspetti della rappresentazione ufficiale turco-cipriota del passato, è un monumento situato fuori Nicosia verso Kyrenia: il monumento “We Will Not Forget” (Killoran 1994, pagg. 220-242). Un lato mostra una donna che sorregge un caduto con l’inscrizione “Unutmayacagiz” (We Will not Forget) [non dimenticheremo], mentre l’altro lato mostra una ragazza e una donna con le braccia allungate nell’atto di sorreggere una torcia al di sopra di una citazione di Ataturk: “Youth, You Are the Ones That Strengthen and Maintain Our Confidence in the Future” [Siete voi, giovani, che rafforzate e mantenete la nostra fiducia nel futuro]. Un altro lato mostra Denktash, il leader turco-cipriota, accanto a Kuchuk, un famoso politico, con un proclama di Denktash: “The Nation That Has Learned Freedom’s Secret from its Martyrs Cannot Be Enslaved” [La nazione che ha imparato il segreto della libertà dai propri martiri non può essere ridotta in schiavitù]. “We Will not Forget” è il simbolo ufficiale dominante turco-cipriota riguardante la memoria sociale. Si riferisce al periodo degli anni sessanta e il suo messaggio che non ha bisogno di essere esplicitato (poiché è a tutti fin troppo noto) è “non dimenticheremo le atrocità greco-cipriote e la nostra sofferenza passata”.
Il riferimento ufficiale greco-cipriota alla memoria sociale è riassunto in modo analogo: “I Don’t Forget (Den Xehno)” [Non dimentico]. Questa dicitura richiama il 1974 e i rifugiati che “non dimenticano le loro case e i loro villaggi nella aree occupate”. Compare spesso lungo la Green Line nella parte inferiore di una mappa di Cipro, in cui la parte nord è stata dipinta di rosso come se grondasse sangue (una scelta significativa dal momento che il rosso è anche il colore della bandiera turca). La memoria sociale greco-cipriota è incentrata sul 1974 e sulla sofferenza causata dall’offensiva militare turca, mentre la memoria sociale turco-cipriota è radicata nel conflitto interetnico degli anni sessanta e nella loro sofferenza all’interno delle enclavi. Mentre per i greco-ciprioti il principale istigatore del male è la Turchia (considerata altresì la politica di riconciliazione verso i turco-ciprioti e la nozione di passata coesistenza pacifica), i turco-ciprioti vedono nei greco-ciprioti il loro acerrimo nemico. In un determinato punto lungo la Green Line i due simboli di memoria sociale si confrontano l’uno con l’altro: “Non dimentico” è scritto in greco da un lato e la risposta scritta in turco sul lato opposto è: ”Neanche noi dimentichiamo il massacro”. Le capitali sono anche le sedi di musei, istituiti con l’intento di educare allo stesso modo i locali e i visitatori. La prossima sezione descrive i musei creati dopo il 1960 allo scopo di fornire un insegnamento sulla recente storia politica dell’isola.
Museo della Lotta Nazionale (Milli Mucadele Muzesi) e Museo della Lotta Nazionale (Mouseio Ethnikou Agona)11
I due musei hanno esattamente lo stesso nome, uno in greco, l’altro in turco, e sono situati ad entrambi i lati della Green Line, all’interno delle mura della Città Vecchia. All’interno e all’esterno di questi due musei sventolano le bandiere delle rispettive “madrepatrie”: la bandiera della Turchia e quella della Grecia. Sono dedicati alla commemorazione della lotta dei combattenti per la liberazione nazionale, quelli appartenenti alla EOKA per i greco-ciprioti e quelli appartenenti alla TMT per i turchi-ciprioti. A Nicosia, altri due luoghi di rilievo sono i cimiteri-monumento per i combattenti: Filakismena Mnimata (Tombe Imprigionate) a sud per i combattenti della EOKA e Shehitlik (Martirio) a nord per i combattenti della TMT.
Il museo greco-cipriota della lotta nazionale venne costruito negli anni sessanta in commemorazione della lotta combattuta dalla EOKA contro i britannici dal 1955 al 1960, la lotta per l’enosis (unione con la Grecia) che terminò tuttavia con l’instaurazione dello stato indipendente di Cipro. La “comunità immaginata” che viene costruita nel contesto del museo è quella “ellenica” all’interno della quale sono posizionati i greco-ciprioti. Le lettere EOKA vengono sillabate utilizzando fotografie di eroi caduti. In esposizione vi sono pistole che indicano quanto ben equipaggiati fossero i britannici rispetto ai combattenti della EOKA. Nel museo, per lo più concentrato sulla lotta tra i britannici e i greco-ciprioti, vengono fatti solo rapidi rimandi ai turco-ciprioti. Tuttavia, essi sono significativi per il fatto di rivelare il modo in cui a quell’epoca i turco-ciprioti fossero considerati come nemici, affiancati o sfruttati dai britannici e come li si ritenesse responsabili di atrocità contro i greco-ciprioti. Nel contesto di questo museo si fa riferimento ai turco-ciprioti assoldati dai britannici come poliziotti ausiliari contro l’insurrezione dell’EOKA e ad un evento durante il quale i greco-ciprioti vennero uccisi con coltelli da macellaio per mano dei turco-ciprioti (con i coltelli in esposizione). Questa narrativa storica pone inoltre i turco-ciprioti nella posizione di “resti di invasori stranieri”. Ciò è in contrasto con i greco-ciprioti per i quali viene rivendicato che la loro presenza e continuità storiche risalgono al XIV secolo aC, da cui deriva il loro diritto esclusivo di abitanti e proprietari di Cipro. Ciononostante, successivamente al 1974, la narrativa storica greco-cipriota dominante sposta l’enfasi sul concetto di “coesistenza pacifica” con i turco-ciprioti, ora trattati come “compatrioti” e considerati aventi gli stessi diritti di cittadinanza a Cipro. Inoltre, l’ideale di enosis, che doveva essere promosso dal museo nella speranza di una lotta continua per un’eventuale enosis, si dissolse come richiesta popolare e la riunificazione di Cipro divenne il nuovo obiettivo politico. Per queste ragioni, il museo perse gran parte del proprio valore e della propria influenza e cadde in una condizione di estremo degrado.
Il museo turco-cipriota venne edificato nel 1978 e fu costruito specificatamente allo scopo di alloggiare questo museo. Questa volta, le lettere TMT sono sillabate utilizzando fotografie e combattenti caduti e il confronto viene incentrato sulle pistole utilizzate dalla TMT e le pistole utilizzate dai greco-ciprioti al fine di mostrare la forza militare di questi ultimi. In questo museo, i greco-ciprioti vengono presentati come acerrimi nemici e viene fatto solo un rapido rimando ai britannici. La narrativa storica del museo inizia con la conquista ottomana di Cipro nel XVI secolo, suggerendo che Cipro è stata “turca” per la maggior parte della propria storia (se si ritiene che la sua storia sia iniziata nel XVI secolo) e ponendo in tal modo implicitamente la Turchia e i turco-ciprioti nella posizione di proprietari storicamente legittimi dell’isola. Il museo è organizzato in rigoroso ordine cronologico e il suo design architettonico è stato creato allo scopo di evocare determinate sensazioni nei visitatori che percorrono questa narrativa storica lineare. Il museo è dedicato principalmente alla rappresentazione delle atrocità greco-cipriote e delle sofferenze subite dai turco-ciprioti e la sezione più estesa fa riferimento al periodo compreso tra il 1963 e il 1974. Questa sezione del museo è un corridoio lungo e piuttosto buio che mostra ad entrambi i lati fosse comuni per i turco-ciprioti, fotografie di rifugiati turco-ciprioti, pistole e quadri. Il corridoio relativamente buio e stretto conduce all’interno dell’ultima sezione che è dedicata al 1974 e che è strutturata in modo da formare un’ampia stanza, ben illuminata, spaziosa e dagli alti soffitti. Il relativo pieghevole spiega che il corridoio è stato costruito allo scopo di creare la sensazione di chiusura e sofferenza vissuta dai turco-ciprioti, mentre l’ultima stanza è dedicata all’”Operazione felice di pace del 1974” (Mutlu Barish Harekati) ed è progettata per ricreare la sensazione di libertà e sollievo e la prospettiva di un futuro luminoso. Dal momento che questa è attualmente l’interpretazione turco-cipriota del passato, ufficialmente approvata, questo museo è mantenuto in ottime condizioni per i turisti e i bambini in visita scolastica. Se il museo greco-cipriota ha già perso il proprio valore a causa delle mutevoli aspirazioni politiche, il museo turco-cipriota solleva questioni importati in merito al proprio posto in una futura Cipro, qualora venga trovata una soluzione qualsiasi. Ciononostante, entrambi i musei condividuono una rappresentazione fortemente etnocentrica e selettiva del passato.
Subito fuori dalle mura e in prossimità della Green Line si trova un altro museo turco-cipriota: “Il Museo della Barbarie”. Si tratta della casa in cui visse con la propria famiglia un medico di origina turca al servizio del contingente turco (facente capo alla costituzione del 1960). Durante gli episodi di violenza interetnica del dicembre 1963, sua moglie e tre bambini vennero uccisi in quella casa da soldati irregolari greco-ciprioti. Questo è di gran lunga il museo più inquietante dell’isola. L’interno del bagno in cui ebbero luogo gli omicidi è stato lasciato intatto, con didascalie che spiegano che le macchie sui muri sono il vero sangue delle quattro vittime. Dal mio punto di vista è un museo doppiamente inquietante. Innanzitutto per la violenza che è stata commessa al suo interno, e secondariamente per il fatto che la violenza di queste tragiche morti è stata utilizzata per supportare la retorica ufficiale turco-cipriota imperniata sul concetto di “greco-ciprioti barbari, assetati di sangue”, finalizzata ad incrementare l’odio interetnico.
Luogo e non Luogo
La sua effettiva condizione di città divisa fa di Nicosia un luogo inconsueto. Ma che genere di luogo è esattamente Nicosia, una città caratterizzata da spostamenti di vario tipo? De Certeau (1984) e Auge (1995) hanno scritto ampiamente su “luoghi” e “non luoghi” e la loro analisi possiede implicazioni interessanti per la costruzione di “luoghi” e “non luoghi” a Nicosia. L’approccio di De Certeau pone enfasi sulla prassi, sul modo in cui gli attori sociali reinterpretano, manipolano e utilizzano tatticamente costruzioni ufficiali per i loro propri fini. Un “luogo” è ciò che si trova all’opposto di “spazio vero e proprio” (De Certeau 1984, pagg. 36, 38, 94). Lo spazio vero e proprio viene costruito dall’alto da funzionari e urbanisti sulla base di considerazioni razionaliste o politiche. Le analisi precedenti di Nicosia in cui venivano coinvolte costruzioni ufficiali (denominazioni, cancellazioni, musei e monumenti) erano essenzialmente limitate agli “spazi veri e propri”. Tuttavia, gli attori locali (le “autorità locali” nella terminologia di De Certeau) danno significati locali agli “spazi veri e propri” mentre li percorrono, vivono in essi e li impregnano dei loro ricordi e significati, in breve, mentre agiscono in mezzo ad essi. Auge teorizza un altro tipo di contrasto, questa volta tra “luogo” e “non luogo”. Il primo viene definito come un luogo identitario, relazionale e storico (1995, pag. 52); il secondo, in quanto “non luogo” manca di tali qualità. La sua argomentazione è strutturata in termini di cambiamenti globali associati al concetto di “supermodernità” e in particolare alla mobilità accentuata che essa richiede. Dal momento che le persone sono in continuo spostamento, esse arrivano ad “abitare” sempre più luoghi di transizione (sale d’attesa di aeroporti, automobili, treni, sobborghi dai quali si spostano in breve per andare altrove) e in quest’epoca di mobilità il trasferimento è più una regola che un’eccezione.13 Un modo in cui gli attori sociali locali costruiscono i loro propri luoghi, nell’interpretazione di De Certeau, è attraverso l’utilizzo di nomi. Hora (in greco) e Sheher (in turco) sono i nomi più confidenziali con i quali è nota Nicosia, ma Hora è stato spesso utilizzato anche dai turco-ciprioti. I nomi ufficiali e il significato di luoghi ufficiali possono venire sovvertiti dagli attori sociali che scelgono nomi differenti o trasformano i significati di nomi ufficiali. Vari esempi di tali sovvertimenti tra i turco-ciprioti vengono forniti da Killoran (1994; 1998). I membri dell’opposizione dell’ala di sinistra della parte turco-cipriota (coloro che sono maggiormente impegnati verso una soluzione di compromesso e deprecano la retorica ufficiale che sottolinea l’animosità), spesso, ad esempio, hanno scelto di non utilizzare il nome ufficiale “Ataturk Square” (con i suoi collegamenti espliciti alla storia e all’identità turche) e hanno invece fatto ricorso al nome precedente “Sarayonu” (1994, pag. 183). Si dovrebbe altresì notare in questo caso che in generale la sinistra turco-cipriota ha lasciato una nozione di identità cipriota che vede i greco-ciprioti e i turco-ciprioti uniti tra loro, contrariamente all’identità turca esposta ufficialmente dalla destra. Il significato del monumento “We Will Not Forget” è stato trasformato quando i sostenitori del PKK scrissero l’acronimo con bombolette spray sopra l’iscrizione (1994, pag. 226). In un altro caso, un direttore del folklore opposizionale turco-cipriota dichiarò ironicamente: “Ah, l’ho già dimenticato” mentre passava davanti al monumento (1998, pag. 162). I musei sono stati a volte oggetto di scherno, ad esempio quando i turco-ciprioti dell’ala di sinistra suggerirono che un museo più appropriato sarebbe stato un “Museo della Povertà, della Miseria e dei Salari Minimi” (1994, pag. 207). Durante la mia ricerca personale, l’onnipresente sguardo severo di Ataturk dalle montagne e dagli edifici, e le sue maschere o foto piazzate sui muri all’interno degli edifici fu spesso preso in giro dai miei genitori che si divertivano a spaventare i loro bambini dicendo “Non farlo, Ataturk sta guardando”.
Passando ora alla parte greco-cipriota, gli abitanti dell’area di Tahtakalas potevano impiegare un nome differente come “Akritikes Enories (Fedeli ai Margini)” mentre lottavano per dare mostra di sé come eroici guardiani del confine, come il famoso Akrites che era solito sorvegliare le frontiere dell’Impero Bizantino. Per quanto riguarda nomi propri designati ufficialmente, De Certeau suggerisce che anche nel caso in cui vengano utilizzati possono acquisire connotazioni differenti. Se ad esempio viene menzionata la “Soutsou Street” dalla parte greco-cipriota, l’associazione creata dall’ascoltatore non è (sebbene intesa ufficialmente) con la famosa figura letteraria derivante dalla Grecia, ma con prostitute che lavorano lungo quella strada. Analogamente, la menzione di “Rigenis Street” non richiama alla mente la gloriosa regina che governò Cipro, quanto piuttosto i locali per il cabaret di infimo ordine per i quali è nota.
Come suggerito innanzi, Nicosia è stata la sede di trasferimenti involontari a partire dalla fine degli anni cinquanta e più in particolare nei periodi compresi tra il 1963 e 1974. A tale riguardo è estremamente interessante esaminare la costruzione ufficiale di luoghi da ciascuna delle due parti, facendo riferimento ai profughi. Per i turco-ciprioti, il nord viene ufficialmente definito come il loro paese, la loro terra natia. Viene suggerito che il loro spostamento dalle proprie abitazioni al sud fu di fatto uno spostamento verso quella che consideravano la loro casa reale e permanente. Per questa ragione, tracce di passate presenze greco-cipriote vennero cancellate e sostituite da passati pregni di significati turchi. I turco-ciprioti vengono incoraggiati a dimenticare i loro vecchi villaggi e ad associarli solo a ricordi negativi di persecuzione. Ciononostante, i profughi turco-ciprioti vennero inseriti all’interno di comunità con i loro precedenti compaesani.14 Ciò che li tiene uniti è quindi questa vita vissuta precedentemente insieme, una vita che tuttavia non sono tenuti a ricordare e certamente non con alcun segno di nostalgia. I turco-ciprioti non dovevano sentirsi come rifugiati, come profughi. Così, ufficialmente, il nord è il loro posto, la loro casa, malgrado la mancanza di ricordi e di associazioni emotive che lo renderebbero tale.
Per i greco-ciprioti la situazione è rovesciata. Ai rifugiati venivano sempre ricordate le loro case al nord e venivano incoraggiati a pensare ad esse come le loro vere case. In questo senso, la politica ufficiale greco-cipriota era quella di creare solo “non luoghi” transitori per i rifugiati greco-ciprioti che si erano trasferito al sud, luoghi che non avrebbero mai considerato come la loro residenza permanente. La forte dose di nostalgia per le loro vecchie case e per i loro vecchi villaggi diventò una parte significativa della politica ufficiale. Questi greco-ciprioti e i loro figli, si sarebbero sempre sentiti come rifugiati. Malgrado ciò, i rifugiati greco-ciprioti vennero riforniti indiscriminatamente di nuove abitazioni e i loro insediamenti contengono persone provenienti da numerosi villaggi e città. Così, da un lato, vengono incoraggiati a considerarsi membri di una comunità (il villaggio precedente) non più esistente, mentre dall’altro lato, vennero uniti a persone provenienti da altri villaggi, con le quali non erano in grado di condividere ricordi delle loro vite passate.
Per molti altri, da entrambe le parti, si potrebbe dire che vivessero in “non luoghi”, anche se in un senso differente da quello proposto da Auge: un senso di alienazione e oppressione, talvolta ai limiti della schiavizzazione nell’assenza totale di diritti. Si tratta dei cosiddetti emigrati volontari, persone provenienti da innumerevoli paesi, le cui misere condizioni di vita li condussero a Cipro in cerca di un impiego temporaneo e di un futuro migliore. Dalla parte greco-cipriota questi ultimi comprendono principalmente persone dell’Est, provenienti dal Medio Oriente (soprattutto lavoratori di sesso maschile originari di luoghi come la Siria e l’Egitto) o dall’Estremo Oriente (soprattutto donne dello Sri Lanka e delle Filippine impiegate come collaboratrici domestiche, o uomini originari dell’India e del Pakistan che svolgono il lavoro di operai), o persino provenienti da paesi dell’ex blocco dell’est (donne russe, polacche, moldave che lavorano nei cabaret e nel giro della prostituzione). Si tratta di persone il cui trasferimento fu indotto dai processi sociali creati dal capitalismo globale, in cui le forze della domanda e dell’offerta di manodopera a basso costo per sgradite occupazioni domestiche condussero a flussi dettati da differenziali di prezzo, rinforzati da agitazioni interne politiche, sociali ed economiche nelle loro terre natie. Talvolta, specialmente nel caso di donne provenienti dall’ex blocco dell’est, esse vennero costrette a prostituirsi non appena arrivarono a Cipro, o vennero impiegate in condizioni molto più dure rispetto alle loro aspettative. Le vite di queste persone sono strettamente controllate e monitorate e viene loro consentita una scarsa libertà di movimento limitata a poche ore settimanali, di domenica, quando escono. Questi profughi vivono un’esistenza nell’ombra in oscuri cabaret o riparati nei parchi dove si incontrano alla domenica e rinascono letteralmente come persone in compagnia di amici, lontano dallo sguardo e dal controllo dei loro datori di lavoro e degli altri ciprioti. La loro presenza talvolta illecita, le reti criminali che li controllano e la loro mancanza di organizzazione, li hanno privati della possibilità di reclamare qualsiasi diritto.
Gruppi di questo tipo esistono anche nella parte turco-cipriota, sebbene in numeri e proporzioni molto più ridotti rispetto alla parte greco-cipriota. La presenza di donne provenienti dall’ex blocco dell’est (le Natashas, come vengono definite) è marcata, ma vi è una presenza molto più accentuata di lavoratori stagionali e temporanei di sesso maschile, provenienti dalla Turchia.15 Molti di loro giungono qui per lavori occasionali e li si può vedere seduti intorno alla statua ferita di Ataturk di primo mattino, in attesa che i turco-ciprioti li carichino sui camion. Altri arrivano nella veste di “agenti di commercio”, trainando grosse valige su ruote per vendere articoli provenienti dalla Turchia e ritornare con merce prodotta a Cipro. Spesso trattati con freddezza, guardati dall’alto al basso dai turco-ciprioti e accusati di avere reso Nicosia un luogo pericoloso in cui vivere, molti di loro vivono in pansyions a poco prezzo nella vecchia Nicosia, in gruppi di cinque-dieci persone in una stanza.16 Li si può vedere intenti a mangiare l’economica pide turca (una base piana di pasta di farina di frumento sormontata da un po’ di carne o di verdura) preparata all’interno di ristoranti gestiti da altri turchi che offrono loro i propri servizi, o seduti in coffee-shop per soli uomini, intenti a guardare una partita di calcio e a bere chay (tè) da piccoli bicchieri secondo l’usanza turca (non il più costoso caffé che viene normalmente bevuto dai turco-ciprioti).
Tra le parti e al di sotto del suolo
Il paradosso dei confini risiede nel fatto che essi fungono al contempo da divisione e da luogo di contatto. Il Ledra Palace hotel, sotto il controllo dalle Nazioni Unite e situato subito fuori le mura, è il primo luogo da dove i turisti e, meno occasionalmente, i ciprioti possono passare dall’altra parte, ed è al contempo un punto di contatti multipli che hanno luogo al suo interno. I due checkpoint ad entrambi i lati sono coperti da proclami, poster, graffiti e dichiarazioni che riflettono le posizioni delle due parti in merito al problema di Cipro. La costruzione fisica dei checkpoint è di per sé eloquente. Il checkpoint greco-cipriota è strutturato come una piccola costruzione temporanea, mentre il checkpoint turco-cipriota è un’ampia struttura di cemento a due piani con un’insegna posta in cima ad esso su cui viene proclamato “TURKISH REPUBLIC OF NORTHERN CYPRUS FOREVER” [Eterna Repubblica Turca di Cipro del Nord].
La sede del Ledra Palace, in particolare i due checkpoint intorno ad esso, è stata spesso utilizzata per dimostrazioni dirette contro l’altra parte, specialmente in occasione di commemorazioni quando la gente di una delle due parti protestava contro una commemorazione in corso nell’altra, o si radunava in quel luogo durante una commemorazione organizzata dalla loro parte. Il Ladra Palace è tuttavia anche il luogo principale di contatti interetnici. Nel passato erano soprattutto i gruppi e i partiti dell’ala di sinistra delle due parti che cercavano di incontrarsi tra loro per discutere. Questi gruppi erano uniti da un atteggiamento impegnato antinazionalista e condividevano una storia di significativa cooperazione e lotta interetnica per cause comuni – in particolare sotto forma di sindacati e richieste dei lavoratori. Gradualmente vennero a crearsi da entrambe le parti molti altri gruppi: gruppi organizzati da cittadini interessati appartenenti categorie di vario genere (donne, avvocati, educatori, artisti, ecc.), che iniziarono altresì a utilizzare il Ledra Palace come luogo di incontro. Le Nazioni Unite incentivarono questi contatti mettendo a loro disposizione uno spazio e una logistica e organizzando giornate nelle quali l’Hotel veniva aperto agli individui provenienti da entrambe le parti. Considerata la politica greco-cipriota di riavvicinamento e la politica turco-cipriota alimentante l’animosità e l’auspicata divisione, tali gruppi incontrarono molti più ostacoli dalla parte turco-cipriota. Pur tuttavia il numero dei gruppi e degli individui che vi prendevano parte proliferarono rapidamente, in particolare a partire dalla fine degli anni ottanta. Alcuni incontri venivano organizzati sotto forma di seminari mirati alla risoluzione dei conflitti, spesso supportati da numerose istituzioni esterne e ambasciate straniere. Durante questi incontri, i partecipanti cercavano di creare uno spazio per un dialogo e una comunicazione interetnici, tenendo conto delle esperienze, delle aspirazioni e delle paure di entrambi i gruppi etnici e prestando al contempo la dovuta attenzione alla molteplicità di esperienze e voci all’interno di ciascuna parte. Se la presenza della Zona Morta creò un terribile abisso tra le interpretazioni ufficiali delle due parti, questi incontri fornirono opportunità di interscambi reciproci, dialogo e dibattiti. A partire dalla fine del 1997, Denktash, il leader turco-cipriota ha proibito virtualmente la partecipazione dei turco-ciprioti all’interno di questi gruppi, permettendo solo un numero estremamente limitato di incontri.17
Il progetto bilaterale di cooperazione più esteso e meglio riuscito sull’isola dopo il 1974 ebbe luogo a Nicosia. Esso coinvolse le due entità incaricate della co-gestione del sistema fognario della città nella sua interezza. I leader delle due comunità di Nicosia, il greco-cipriota Lellos Demetriades e il turco-cipriota Mustafa Akinci, riuscirono a cooperare nell’ambito di questo progetto, malgrado le tante difficoltà e i numerosi intoppi. Essi crearono altresì un piano generale per lo sviluppo complessivo di Nicosia, che traeva parzialmente ispirazione da una visita congiunta a Berlino, dove si trovarono faccia a faccia con i loro stessi problemi sia nel presente, che nel futuro, qualora fosse avvenuta una riunificazione. Il piano generale di Nicosia lotta con tutte le proprie forze per creare i parametri per lo sviluppo compatibile delle due parti di Nicosia. Per quanto riguarda il futuro, esso include due scenari: uno di una Nicosia divisa e un altro di una Nicosia unita.18
Se le due parti hanno difficoltà ad accordarsi riguardo alla mappa di Nicosia al di sopra del suolo, la mappa fognaria del sottosuolo è accettata invece da entrambe le parti. Nicosia, divisa in superficie dalla guerra e dal conflitto, è unita nel sottosuolo da un progetto di cooperazione interetnica. La Hermes Street (il fiume-ponte divenuto successivamente un luogo di divisione al di sopra del suolo, sottolineato dalla Green Line) si estende al di sopra del vecchio letto del fiume, che in questo progetto di cooperazione per la gestione del sistema fognario, è il vettore principale della sporcizia della città, nonché un elemento ponte all’interno della divisione etnica.
Poscritto (gennaio 2006): dentro e fuori
Il 1° maggio 2004, Lefkosia/Lefkosha è divenuta la capitale di uno degli ultimi paesi entrati a far parte dell’Unione Europea, allorché Cipro è diventata il nuovo stato membro numero nove e due terzi, e non decimo, dal momento che in pratica ha fatto ingresso nell’Unione Europea solo la parte greco-cipriota. Così, mentre Lefkosia diveniva parte dell’Unione Europea, Lefkosha ne restava fuori, nonostante i turchi-ciprioti avessero votato a favore del piano proposto dalle Nazioni Unite per una risoluzione comprensiva del problema di Cipro e la parte greco-cipriota avesse respinto il piano.19 La Zona Morta divenne il confine più orientale dell’Unione Europea, un confine problematico che non ha consentito all’EU di delimitare se stessa con precisione all’est.
Circa un anno prima, nell’aprile del 2003, la leadership turco-cipriota guidata da Rauf Dentkash aprì i primi checkpoint sulla Zona Morta sotto la pressione esercitata da massicce dimostrazioni condotte dalla sinistra turco-cipriota e da altre forze liberali. Nonostante lo scoraggiamento iniziale da parte delle autorità di entrambe le parti, la gente scelse di attraversare i confini in grandi masse. In pochi giorni Lefkosha/Lefkosia riacquistò le proprie caratteristiche legate al suo passato multietnico allorché gli appartenenti alle due comunità tornarono a riunirsi. Considerati i grandi sconvolgimenti emotivi che accompagnarono questi attraversamenti dall’una all’altra parte, la mancanza di episodi di violenza fu considerevole. Improvvisamente, quei luoghi irraggiungibili, luoghi di ricordi per alcuni, di mistero per altri, divennero accessibili, poiché ora si potevano calpestare quei 150 metri precedentemente proibiti che avevano trasformato l’altra parte nel luogo più distante sulla terra.
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Il Professor Yiannis Papadakis ha ricevuto il Ph.D. dalla Cabridge University e insegna ora presso il Department of Social and Political Sciences della University of Cyprus. Ha pubblicato numerosi articoli sulla memoria sociale e sul nazionalismo a Cipro. È autore di “Echoes from the Dead Zone: Across the Cyprus Divide.”
Note conclusive
1 Questo articolo fu pubblicato per la prima volta in Germania a Welz, Gisela e Ilyes, Petra (ed.): Zypern. Gesellschaftlische Öffnung, europäische Integration, Globalisierung. Kulturanthropologie Notizien, Frankfurt am Main, 2001. Fu scritto nel corso del 2000, prima dell’apertura dei checkpoint di Cipro nell’aprile del 2003, e prima dei successivi sviluppi politici delineati nel poscritto.
2 Un’altra Hermes Street situata altrove ha una storia simile, sebbene meno tragica. È una delle strade della città mista di Komotini nel nord della Grecia. Anch’essa è costruita sul vecchio letto del fiume e divide all’interno di Komotini la sezione di etnia prevalentemente greca dalla sezione di etnia prevalentemente turca. È altresì un luogo movimentato di mercato in cui la gente si unisce per scopi commerciali.
3 Per gli sviluppi sulla questione delle municipalità e delle politiche coinvolte si veda Markides (1998).
4 Si veda Patrick (1976) per un esame dettagliato del conflitto interetnico che ebbe luogo negli anni Sessanta.
5 Per una più ampia discussione su colori, simbolismi e relativi cambiamenti successivamente al 1974 si veda Papadakis (1993: 129-173). A tale proposito si dovrebbe notare che mentre la combinazione di colori è tipica dei simboli greco-ciprioti del periodo successivo al 1974 (ad esempio la combinazione di colori della Cyprus Airways), la spiegazione alla base dello loro scelta in questo caso particolare si discosta da quella proposta dall’autore. Il blu si dice sia stato scelto come il colore del cielo e il giallo come il colore delle mura veneziane.
6 Raramente, e in un tentativo di significare eccellenza o superiorità, Cipro può venire inserita in un contesto Medio Orientale. Un negozio a Nicosia Sud viene pubblicizzato dalla dicitura “The Largest Darts Shop in the Middle East” [il più grande negozio di freccette dell’Estremo Oriente]. Analogamente, la costruzione di un nuovo centro di atletica a Nicosia Nord venne accompagnata da una copiosa retorica su come esso fosse il “migliore del proprio genere in Estremo Oriente”.
7 Per una storia generale della cartografia di Nicosia si veda Stilianou and Stilianou (1989). Per una discussione critica sulla mappe di Nicosia, sulle loro tendenze, i loro orientamenti politici espliciti e impliciti si veda Zesimou (1998).
8 Si veda ad esempio la pubblicazione distribuita dal Greek Cypriot Public Information Office “Muslim Places of Worship in Cyprus” [Luoghi musulmani di culto a Cipro], in cui vengono descritti dettagliatamente vari di questi luoghi nel sud e in cui gli stessi vengono presentati in ottime condizioni di conservazione, mentre vengono accusate le autorità turco-cipriote di negligenza nei confronti dei monumenti greci e ortodossi (Association of Cyprus Archaelogists 1990). Per una discussione critica si veda Sant Cassia (1991).
9 Queste osservazioni sono tratte da Zesimou (1998), il cui articolo presenta un maggior numero di analisi sulle raffigurazioni delle mura e numerosi esempi di mappe.
10 Canefe (2001) suggerisce tuttavia che dato il carattere problematico del retaggio ottomano nella storiografia turco-repubblicana, la condizione privilegiata degli Ottomani a Cipro in generale e a Nicosia in particolare può essere considerata come una particolarità cipriota. Per una discussione dettagliata dell’eredità ottomana di Nicosia da una prospettiva turco-cipriota in cui vengono messi in luce tutti questi luoghi si veda Gurkan (1985). Per la copertina del suo libro su Nicosia egli scelse una raffigurazione di Nicosia realizzata nel 1730 da un viaggiatore straniero, raffigurante la città fortificata esclusivamente dominata dalle moschee (e dagli alberi di palma). Per una discussione piuttosto esoticizzante sugli hamam e sui khan da parte di un autore greco-cipriota si veda Michaelidou (1977, pagg. 79-90).
11 Per una discussione più dettagliata di questi musei si veda Papadakis (1994).
12 Per una descrizione del Museo della Barbarie si veda altresì Killoran (1994, pagg. 201-219).
13 Per una discussione critica più ampia di Auge e De Certeau in riferimento a Nicosia si veda Papadakis (1998).
14 Sul trasferimento dei profughi turco-ciprioti si veda Scott (1998).
15 Si tratta di una categoria diversa da quella dei coloni turchi, decine di migliaia di persone originarie della Turchia che sono venute a vivere a Cipro del Nord. Sulla questione delle donne straniere originarie dell’Europa dell’Est o dell’Unione Sovietica si veda Scott (1995).
16 Sui sentimenti negativi generali nei confronti dei lavoratori o degli immigrati originari della Turchia si veda Scott (1995, pagg. 391-392).
17 Per una discussione più estesa sui vari incontri bilaterali, i loro obiettivi e la storia del loro sviluppo si veda Hadjipavlou-Trigeorgis (1998).
18 Per il progetto fognario e il piano generale di Nicosia si veda Demetriades (1998). Per una discussione più ampia sulla gestione delle risorse transconfine a Nicosia si veda Hocknell (1998).
19 Per un’analisi del referendum sul piano proposto dalle Nazioni Unite si veda Jakobbson Hatay (2004).
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di Tony Chakar
“Date le circostanze ottimali, il punto di osservazione appropriato (preferibilmente con le spalle al mare) e l’angolazione visiva corretta (preferibilmente in direzione obliqua) si avvertirebbe la netta sensazione che tutti gli edifici di Beirut siano pronti per partire; la maggior parte di essi poggia su esili colonne che ne agevolerebbero lo spostamento; le loro antenne e le loro parabole potrebbero sembrare stravaganti cappelli da indossare in occasione di un lungo viaggio come questo; i loro balconi sono come valigie e scatole vuote che aspettano di venire riempite dalle piccole storie che si svolgono all’interno di ogni appartamento: lunghe ore di angoscia e istanti fugaci di eccitazione. In quei momenti Beirut potrebbe rassomigliare ad un’ampia moltitudine di barche da salvataggio che abbandonano in modo inconsulto una nave andata a picco e sarebbe quello il momento migliore per sorseggiare una tazza di caffé accanto al mare.”
Ho scritto questo paragrafo inserendolo tra le sezioni rientranti nell’installazione “A Window to the World” [Una finestra sul mondo]; riprendendo da dove ho finito, ci si potrebbe porre la seguente domanda: che ne rimarrebbe della città per la persona intenta a sorseggiare caffé accanto al mare? O forse il tempo verbale della domanda dovrebbe venire rovesciato: cosa c’era là prima degli edifici pronti per la partenza su esili colonne? Viene in mente una risposta ovvia di natura geografica: una stretta fascia di terra, fiancheggiata a destra e a sinistra da due colline, con il mare di fronte e le montagne alle spalle. O è il contrario? Il caffé è senza dubbio turco, bollito a lungo e molto amaro: il mare è di fronte alla città o dietro ad essa? Beirut poggia sulle montagne ed è nutrita da esse, o rivolge loro le proprie spalle? Il mare è l’ultima frontiera con l’occidente del vasto Impero Orientale di un tempo (arabo, islamico o levantino – non ha più importanza), oppure è una sfida di espansione nei confronti di una città sempre rivolta verso l’occidente? Una semplice descrizione geografica viene caricata di politica al limite della catastrofe: alcuni individui la chiamano guerra, o guerra civile, o la guerra di altri sul suolo libanese, o incidenti, o guerre libanizzate (una delle manifestazioni di questa catastrofe è esattamente il fatto di non avere un nome). Ma ciò che fa l’aporia della geografia è rivelare Beirut come una città terribile. Terribile come il Dio degli Gnostici, la cui parola genererebbe il bene e il male, la vita e la morte, la costruzione e la distruzione. Questo aspetto della città sfuggirebbe al visitatore occasionale, al quale verrebbe presentato un aspetto più clemente: una città in espansione, aperta e accogliente, una città accomodante, dove si mangia bene, si beve bene, si balla bene e si fanno piacevoli conversazioni. In effetti, la città non viene di fatto vista da nessuno in una fase di arretramento; in quelle condizioni diventa imperscrutabile, e manifesta presumibilmente se stessa in rotture multiple in termini di esperienza. Il dibattito sulla ricostruzione postbellica di Piazza dei Martiri è stata una di queste rotture, con ripercussioni che si sono avvertite fino ai giorni nostri, specialmente per il fatto che in un modo o nell’altro è stato una delle cause che hanno portato all’assassinio del primo ministro Rafiq Hariri. Il dibattito potrebbe venire riassunto in questi termini: Piazza dei Martiri dovrebbe venire aperta verso il mare, diventando così un viale in stile parigino, o dovrebbe rimanere una piazza chiusa, nello stile tradizionale delle città medioevali arabe? L’oggetto della discussione è ovviamente andato ben oltre la pura e semplice morfologia di una piazza, malgrado in particolare l’importanza simbolica di quest’ultima e il suo posto nella storia del Libano moderno. In quel dibattito era latente il futuro del Libano; dovrebbe entrare a far parte dell’ordine del nuovo mondo economico e diventare un paradiso monetario, rimodellando così il proprio ruolo anteguerra come un paese di servizi, o dovrebbe mettersi in riga e accettare l’egemonia della Siria che asseriva di riparare ai torti delle forze coloniali europee del XIX secolo, dalle quali il Libano fu strappato “artificialmente” dalla sua madrepatria naturale? E ancora: Beirut dovrebbe guardare verso l’occidente e aprirsi al mare o dovrebbe voltare ad esso le spalle e rivolgersi verso le montagne e al di là di esse, verso Damasco, il “cuore pulsante del mondo arabo”? Piuttosto stranamente, due dei potenziali futuri di Beirut sono coesistiti, non pacificamente, fianco a fianco per oltre un decennio, e nonostante fosse stata presa da SOLIDERE (in cui era coinvolto Rafiq Hariri) la decisione di aprire la piazza verso il mare, i progetti sono rimasti sulla carta e Piazza dei Martiri rimane tuttora non edificata. Inoltre, le collisioni costanti tra questi due progetti avrebbero eventualmente determinato due situazioni differenti: la prima, l’identificazione di Rafiq Hariri come il leader politico per eccellenza da parte della comunità musulmana sunnita, e da parte di altre comunità come un politico concretamente perseguitato dalle forze di un’egemonia che innanzitutto non ha mai creduto in lui; ciò ha portato, secondariamente, all’indebolimento dell’autorità dei leader sunniti tradizionali, che sono sempre stati più propensi a guardare oltre le montagne piuttosto che in direzione del mare. Da ultimo, questa catena di eventi ha condotto all’assassinio di Hariri, attraverso un’esplosione indirizzata alla sua auto mentre percorreva una strada cha fiancheggia il mare, durante la quale parti del convoglio e i corpi che trasportava vennero scaraventati nell’acqua. Poche ore più tardi, il corpo assassinato fu trasportato da centinaia di migliaia di persone fino ad un lungomare vuoto, in attesa dei propri edifici, con il mare come sfondo – un lungomare che la gente insiste a chiamare “piazza”, Piazza dei Martiri o Piazza della Libertà, come la si definisce di recente, e là fu sepolto.
Una città che arretra, manifestando se stessa in una serie di rotture multiple: la rottura della poesia di un luogo fiancheggiato dal Mediterraneo e da una catena biblica di montagne: la linea dell’orizzonte e la linea che segna un livello superiore, con due prospettive differenti; una rottura del rapporto tra una linea orizzontale e una linea curvilinea sospesa su di essa dall’altra parte, e una rottura del modo in cui le persone che vivono su questa fascia di terra avvertono ciò che sta sopra e ciò che sta sotto, ciò che può essere visto e ciò che non può essere visto, ciò che è vicino e ciò che è lontano e i limiti tra tutto ciò. Precisamente questo è ciò che chi sorseggia caffé, voltando le spalle alla città e fronteggiando il mare, cercava di ricuperare, nella piena consapevolezza che non è possibile aggiustare ciò che è stato rotto.
di Bilal Khbeiz
Rievocando il ricordo delle automobili esplose durante la guerra civile libanese, questo articolo non cerca di condannare o di scusare la guerra, né pone la responsabilità su alcuno dei partecipanti. Questo articolo dichiara semplicemente che la guerra ha lasciato tracce che non potranno essere cancellate dagli anni di pace o di ricostruzione; ai libanesi spetta quindi il compito di imparare a vivere nella scia lasciata da questa guerra.
Il 21 gennaio 1986 alle ore 11:24 un’automobile esplose nell’area di Furn El-Chebbak, nella parte orientale di Beirut. Le automobili che si trovavano vicino ad essa presero immediatamente fuoco e in breve la strada principale fu bloccata dalle fiamme e dalle macerie. Questa esplosione cancellò una delle caratteristiche principali delle fondamenta su cui viene costruita una città.
Caratteristiche della Città
La città è innanzitutto un passaggio verso qualche luogo – una stazione durante un lungo viaggio, un’area di transito per le persone, opportunità e mezzi. La disponibilità dei servizi di trasporto è essenziale e indispensabile per la città: nessuna città è priva di una rete di trasporto attiva. Oggigiorno bisogna riconoscere l’inutilità di sterili argomentazioni o discussioni a supporto di ciò. Tuttavia, una rete di trasporto attiva è una caratteristica che ha sempre accompagnato le città. Non esistono città isolate, vale a dire in cui non si possa entrare o da cui non sia possibile uscire. Nessuna città è priva di una rete di trasporto attiva. Un’esplosione paralizza questo aspetto della vita di una città e la sua stabilità, interrompendo il flusso dei viaggiatori. Congela lo scenario di una città in una singola immagine, la cui prima caratteristica è l’incapacità di movimento.
Un’esplosione mette inoltre la morte al primo posto tra gli eventi. La città distoglie il proprio sguardo dalla morte. Così come non vuole guardare la vecchiaia, l’impotenza e l’approssimarsi della morte. Le autorità cittadine fanno costantemente in modo che questi stati rimangano nell’ombra, e così vietano il blocco delle attività quotidiane dei cittadini, costretti ad andare a lavorare, dimentichi di tutta quella morte. Al momento dell’esplosione queste attività si arrestano e vengono sostituite da uno scenario di morte, simbolo della paralisi che colpisce la città e della sua simultanea perdita del proprio aspetto magico e grandioso, che soppianta il vivere e le occupazioni di ogni giorno, da sempre rappresentative delle città e simbolizzate dal traffico.
Oltre a queste due caratteristiche, ne esiste una terza, altrettanto importante che viene paralizzata o semiparalizzata dalle esplosioni. Nel “Paodolino” di Umberto Eco, un protagonista che prende parte alla costruzione della città di Alessandria, contro e a dispetto dei desideri di Federico Barbarossa, ha da dire quanto segue in difesa della sua partecipazione entusiastica:
“Se qualcuno avesse una capra e la vendesse per due soldi, potrebbe portare con sé questi due soldi ovunque egli vada ed essi rimarrebbero due soldi e non diminuirebbero in alcuna circostanza; se qualcuno scambiasse la sua capra per due galline, tuttavia, potrebbe trovarsi costretto a mangiarle prima della loro morte e in questo modo avrebbe perso sia la capra che le galline”.
La città sostituisce il baratto con l’acquisto e la vendita, ragione sufficiente per disobbedire al Barbarossa e subire le conseguenze della distruzione di Alessandria per mano del re. Le città moderne, in particolare, controllano la circolazione dei beni e li ammassano in luoghi assegnati. Dopo essere stati prelevati dal loro ambiente naturale (sia che si tratti di un albero, che di un sapone industriale), essi vengono esposti nei negozi e nei supermercati. Al cittadino non importa conoscere il modo in cui la pelle viene conciata o a partire da quale fonte sia stata prodotta; il suo unico interesse è l’acquisto di quelle scarpe. L’esplosione arresta altresì questa funzione della città, che per Eco è una caratteristica per la quale vale la pena morire. Così, i negozi distrutti dalle fiamme sono tra le prime perdite ad essere ispezionate dopo un’esplosione.
Una quarta caratteristica della città moderna distrutta e semicancellata da un’esplosione risiede nel suo persistere su di una superficie, come pure nell’intimo di un individuo. Questa superficie viene concordata, organizzata, regolata e razionalizzata in relazione con le autorità. La sfera privata non deve essere violata, salvo che non sia stato commesso un crimine da parte del cittadino che con questo gesto mette fine alla propria privacy.
Un’esplosione scoppia e avanza fino a scoprire tutto ciò che è nascosto, mettendo a nudo gli edifici e gli appartamenti e rivelando i loro segreti, laddove nessun crimine è stato commesso per meritare questa violazione della privacy. Vi è inoltre la distruzione che colpisce gli edifici e che si contrappone alla logica della città che richiede incessantemente cura e manutenzione. Una città non deve venire trattata con un albero che ha smesso di dare i propri frutti, deve essere dotata di strade e di edifici atti al trasporto e all’abitazione o per lo meno deve venire predisposta per essi: una città non potrà mai avere una buona giustificazione per i propri edifici che si stanno trasformando in macerie.
L’ultima caratteristica che viene violata e completamente distrutta da un’esplosione è la tendenza all’anonimato attraverso la capacità di una città di riflettere contemporaneamente su una superficie direzioni, finalità e lati nascosti di vario genere. Un cittadino che attraversa la strada di una città, diretto al lavoro, supera qualcun altro diretto all’ospedale per andare a fare visita a sua moglie malata e quest’ultimo, a sua volta, supera una ragazza diretta all’università con i libri sotto il braccio, ecc. Sono tutti accumunati dal compito unificante di attraversare la strada per arrivare dall’altra parte. In questo caso la città presuppone la varietà come una delle condizioni alla base della propria sopravvivenza, prerequisito della quale sono i diversi obiettivi e le diverse destinazioni. Un’esplosione, tuttavia, trasforma all’istante questi individui in una folla omogenea con un unico scopo e un’unica destinazione: scappare dall’inferno che si è aperto improvvisamente sotto ai loro piedi o cercare di aiutare i sopravvissuti.
Il Peso della Speranza
Una singola esplosione è sufficiente per abbattere una città già di per sé fragile, cancellando quasi tutte le sue funzioni e le sue giustificazioni. Immaginiamo allora che nella guerra civile libanese si stia discutendo di oltre 3500 automobili fatte esplodere, oltre ai bombardamenti alla cieca che hanno paralizzato i civili e che sono rimasti presenti e letali e sfibranti per tutto il corso della guerra, per non parlare poi della concentrazione di bombardamenti aerei che hanno congelato la parte occidentale di Beirut durante l’invasione israeliana nell’estate del 1982. Stiamo parlando in questo caso di una vita all’interno di una città continuamente afflitta dagli spasimi di esplosioni, bombardamenti e distruzione. Invece di trattarsi di un incidente passeggero, questa situazione si è trasformata in uno stile di vita che abbiamo imparato a fronteggiare nel miglior modo possibile, sopravvivendo e resistendo in una città che abbiamo scoperto essere completamente impreparata e tanto fragile e bisognosa della nostra cura e delle nostra attenzione costanti. Sotto una tale pressione la vita ha smesso di essere autoevidente, continua, o persino prevedibile.
Ci si trova davanti a tre opzioni:
vivere una vita in perpetuo movimento, evitando la vicinanza di aree di combattimento e di probabili aree di bombardamento, nonché di quartieri che potrebbero attirare esplosioni di automobili. É la tecnica del nomade che disdegna tutti i legami con il posto in cui vive e per il quale la strada diventa l’unico rifugio. Evitare le esplosioni delle automobili non è tuttavia così facile. Non rimane allora che abbandonare il paese tutti insieme, o almeno stare il più lontano possibile da tutti i punti di ritrovo tipici della città. Un consiglio prezioso è a tale scopo quello di stare alla larga dalle fermate degli autobus, evitare le strade affollate, non sostare in ampie vie con elevata affluenza commerciale… Chi sceglie questa tecnica deve pertanto infrangere tutte le regole e iniziare quindi a lavorare quando gli altri smettono di farlo, per poi dirigersi verso casa quando gli altri escono. Come ben sappiamo ciò non è possibile: una condizione essenziale delle città è il susseguirsi ordinato delle attività cadenzate dal ritmo del tempo, compreso il nostro tempo personale. Esiste un tempo per mangiare, un tempo per fare sesso, un altro tempo per dormire e un altro tempo ancora per riposarsi. È così per tutti ed è organizzato in modo tale da non lasciare spazio a confusione o incomprensioni. Il nomade, tuttavia, demolisce il concetto di tempo e lo rende inconciliabile con le regole, e analogamente demolisce il concetto di spazio, che era originariamente coerente e famigliare e idoneo per lo studio. In altri termini, abbiamo qui a che fare con l’immigrazione di un soggetto che ci ritroviamo incapaci di osservare, prevedere, o analizzare, dal momento che l’oggetto del nostro studio non si sta più comportando in alcun modo comprensibile o organizzato su cui sia possibile effettuare una ricerca. Il nomade distrugge quindi tre concetti principali della città: tempo, spazio e l’autorità della scienza.
La seconda opzione è quella di rimanere in casa e di non avventurarsi all’esterno, salvo rari casi e con riluttanza. Questa opzione ricorda la tecnica dei minatori, rimasti per 300 anni in attesa che venisse abbattuta la regola che disciplinava la loro attività quotidiana. Si tratta di una tecnica che rende tutte le superfici della città superflue e pertanto riluttanti a sottomettersi al potere delle autorità. In un certo qual modo questa è una tecnica rivoluzionaria, sebbene alla fine rallenti lo sviluppo di una coscienza politica degli individui invece di prepararli ad affrontare il potere.
In ogni caso, vi è la possibilità di non riuscire ad adottare pienamente una delle opzioni innanzi menzionate e così viene presa in considerazione la terza possibilità, più appropriata e pragmatica, che consiste nell’unire le altre due opzioni tra loro, con i loro lati positivi e i loro pericoli – ora moltiplicati fino ad un livello quasi irreparabile.
In tali circostanze un individuo limita i propri movimenti esclusivamente all’interno del minimo di ciò che gli è famigliare. Si muove all’interno di un territorio estremamente ristretto e dipende dalla conoscenza limitata di esso. Per questo motivo i suoi vicini devono spogliarsi della propria privacy, in modo che egli possa sentirsi rassicurato circa le loro intenzioni recondite. Questo individuo rifiuta categoricamente qualsiasi sorta di straniero o di estraneo, salvo a tollerarne il puro e semplice passaggio nei territori circostanti e si chiude all’interno dei propri confini, astenendosi dal costituire un qualsiasi tipo di rapporto di comunicazione con chi gli sta accanto. Così trascorre le proprie attività quotidiane all’interno di quest’area ristretta, in modo da lavorare, mangiare e sposarsi in essa, senza doversi mai avventurare al suo esterno. Come ben si sa, ciò distrugge innanzi tutto la capacità di diffusione della cultura di una città, comprimendola all’interno di una elite ridotta che continua a restringersi via via che la guerra esercita la sua tirannia diretta. Conseguentemente rende qualsiasi opposizione nei confronti di qualsiasi potere futuro incapace di raggiungere e influenzare efficacemente il tessuto sociale. Per lo stesso pegno, questo comportamento consente al potere di contraddirsi ripetutamente, raffrontandosi con i gruppi di cittadini – sparpagliati qua e là e chiusi in se stessi e incapaci di creare alcun tipo di comunicazione reciproca – con regole completamente differenti, così che le persone non sono più tutte uguali davanti alla legge – una condizione necessaria e imprescindibile per la credibilità della vita sociale e politica delle città moderne.
Paura come Mezzo di Sopravvivenza
La cosa più pericolosa fra tutte è che il razzismo e la paura dell’altro si trasformino in un mezzo per scappare dalla morte; ciò distruggerebbe la base su cui vengono posate le fondamenta di una città, rendendo quest’ultima incapace di rialzarsi di nuovo. Ci troviamo perseguitati dal ritorno delle fortezze del feudalesismo, contro le quali le abitazioni dei singoli stridono da ogni lato. Questa sensazione è simile a ciò che si prova guardando da una delle torri moderne di Rio de Janeiro le città fatte di stagno sparse ai loro piedi come una sorta di morbillo.
Questa situazione produce conseguenze estremamente pericolose, il cui tentativo di identificazione o di definizione evidenzierebbe in breve il fatto che la loro minaccia è molto più grave se considerata nella prospettiva di un intervento dell’apparato militare o delle burocrazie al potere delle nostre democrazie moderne.
Il primo cambiamento nello stile di vita del cittadino quando ogni attimo viene vissuto dietro la minaccia di un’esplosione ha a che fare con l’esigenza di sapere chi lo circonda e chi gli sta accanto, chi sta camminando alle sue spalle. Si assiste così alla trasformazione del cittadino anonimo in una sorta di esperto di genealogia, preoccupato delle origini dei suoi vicini, nonché delle origini di coloro con cui deve interagire e impegnato nel tentativo di compiere una discriminazione tra le caratteristiche, i comportamenti e le abitudini di chi lo circonda. Tutti coloro che sono diversi da lui vengono ritenuti nemici e suoi potenziali assassini e vengono evitati il più possibile nei luoghi in cui è costretto a unirsi a loro e tenuti alla larga dal suo territorio privato, che si tratti di una zona residenziale, di un quartiere o di un distretto di Beirut. Ciò significa che le autorità che si suppone debbano proteggere il cittadino nelle sue attività quotidiane non sono più in grado di farlo ed egli è pienamente consapevole della loro impotenza. Ne consegue che la sua cittadinanza smette di fornirgli le rassicurazioni di cui ha bisogno ed egli cerca invece rifugio nei rapporti di affinità e di buon vicinato.
Su un piano differente, questa impostazione promuove i valori dei paesi a spese dei valori delle città, così che la mentalità di paese soppianta ancora una volta la mentalità di città per dettare leggi distrettuali e locali. In questo modo, anche il più fervente sostenitore della propria cittadinanza diventa inerme di fronte ad essa. I valori di paese prevalgono e hanno il predominio. Il cittadino, spaventato come se fosse il bersaglio di un bombardamento, necessita della generosità del suo vicino dell’appartamento al piano terra che gli potrebbe dare rifugio quando inizia il bombardamento. Il cittadino intrappolato in un appartamento in fiamme ha bisogno del soccorso del suo vicino e il proprietario del negozio sottostante ha bisogno dell’aiuto dei suoi vicini per spegnere il fuoco prima che raggiunga i loro appartamenti. In questo senso, lo spazio cittadino cessa di essere sicuro nelle mani delle autorità dello stato. Smette comunque di essere sicuro, ma è sempre più sicuro se vissuto secondo i valori di paese, piuttosto che secondo i valori di città o di stato.
Cittadinanza e Affinità
Con questa scoperta, unitamente all’impotenza derivante dalla consapevolezza di essere diventato un contadino e un esperto di genealogia per proteggere se stesso più attivamente, il cittadino trasformato scopre che la sua città è ora divenuta lo specchio di una tragedia assoluta. Carente e inadeguata, essa ha bisogno di qualcuno che si occupi di lei e la protegga, e che curi i suoi malanni ventiquattro ore su ventiquattro. Il cittadino si accorge di essere al servizio di una città da cui non riceve nulla in cambio. La città è fragile, incapace di sopravvivere, costantemente minacciata da malattie e dalla vecchiaia, nonché da una morte improvvisa, ed è al cittadino che spetta il compito di curarla e proteggerla. Di conseguenza, le persone che vivono nello stesso quartiere si trovano costrette a provvedere ai loro proprio servizi: dall’elettricità all’acqua, alle comunicazioni, ai trasporti, fino alla sicurezza del quartiere stesso e alla sua sorveglianza costante. Questi quartieri sono piccole nazioni, che nascondono il proprio volto dietro alla dissoluta maschera nazionale che nessuna tregua è in grado di eclissare o di dissolvere, e rimarranno per sempre piccoli ostacoli rimostranti contro lo stato che cerca di diffondere la propria autorità.
Se i tempi di una tale enorme pressione dovessero perdurare, con le morti e le esplosioni che si ripetono e i legami della città che si spezzano, gli spazi della città subirebbero una trasformazione radicale. La città, intesa come spazio, non sarebbe più ciò che era un tempo. La città diventa costantemente minacciata dalle sue esplosioni e dal suo passato, e si ritrova ad essere in perenne ascolto della sua distruzione futura. Per la città, la distruzione non è più immaginata bensì reale. Fintanto che le esplosioni continuano a verificarsi e non vengono avvertite come un incidente condannato e passeggero, la possibilità del loro ripetersi diventa manifesta in ogni momento e ogniqualvolta insorge il più piccolo problema. Quando finisce una guerra si vive con l’ossessione del suo ritorno, e questo tipo di esistenza lascia tracce visibili sulla città e sulla vita che si sviluppa intorno ad essa. L’esistenza cauta e la paura irrefrenabile del futuro, la circospezione dello straniero e dell’”altro” spingono la vita nell’ombra delle condizioni che caratterizzano una guerra, bel oltre il termine ufficiale della guerra stessa.
Osserviamo più da vicino la sensazione che si proverebbe ad essere ossessionati da un’altra esplosione. In questo caso ciò che è preoccupante non è tanto il numero delle esplosioni, quanto piuttosto la loro possibilità. In questo scenario si è ben consapevoli che l’esplosione che si è placata solo un attimo fa non è altro che un’anteprima dello stile di vita che verrà imposto sul cittadino da altre esplosioni future. Il grande dilemma è che la promessa di una vita alla mercé di esplosioni potrebbe non avverarsi mai, ma rimanere solo questo, una promessa, cosa che rende tale situazione così terribilmente spaventosa e reale ad un livello pericoloso. Per alcuni significa vivere sotto il peso di una speranza amara. In questo caso è possibile lottare contro il proprio destino, come potrebbe accadere in una zona sismica o nell’area di un vulcano attivo. Invece, si deve vivere nella gravosa speranza di potere un giorno risolvere il mistero di questi crimini e punire i rispettivi criminali. La speranza che un giorno la guerra finisca, che il terrorismo si arresti, che le sue condizioni e le sue domande vengano corrisposte, che mostri il proprio volto induce al compromesso e impedisce il confronto; induce a negare la propria responsabilità nei confronti degli eventi e a scaricarla addosso ad altri. A tuttoggi continuiamo a sostenere che si è trattato di guerre di altri sulla nostra terra.
Vivere sotto il peso della speranza significa confondere disastrosamente le tensioni. Si va quotidianamente al lavoro accompagnati dal senso di oppressione di un’esplosione già avvenuta, in uno stato di anticipazione nei confronti delle successive. Il cittadino vive il passato e il futuro nel presente, in conflitto con le condizioni di vita della città, sotto un potere statale moderno che pretende che ci si occupi esclusivamente del presente, si sia sicuri del proprio futuro e ci si lasci alle spalle il passato mentre si procede avanti. É diritto del cittadino iniziare una vita nuova ogni giorno. Dai suddetti scenari emerge che potremmo prendere in considerazione una perdita di fiducia tra il cittadino e lo stato. Lo stato sembra incapacitato a mettere ordine alla sicurezza del cittadino e quest’ultimo, a sua volta, sembra riluttante a fidarsi del proprio stato, il ché comporta l’evolversi di una situazione che determina una morte senza precedenti della vita politica e culturale.
La Fragilità è l’Origine
Ogni esplosione è un assalto irrefutabile sul cittadino anonimo e rassicurato, che ha il diritto di una protezione regolare e fidata da parte del proprio stato. L’esplosione di Furn El Chebbak, in questo senso, è un anello di una catena che, una volta completata, sigilla la formazione della città con l’assenza piuttosto che con la presenza dell’autorità politica. Dopo il verificarsi di un tale assalto sui civili, a prescindere dalla parte che l’ha commesso, qualsiasi progetto dello stato necessita di un lungo periodo di tempo per dimostrare la sua appartenenza alla città. Ciò che queste esplosioni probabilmente dimostrano è il fatto che la città fragile e mortale, minacciata dalla distruzione, è di fatto l’origine, e che i progetti politici immortali e le ideologie imperiture non sono altro che aspetti collaterali e dettagli.
All’assalto sul cittadino e sulla sua sicurezza fa seguito la trasformazione di qualsiasi autorità in un ente arbitrario. La domanda che ci poniamo sul perché di un esercito in Libano potrebbe essere così comune e logica – dal momento che siamo l’unico paese in guerra o in tensione con Israele – se non fosse per questa storia?
La guerra fredda civile in Libano si ciba oggigiorno della realtà di circospezione e rifiuto dei cittadini nei confronti del progetto governativo (e ciò vale per tutte le autorità, non solo per una in particolare). Di conseguenza, progetti politici contrastanti e incompatibili presuppongono che l’autorità vigente non sia riuscita a riunire le persone intorno a sé, insieme alle città, alle regioni e all’economia… Il progetto originale viene quindi riproposto come l’unico ricordo presente di un piano unificante e stabile. Si tratta di un tentativo maldestro di interpretare il paese come era una volta dall’angolazione di un ristretto progetto politico, adottato e fatto proprio dal governo.
Dall’altro lato emerge da un’analisi più approfondita che la guerra fredda tra la popolazione libanese non sembra essere di natura strettamente civile, malgrado il fatto che le società civili continuino a chiudersi in se stesse. La riluttanza a comunicare o ad incontrarsi con gli altri individui dei quartieri limitrofi persiste come un’opposizione parziale al progetto di unificazione dello stato. Si può asserire che la società civile rimane scettica nei confronti del linguaggio di questo progetto, proposto dallo stato, di un’unità tra i libanesi, dal momento che manca la volontà di arrischiarsi a credere ancora una volta nelle autorità. Da ora in poi qualsiasi progetto statale, anche se solo di natura turistica, verrà considerato con estrema cautela. Notiamo altresì l’esistenza di un linguaggio emergente che sta conducendo verso l’isolamento e verso nette divisioni, analogo a quello emerso nel corso degli eventi avvenuti recentemente in Spagna.
Permetteteci di domandarci ancora una volta: cosa significa essere originari di Sin El-Fil o di Achrafieh e non di Beirut? Ritengo che questa domanda confermi l’esclusione dei vicini della porta accanto dal proprio mondo personale. Per quale motivo ci ostiniamo a credere che la città sia un’unica grande massa? La risposta risiede nel fatto che la città favorisce la mescolanza e inventa coincidenze. L’abitante di Achrafieh potrebbe affermare: “Il fatto di essere un abitante di Achrafieh mi ha permesso di ottenere il mondo intero”, tuttavia egli avrebbe considerato l’abitante di Ras Beirut inadatto a vivere in quel mondo. In questo senso, il ragazzo di Achrafieh può sviluppare un senso di appartenenza al mondo soltanto essendo in primo luogo abitante di Beirut. Così Beirut diventa omonimo di Libano. Ma il Libano non è solo Beirut, a prescindere da quanto esso dipenda da quest’ultimo per giustificare la sua esistenza in uno stato di second’ordine che non ambisce alle terre dei suoi vicini, né possiede uno schema imperiale.
Beirut – Ciò che non è
La domanda rimane la seguente: per quale motivo insistiamo sul fatto che Beirut è una città e reputiamo che la città sia più duratura e meritevole delle nostre cure e della nostra attenzione?
Possiamo definire Beirut per ciò che non è, per le sue caratteristiche negative: Beirut è la città minacciata dalla distruzione materiale e la cui immagine infranta esiste di fatto nella memoria, dal momento che è già stata distrutta da una fazione attigua, tuttora attiva, fino a diventare una piccola Hiroshima. Gli israeliti non pensano o non si occupano di distruggere Damasco o il Cairo, ma affermano invece: “Distruggeremo Beirut e conquisteremo la Siria”. È proprio per questo motivo che non dobbiamo sottovalutare la suddetta domanda e il suo effetto sull’esistenza. Siamo costretti a difendere la nostra città per la mancanza di un progetto politico da difendere e, a sua volta, è a causa di questa mancanza di un progetto che siamo invece minacciati dalla distruzione della nostra città?
L’esplosione di Furn El-Chebbak colpisce una strada di città quanto mai anonima e insignificante in tutti i suoi dettagli. Presumibilmente, sarebbe stato facile ricostruire questa strada una volta ricostituito il progetto politico, insieme al governo incaricato di trasferire tale progetto sul luogo dell’accaduto. Ciò indica che la città è incapace di creare una ragione per la quale i suoi abitanti possano morire. Ciononostante, sosteniamo che un progetto politico reale ed efficace debba iniziare da un altro punto di partenza nella sua totalità, ovvero dalla difesa della città e non dello stato. Uno stato deve dare precedenza alla sua città e non dichiarare di poterla ricostruire a piacere. Non è forse vero che il progetto di Harriri non entra in questo contesto dal momento che si tratta di una decisione di ricostruzione di una città ad opera dello stato?
Possiamo così notare che questo tipo di violenza che interessa la città colpisce un nervo vitale di uno spazio e di un tempo reali, con il risultato di determinarne la disintegrazione nella realtà, laddove lo stato può sorreggersi solo considerandoli come un’unità coerente.
Dopo che i libanesi si accasarono in quella specie di sicurezza civile garantita dall’Accordo di Taif, nei primi anni novanta si resero disponibili a Beirut fotografie aeree della città, fotografie che prima e durante la guerra civile erano strettamente riservate all’uso militare e vincolate dal divieto di circolazione tra i civili. A partire almeno dalla metà degli anni novanta, queste fotografie aeree divennero accessibili a chiunque desiderasse consultarle e sulla loro base avvenne la stesura di mappe per la progettazione urbanistica della nuova Beirut, nonché di altre mappe riguardanti progetti di costruzione e sviluppo.
Queste fotografie persero il loro carattere di segretezza e divennero accessibili al pubblico. Sebbene la loro circolazione venne interpretata in un certo qual senso come progresso, essa indicava direttamente il ruolo innovativo e quasi esclusivo che uno stato post-bellico può svolgere e al cui interno può agire.
Si potrebbe notare una certa discrepanza nelle mappe dello stato tra la loro percezione di spazio e tempo, a Beirut in particolare e in Libano in generale, e tra lo spazio e il tempo reali originati dalla guerra e dai suoi orrori. Tali mappe, fotografie e libri prodotti in quel periodo avevano ipotizzato che il Libano post-bellico stesse vivendo in un tempo perduto; un tempo non documentato; un tempo per rimuovere le tracce della guerra. La mappa e la fotografia aerea, tuttavia, richiamano l’attenzione su un determinato tempo a venire, nel quale ostacoli reali saranno stati rimossi esattamente allo stesso modo nel quale essi sono stati rimossi dalla fotografia. La tecnica di assemblaggio di fotografie aeree di quartieri distinti in un’unica immagine della città, richiede che sia il fotografo sia l’editore modifichino queste foto e correggano le posizioni degli edifici e delle strade, deformate dal margine della fotografia, nel quale sono rientrate durante il movimento delle lenti ingrandenti della macchina fotografica. La macchina fotografica vede il paese in una prospettiva deformata nel momento in cui ingrandisce i particolari. Per osservare la città in una rapida prospettiva d’insieme, si dovrebbe modificare quest’ultima e correggerla sia sulle mappe che nella realtà. Stando così le cose, non esiste alcun modo per interpretare i fatti per quello che sono.
Su questa base, qualsiasi progetto statale finalizzato a riordinare un dato territorio diventa futuristico dal momento che si muove all’interno di un tempo e di uno spazio ipotetici. Ciò significa che le mappe di Solidere presupponevano fin dall’inizio che gli edifici in rovina non esistessero originariamente, e analogamente le mappe di Beirut presupponevano che quartieri come “El-Lija” e “El-Malla” non esistessero nella realtà (mentre in effetti venivano disegnate le mappe che illustravano questa non esistenza). Il tempo di cui stiamo parlando è un tempo che non è ancora venuto e che potrebbe non venire mai. Tutto ciò che le autorità stanno facendo è ricostruire un progetto continuo, unificato e unificante, basato unicamente su numeri e fatti; in altri termini, un progetto che dipende dalla quantità come unica scala per la sua solidità e per il suo successo.
La Cultura della Cancellazione
I libri che illustrano la Beirut pre-bellica e la versione ricostruita, e che divennero piuttosto popolari a partire dalla fine degli anni novanta del secolo scorso, cercano di assumersi il compito di stabilire un progetto culturale unificato all’interno di uno stato frammentato. Essi raffigurano la città come carente in modo incorreggibile di alcuni dei suoi ingredienti vitali. Questi libri e queste immagini cercano di ingannarci con l’illusione che una città fondata sulla base delle suddette mappe possa venire considerata aperta e accessibile a tutti. Ciononostante, i primi a essere espulsi da questa città nelle fotografie sono coloro che hanno preso parte alla guerra e al crimine della distruzione del paese; in altri termini, certamente tutti i libanesi. In questo senso, essi confermano le stesse relazioni mantenute dalle mappe e dalle fotografie aeree e diffondono la medesima illusione, poiché le fotografie aeree, che sono alla base delle mappe e che possono essere consultate da chiunque, non possono sopravvivere senza un raffronto con altre fotografie e altre mappe dello stesso genere e della stessa qualità. Ci troviamo quindi davanti ad una fabbrica di segni e simboli che solo uno specialista è in grado di utilizzare o interpretare. Stiamo vivendo nell’illusione che il materiale necessario sia a disposizione e facilmente ottenibile da chiunque, per poi scoprire in breve che queste informazioni rimangono alla fine cieche e sorde qualora cadano fra le mani di un profano. Per questo motivo, le questioni pubbliche vengono completamente assegnate a specialisti, dalla sicurezza alla politica, fino ai servizi di ultimo grado. Le fotografie, allora, non si limitano a riflettere ciò che esiste, ma lo decidono, allo stesso modo nel quale il governo dichiara che tutti sono cittadini. Nella mappa, ogni quartiere, ogni edificio viene svuotato dei propri segreti in modo da permettere a ciascuno di entrarvi, e viene lasciato fluttuare senza peso nel proprio spazio privato – mentre il suo valore è determinato unicamente dal prezzo.
Persino la nostra storia è diventata accessibile nella forma esclusiva delle informazioni, facilmente reperibili ora che la loro organizzazione è già in corso.
Lo spazio e il tempo hanno riconquistato la loro continuità, nel senso che ora ci è data la facoltà di misurarli e riordinarli. A questo livello, ogni progetto statale, inteso come un compito riservato alle autorità esclusive, viene trasformato in un progetto di servizi. Possiamo così venire a conoscenza dell’impotenza dello stato nei confronti di un qualsiasi gruppo civile che offre servizi ai cittadini, come ad esempio nel caso del sobborgo meridionale di Beirut, poiché l’autorità statale non può fingere di essere unificata e unificante se non nell’ambito dei servizi.
Se i servizi diventeranno l’unico compito esclusivo dello stato, quest’ultimo non riprenderà il proprio ruolo di detentore della sicurezza e della tranquillità dei cittadini e di conseguenza sarà costretto a cedere la propria sicurezza a organismi estremamente complessi e ramificati, da società private a gruppi e a partiti politici. Ciò consente allo stato di addossarsi contemporaneamente due progetti molto contradditori. Come quando una guerra, ad esempio, inizia nel Libano meridionale, mentre a Beirut procedono i lavori di un enorme cantiere senza fine; analogamente, quando i politici libanesi si chiedono se ricorrere all’uso dell’esercito nazionale, mentre simultaneamente approvano la politica governativa di prolungare la tensione sui confini dello stato.
I cittadini perdono la loro fiducia nel governo e arrivano a considerarlo con circospezione, così che persino i progetti turistici iniziano a necessitare di parecchie giustificazioni. Ciononostante, la perdita di questa fiducia non consente ad alcuno o ad alcun gruppo di sostituire il potere esecutivo o di introdurre un programma generale e completamente politico. Le opposizioni diventano isole circoscritte e il governo rimane in possesso del solo progetto legittimo unificante che, per essere realizzato, deve chiedere all’intero popolo di cambiare.
di Vasif Kortun
Il La maggior parte delle istituzioni di Istanbul che operano nei settori dell’arte e della cultura sono state ubicate sulla Avenue tra Taksim e Tünel e intorno ad essa. Il suo nome originale era Grande Rue de Péra, cambiato in “Avenue of Independence” successivamente alla costituzione della Repubblica di Turchia. La nostalgia per la Pera della fine del diciannovesimo secolo è rimasta nell’aria per decenni più o meno con le stesse sfumature. Pera, puro e semplice fantasma della cultura mercantile della fine del diciannovesimo secolo che colonizzò Istanbul, nonostante le sue popolazioni non musulmane in calo continuo, con i suoi resti architettonici e il suo retaggio spaziale storico, era un luogo in cui si poteva avvertire l’”europeità”. A partire dalla pedonalizzazione della Avenue alla fine degli anni ottanta, la “nostalgia per Pera” si è trasformata sempre più in uno strumento al servizio del business high-end.
Non sono stati inaspettati né il cambiamento di destinazione della galleria “street level” dell’Aksanat in un negozio di informatica, né la chiusura della Borusan Art Gallery nel 2006. Entrambi erano negozi d’arte contemporanea senza scopo di lucro, appartenenti a grandi società che non hanno ritenuto necessaria una consultazione con la sfera pubblica. Mentre il loro pubblico era furibondo, ho preferito dare un’occhiata al contesto delle chiusure, inserito nel processo di trasformazione della Avenue.
La nuova facciata imposta ad alcuni degli edifici che si affacciano sulla Avenue – inizialmente attraverso l’utilizzo di vetro e alluminio negli anni ottanta e successivamente attraverso una seconda nuova veste in stili “storici” di carattere generico – sono stati i primi tentativi di tematizzazione del luogo. L’edificio dell’Aksanat ne è una testimonianza, allo stesso modo del Beyoglu Business Center. Quasi una reminescenza dell’eleganza mitteleuropea, una finzione presa da poemi e da una letteratura nostalgica, la Markiz Patisserie che era stata chiusa per 25 anni, ha riaperto nel 2004 in pompa magna insieme a un mini centro commerciale con negozi in stile high-end nella sua parte posteriore. Questo “Peraismo di vetrine” utilizza stili storici e la nostalgia come uno strumento per sublimare il desiderio patetico di acquisire classe non solo a Pera, ma anche nei cosiddetti programmi di restauro sulla penisola storica. Ciò è particolarmente evidente nell’area di Süleymaniye, dove uno stile architettonico “alto-ottomano” inventato è stato applicato alla superficie di edifici in calcestruzzo. Lo stesso stile richiede che le comunità povere e indesiderate vengano buttate fuori a calci e sostituite da coloro che si “meritano” e apprezzano l’”ottomanomania”. La capitale e le agenzie amministrative della città hanno indossato i loro guanti di velluto e stanno preparando la città per la grande vendita. Il Master Plan della città conferisce pieno potere al settore privato e ai suoi interessi commerciali.
Una barriera avanza tra le due parti della Tarlabasi Avenue. Essa ebbe origine quando il sindaco di Istanbul vi mandò i bulldozer per fare di una strada ristretta un ampio viale che collegava il centro di Taksim alla città vecchia. Il viale divideva in due una comunità. Da un lato si trovava la Pera prosperosa e non trafficata, e dall’altro Tarlabasi perennemente debilitante e insostenibile, con le sue comunità povere di immigranti curdi e nigeriani, i dormitori per soli uomini, i rumeni e via dicendo. Quindici anni di sottosviluppo “forzato” sono stati ora sostituiti da un programma di recupero per l’evacuazione degli indesiderati attraverso un violento processo di gentrificazione mirato a lasciare il posto a nuove imprese e a nuove aree residenziali.
Due anni fa ho dichiarato che quei centri d’arte bollati come spazi pubblici – anche se possono essere stati supportati privatamente – verranno accompagnati fuori dalla Avenue [zona di Pera] per essere sostituiti da sfavillanti gallerie commerciali e centri culturali adibiti a show room. Ciononostante, i valori immobiliari sono aumentati in modo tale che quest’area sembra ora sottoposta a un massiccio risanamento che esclude completamente la possibilità di centri culturali. Uno dopo l’altro, gli scalcinati casinò e i night club/bordelli stanno venendo dislocati in un altro distretto non musulmano, l’area Pangalti/Kurtulus, mentre al loro posto sorge un’industria di intrattenimento pulita e chic provvista di parcheggiatori e custodi.
“Pera” sta diventando un immenso centro commerciale, una zona ad “attrito zero”. È certamente possibile ipotizzare che mentre il valore economico va alle stelle, anche le strade laterali adotteranno lo stile high-end al variare della clientela. Non vedremo più ragazzine che si tirano su la gonna di qualche centimetro mentre entrano a “Pera.” I punk, i metallari, le dark, i drogati e i marinatori di scuola, chiunque venga qui per fare o indossare ciò che gli è vietato nel proprio quartiere si ritireranno nel loro guscio. Dai travestiti alla Istanbul Bar Association, dai maoisti e dal PKK, la libertà di parola alla quale veniva tanto associata la Avenue sta ora passando nella mani dei magafoni delle società ammiraglie dei marchi multinazionali. Proteste e marce stanno diventando sempre più rari. Sono già passati tre anni dalla “Saturday Mothers”.
“Pera” è stata uno spazio pubblico molto più estremo rispetto ai centri di Bakirköy, Kadiköy e Besiktas. È stata il rifugio dei “diversi” indesiderati. In nessun altro posto sulla terra è possibile imbattersi in una scala tanto intensa e concentrata di istituzioni culturali e di diversificazione economica su una strada detrafficata. Era un luogo in cui le economie erano radicalmente diversificate. Tuttavia, ogni giorno una teleria, uno studio fotografico, una sartoria, un’impresa di pompe funebri o una piccola stamperia se ne vanno, mentre al loro posto vanno ad insediarsi centri commerciali o grandi magazzini di marchi multinazionali. Questo fenomeno contribuisce altresì a trasformare il profilo dei frequentatori della Avenue. Parallelamente a questa modifica si è verificata una trasformazione radicale della funzione dei controversi istituti d’arte esistenti, la cui clientela non è formata da professionisti. Pochi istituti d’arte al mondo amano trattare con una audience mista, non composta da un pubblico borghese. Pur tuttavia era questo il vero potenziale che la Avenue offriva.
Per quanto riguarda me stesso, in qualità di gestore della Platform Garanti, un’istituzione “street-level”, è stato difficile disporre di una guardia in borghese, eliminare un servizio di sorveglianza continua e cancelli di sicurezza. Dal momento che l’audience era formata da persone di qualsiasi estrazione sociale, fiduciosi nei discorsi dell’arte contemporanea, abbiamo fatto del nostro meglio per eliminare la tensione tra l’interno e l’esterno. Dopo 5 anni di livelli di attesa con circa 100.000 visitatori all’anno, anche noi ci sposteremo per programmarci su un pubblico frammentato che costituirà la nostra vera audience fintanto che non ci troveremo impacciati a tale riguardo. Il passaggio ad uno spazio più ampio non deriva da una logica interna o da necessità istituzionali, ma dalla corporatizzazione complessiva del settore cultura a Istanbul.
Considerando i fatti da un’altra angolazione, si potrebbe dire che l’ingegneria sociale non sia forse mai riuscita così bene come ora ad utilizzare il singolo denominatore nazionale della banalità del populismo presentato come democrazia. Abbiamo ora la possibilità di scegliere lo stile dei nostri prossimi battelli navetta via internet e di partecipare a una personale dedicata a Picasso o ad un altro artista di spicco ai musei! L’arte e la cultura si sono impossessate di enormi cartelloni pubblicitari. La clientela è corporativa. Il pubblico viene sostituito dalla sua fantomatica rappresentazione sullo schermo e sui cartelloni pubblicitari. La penisola storica, trasformandosi in un parco a tema ad una velocità sempre crescente, è ora collegata a Pera per il potenziale di intrattenimento e di shopping della Avenue.
Dalle gallerie degli anni ottanta, i centri commerciali degli anni novanta, ai musei del 2000, il settore privato ha reinventato se stesso in misura crescente come un’istituzione gestita dai mass media che autoseleziona la propria audience. Se il settore pubblico non interverrà e queste istituzioni non si interfacceranno con potenziali audience, la corporatizzazione del settore cultura sarà completa.
di Claudia Zanfi
Il s“Insieme camitico, semitico, ariano, se si vuole, pagano, ebraico, cristiano, mussulmano; insieme africano, asiatico, europeo; un continente senza rapporto con le nostre comuni misure di spazio e di durata, perché l’Africa comincia dai Pirenei e il Medioevo vi sopravvive accanto alle più audaci realizzazioni del contemporaneo; insieme romano e cartaginese, alessandrino ed ebraico, ellenico e catalano; ambito di contrasti per eccellenza, patria feconda di miti e di miraggi”.
“History is roaring by… turning into geography”, Susan Sontag
Mediterraneo: “Le Gran Bleu”, “Lago Fenicio”, “Mare di Mezzo”.
Ciò che ora viene presentato come teatro del grande scontro di civiltà, è descritto dai Greci come via di contatti, incroci, scambi di merci, di lingue, di pareri e di voci. Un Mare interno quale via di comunicazione e non di divisione tra popoli imparentati tra loro, scenario di forme di reciprocità di lunga durata, di matrimoni e di ospitalità. Polifonico per evocare concertazione e complessità di suoni e di situazioni. Il concetto di Mediterraneo, affermatosi come entità distinta ma non omogenea (unità nella diversità), risale al Medioevo, e prima ancora al mondo greco. Se nell’antichità le città venivano costruite sulle colline, lontane dal mare, coi tempi moderni si rileva l’avvicinarsi ai litorali di uomini e di città. Questo progressivo affacciarsi delle civiltà sul Mediterraneo, fino a farne il baricentro di veri e propri sistemi economico-culturali, è stato attentamente registrato da Fernand Braudel, esegeta del Grande Mare. Braudel rileva le contraddizioni del mare uno e bino “diviso tra Nord e Sud, Est e Ovest”, ma unificato da “un clima, una cultura, una vegetazione che si richiamano da Cadice a Beirut, dalla Provenza alla Crimea, da Gerusalemme alla Sicilia; inserito nel più vasto insieme di terre emerse del mondo: il grandioso, il gigantesco continente unitario euro-afro-asiatico, un pianeta di per se stesso, dove tutto ha circolato precocemente e gli uomini hanno trovato il grande scenario della loro storia universale, là dove si sono compiuti gli scambi decisivi; il mare di cui la grande storia ha fatto il suo ambito prediletto”.
Basta rileggere alcuni capitoli del libro delle Storie di Erodoto, per persuadersi che la complessità delle scoperte geo-etnografiche, finanziate dai grandi sovrani d’Egitto e di Persia, erano per definizione ordinate e compiute in vista di occupazioni territoriali non da giustificare, ma da facilitare con la conoscenza delle coste, delle terre e dei fiumi, da sollecitare con le peculiarità degli usi e dei costumi dei vari popoli. L’Europa, in quanto propaggine del continente eurasiatico, è circondata dal mare con cui detiene un rapporto molto stretto che la distingue dall’Africa, Asia e America.
Ripercorre queste sponde attraverso alcune delle sue principali città è, innanzitutto, una volontà di fare rete, di tessere relazioni strette tra le ricerche che si muovono in questa area culturale. Come se gli scambi su questo mare, continuino a tracciare percorsi che determinano comuni intenti e comuni sentire. Molte cose uniscono: il paesaggio, l’acqua, una stessa radice linguistica. E su queste similitudini si costruiscono reti, progetti, idée.
Istanbul, Beirut, Nicosia,Tel Aviv, Alexandria, Barcellona: 6 città individuate come “casi studio” per il progetto Going Public’06. Atlante Mediterraneo.
L’identità del Mediterraneo, la sua molteplicità, la sua importanza, il suo investimento. Rapporti fra territori, rive, città, abitanti, senza soluzione di continuità. Tragitto verticale e orizzontale, fra il Mediterraneo e l’Europa, l’Oriente e l’Occidente. Da Istambul a Barcellona. Un moto circolare di andata e ritorno, di arrivi, contatti, migrazioni, contaminazioni, propagazioni infinite.
Gli effetti della globalizzazione e un diverso scenario geopolitico inducono fenomeni di rapida trasformazione del senso dei luoghi e compromettono i delicati equilibri sociali e ambientali. L’abbandono delle tradizioni e la crescita di nuove megalopoli, i crescenti flussi migratori e i capisaldi turistici, le antiche rotte mercantili e le grandi infrastrutture, il ruolo ibrido e complesso delle città e dei grandi porti sul Mediterraneo, con i loro cicli produttivi e ludici, le componenti sociali ed etniche, le aperture e le connessioni al territorio circostante e il legame con la dimensione continentale.
Sono alcuni dei temi intorno ai quali ruotano le ricerche di artisti, studenti, ricercatori, scrittori, geografi e sociologi, invitati a realizzare un progetto appositamente per Going Public’06. Flussi di persone, di economie, di culture.
Le 6 città ci vengono descritte come luoghi in movimento, in cui l’ibridazione iniziata nei tempi antichi si propaga fino ai nostri giorni in moti perpetui. Dal problema delle minoranze linguistiche, etniche e religiose, alle trasformazioni dei quartieri storici (Istanbul). Dalla ridefinizione dei confini, agli spazi della memoria collettiva (Nicosia). Dal turismo di massa, ai flussi migratori (Barcellona). Dalla guerra civile, alla ricostruzione della città e della società (Beirut). Dai trasferimenti di popolazioni, all’affaccio al mare (Tel Aviv/Jaffa). Dalla trasformazione territoriale, alla sostenibilità (Alexandria).
Dove finiscono queste città e dove inizia il mare? La città sta cambiando per crescita veloce e irrequieta. I luoghi del lavoro (ex-fabbriche) vengono riconvertiti in centri culturali polifunzionali o in centri commerciali; la periferia è sempre più disomogenea: villette per èlite urbane o caseggiati popolari; il lungomare si ricongiunge al centro: assi pedonali che conducono a “waterfronts” spaziosi e ben arredati. Lo spazio pubblico si trasforma e la comunità interagisce differentemente con la città. Questa nuova “comunità politica” non ha solo una nuova visone del cosmo, delle tecnologie, delle forme di produzione, degli scambi economici e dei flussi umani, ma porta in sé modi inediti di immaginare e praticare la vita sociale e relazionale. Il mercato, la sfera pubblica, la sovranità popolare – spazi tipici della società moderna – comportano nuove pratiche collettive che a loro volta hanno richiesto nuovi orizzonti di comprensione. Correlata alle teorie di Foucault e di Deleuze la complessità geografica contemporanea diviene campo di produzione per conoscenze “altre”, luogo di percorsi alternativi, in cui le mappe sono concetti aperti, elaborate per generare nuovi disegni.
Tra gli elementi geografici che caratterizzano la complessità dello spazio mediterraneo, il paesaggio è sentito come un fatto antropico, che conduce al tema dell’ecologia e della sostenibilità, connesso al pensiero sociale e ambientale. Ne derivano concetti quali architettura come riciclo intelligente e come trasformazione territoriale. Questa prospettiva di un “Green Corridor” va di pari passo con l’idea da cui è iniziato il progetto Atlante Mediterraneo.
Cioè la nascita dello “Spazio Euromediterraneo”, e l’attivazione del corridoio denominato “Corridoio Meridiano”. Due elementi connessi con lo scenario Mediterraneo del 2010 – che sarà dichiarato area di libero scambio. Se il Mediterraneo è un cerchio, l’attraversamento di questo corridoio ne ridisegna la geografia, con nuove rotte sui temi della mobilità, dell’insediamento umano e della produzione. Un dispositivo territoriale che riguarda tutti i Paesi mediterranei, concepiti come un unico insieme politico/geografico/sociale. Si tratta quindi di azioni a favore dell’incontro tra le diverse culture e i diversi popoli, di modifiche geografiche nei nodi di scambio, di flusso, di mobilità. L’importanza del Corridoio Meridiano è valutata soprattutto in relazione al complesso sistema mediterraneo nel quale esso agisce. L’attuale stato dei corridoi e delle autostrade del mare è caratterizzato dalla connessione tra il bacino sud e il centro Europa. Il progetto del corridoio Est-Ovest (Cipro-Siviglia), invece, connetterebbe direttamente aree del Mediterraneo Orientale, offrendo una dorsale per lo sviluppo locale delle nazioni meridiane.
Alcune parole chiave aiuteranno a navigare questo nuovo Altante Mediterraneo, creato su relazioni artistiche e “pluralismi culturali” che, insieme a partners ed istituzioni internazionali, abbiamo cercato di disegnare, per recuperare quella “cultura fluida” , concetto base dello spazio Mediterraneo, in cui tutto si mescola, si confonde, per tornare poi a distinguersi nella molteplicità.
Università di Palermo, Dipartimento Città e Territorio, 2005
Tzvetan Todorov, Il nuovo disordine mondiale, Garzanti
Carlo Galli, Muticulturalismo. Ideologie e sfide, Il Mulino 2006
Artists
è un progetto ideato da Walid Raad nel 1999 allo scopo di fare ricerche e documentare la storia contemporanea libanese. Si propone di individuare, preservare, studiare e produrre materiali audio, visivi, letterari e di altro genere. Tutto il lavoro di ricerca è conservato e organizzato nell’Archivio Atlas Group. Le presentazioni pubbliche del progetto includono installazioni con diversi media, proiezioni, saggi visivi e letterari, conferenze/performance.
è architetto e professore presso l’Accademia Libanese di Belle Arti di Beirut. Collabora con l’inserto culturale del giornale Annahar’s, Al Mulhaq, e con altre riviste d’arte europee. Il suo lavoro è stato esposto in diverse occasioni, quail: Contemporary Arab Representations, 2001-02 (Ashkal Alwan/Beirut, TownHouse Gallery/Cairo, Tapies Foundation/Barcelona e Witte de With/Rotterdam); Beirut, the Impossible Portrait, The Venice Biennial, 2003); My Neck is Thinner than a Hair, una conferenza/performance con Walid Raad e Bilal Khbeiz, presentata a Beirut, Brussels, Parigi, Berlino, Londra, Basilea e Singapore (2004).
vive a New York e lavora con video e installazioni video di grande scala, oltre che con il disegno. Il suo lavoro cerca di sovrapporre i confini tra la realtà e la sua costruzione, ed esplora i concetti di dominazione, esperienza corporea femminile e coscienza spaziale, analizzando le loro dimensioni formali nella sfera sociale e psicologica. Ha partecipato a numerose esposizioni personali e collettive negli USA, in Europa e Israele, tra cui: Tel Aviv Museum (2006); Galleria Pack, Milano (2004, 2006); Andrea Meislin Gallery, New York (2005); The kitchen, New York (2005); Going Public 04, Modena (2004).
è un artista visivo. I suoi progetti artistici cercano la relazione diretta con il pubblico. Egli cerca di dare spazio alla reazione dello spettatore nei confronti del lavoro artistico, reazione che non finisce con la fine della performance. Definisce questo approccio “Lavoro artistico vivente”. Con l’artista egiziana Aliaa El Gready ha fondato l’associazione Gudran per l’arte e lo sviluppo.
ha studiato Fisica e Belle Arti negli USA e in Spagna. E’ attualmente candidato per un Dottorato presso la Aegean University. Come artista visivo è stato selezionato per diverse esposizioni europee e internazionali, con opere che affrontano diverse tecniche: fotografia, incisione, architettura, scenografia e disegno di costumi, installazione. Ha realizzato anche opere di video arte, brevi documentari e animazioni. E’ il fondatore di ARTos Foundation (Nicosia).
artista e docente turco-cipriota, si occupa soprattutto di pittura aniconica. E’ professore e direttore della “Anatolia Fine Arts High School” di Nicosia, e fondatore del primo centro di arte contemporanea nella parte nord di Nicosia.
è un gruppo di artisti che lavora con installazioni, laboratori, ricerche, attraverso l’utilizzo di diversi mezzi espressivi. Tra gli ultimi progetti ed esposizioni: il “progettolaboratorio” 19+Oda Projesi (Platform Garanti/Istanbul, 2006); 9th Istanbul Biennale (2005); e un progetto in continua trasformazione (dal 2005) consistente in uscite settimanali di programmi radio parassiti sulla frequenza 94.9 FM,“Açik Radyo”, di Istanbul.
fondato nel 2000, ha membri ad Amsterdam, Ankara, Istanbul e New York. Scopo di xurban è istigare domande, indagini, e discussioni su politiche contemporanee, teorie e ideologie. Gli ultimi lavori esposti sono: The Containment Contained, 2003 (8th International Istanbul Biennial; Espace SD Gallery, Beirut; Apex Art, New York); S.i.e.g.e.c.r.a.f.t, 2004 (Aksanat Center, Istanbul; Exit Art, New York; ZKM, Karlsruhe); VOID: A View from Acropolis (Platform Garanti Contemporary Art Center, Istanbul, 2006).
è video artista, curatore e co-fondatore della Arab Image Foundation di Beirut. Autore di più di 30 video, e video installazioni, Zaatari ha esplorato temi riguardanti la condizione del dopoguerra libanese, come in All is Well on the Border (1997) e la circolazione e produzione di immagini nel contesto di una divisione geografica del Medio Oriente, come in This Day (2003) e In This House (2005). La sue ricerche continue hanno dato origine a una serie di esposizioni e pubblicazioni, quali Hashem El Madani: Studio Practices (2004) e Mapping Sitting (2005).
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