Going Public ’08

Port City Safari
FLYER
Bristol, Rotterdam, Tangier, Marseille, Palermo, Athens, Liverpool
Interventi urbani, workshop, film, dibattiti, scambi culturali e commerci, pubblicazioni
Un progetto di: aMAZE laboratorio culturale
Ideazione e Direzione artistica: Claudia Zanfi
In collaborazione con: Arnolfini Art Center, Bristol;
Commissione Cultura Comunità Europea – Grant Cultura 2007
Col supporto di: Fondazione Cassa Risparmio di Modena; Costopoulos Foundation, Atene; Comune di Sassuolo; Provincia di Modena.
Partners: Biennale di Istanbul; Istanbul Modern; Biennale di Atene; Arts Council England; Bristol City Council; La Cinemathèque de Tanger; Provincia di Milano, Settore Cultura; La Triennale di Milano; Can Xalant, Matarò-Barcelona; Biennale di Architettura di Venezia; EXPA/La Triennale di Milano Off, Palermo; Comune di Palermo; Capitaneria di Porto e Autorità Portuale, Palermo; A Foundation, Liverpool.
Col patrocinio di: MiBAC Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma
Ufficio Stampa: Studio Pesci, Bologna.
Press Release
Port City Safari
Bristol, Rotterdam, Tangier, Marseille, Palermo, Athens, Liverpool Un progetto di : aMAZElab, Milan Direzione artistica: Claudia Zanfi In collaborazione con: Arnolfini Art Center, Bristol; Commissione Cultura Comunità Europea Il laboratorio culturale aMAZElab di Milano (www.amaze.it) da Settembre 2007 ha avviato, in collaborazione con l’Arnolfini Art Center di Bristol, il progetto internazionale PORT CITY SAFARI, sostenuto dalla Comunità Europea e vincitore del Grant Cultura 2007. PORT CITY SAFARI è un viaggio attraverso alcune delle principali città portuali europee e dell’area del Mediterraneo, che partecipano al progetto con iniziative di ricerca, espositive e seminariali organizzate da istituzioni museali e universitarie locali. Partito da Bristol, con la prima tappa della mostra Port City, e dopo i progetti site-specific realizzati in occasione delle Biennali di Istanbul e di Atene, PORT CITY SAFARI ha indagato le città di Rotterdam, Tangeri, Marsiglia e Palermo. Il progetto è stato presentato nella sua globalità alla “Biennale di Liverpool” 2008 e si concluderà a Sassuolo (Modena) a Novembre ’08 con una serie di workshops e mostre. PORT CITY SAFARI rappresenta un network internazionale di scambi culturali, una mostra e una serie di pubblicazioni e di piattaforme artistiche. Il progetto mette in luce diverse ricerche e traiettorie dedicate al commercio, mobilità e produttività nelle città portuali indicate. Di seguito le varie tappe del viaggio/safari: >Biennali di ISTANBUL e ATENE< Settembre 2007 PORT AMPs ZAFOS XAGORARIS L’artista internazionale Zafos Xagoraris presenta alle Biennali di Istanbul e Atene il suo progetto Port Ampliphons. aMAZElab nelle due città e in occasione delle relative Biennali, ha prodotto la performance sonora e site specific dell’artista greco Zafos Xagoraris. Una città portuale ha aree come il lungomare, moli, magazzini o spiagge, che dividono il mare dall’ambiente urbano. Queste zone sono a volte dismesse, permanentemente o temporaneamente, trascurate e poco popolate. Questi spazi deserti, vuoti urbani abbandonati e silenziosi, al tempo stesso caratterizzano la città e rappresentano il suo lato oscuro. Per animare tali luoghi, il progetto “Port Ampliphons” tende ad aumentare il volume del silenzio esistente in quei luoghi attraverso un amplificatore: amplificare il suono del lungomare, delle cime delle barche o del vento. Questo limite solido e liquido esiste sul confine di molti porti o regioni costiere. Scopo del progetto è raccogliere una mappatura di suoni in condizioni simili e creare un archivio dei suoni della città-porto. Partners: Biennale di Istanbul; Istanbul Modern; Biennale di Atene; Costopoulos Foundation, Atene. >BRISTOL< Settembre – Novembre 2007 PORT CITY. On mobility and exchange ARTISTI VARI: da Meschac Gaba a Maria Magdalena Campos Pons. Claudia Zanfi ha co-curato presso l’Arnolfini Art Center di Bristol, Port City. On mobility and exchange, un network internazionale di scambi culturali, una mostra e una serie di pubblicazioni e piattaforme dove sono messe in relazione diverse traiettorie di commercio, mobilità e “schiavitù contemporanea” tra città portuali, attraverso progetti artistici di: Maria Thereza Alves, Yto Barrada, Ursula Biemann, Maria Magdalena Campos Pons, Mary Evans, Meschac Gaba, Raimi Gbadamosi, Going Public/ Atlante Mediterraneo, Charles Heller, Kathleen Herbert, irational, Melanie Jackson, Helena Maleno/ Womens Link International, La Pocha Nostra, Eric van Lieshout, Cildo Meireles, Naeem Mohaimen, William Pope Kate Rich, Zineb Sedira, Duncan Speakman, Hala Elkoussy, Osservatorio Tecnologico. Partners: Arts Council England; Bristol City Council >TANGER< Maggio 2008 LA CINEMATHEQUE DE TANGER YTO BARRADA La prima esposizione del materiale video di Yto Barrada da “La Cinematheque de Tanger”. In un’indagine sulla città contemporanea e le sue culture, non possono mancare momenti di dialogo e di riflessione sulle diverse identità esistenti. Continuando il percorso di ricognizione sulle coste del Mediterraneo, in cui giacciono le nostre radici culturali, dopo i progetti Cyprus Day e Re-Thinking Beirut, l’associazione aMAZElab propone un approfondimento sulla cultura del Marocco e in modo particolare sulla città di Tangeri: scambi, flussi, migrazioni, sono i temi principali. Particolare attenzione viene posta al progetto dell’artista Yto Barrada che ha riaperto un vecchio cinema anni ’30 nella Piazza del Gran Socco – centro storico di Tangeri – presso la Medina e i Vecchi Mercati della città. Il progetto d’artista prevede una programmazione quotidiana di film d’autore, una raccolta di video d’artista e una piccola biblioteca pubblica. Partners: La Cinemathèque de Tanger; Provincia di Milano, Settore Cultura; La Triennale di Milano SCHENGEN THE CASTLE XAVIER ARENOS Xavier Arenos presenta un progetto sui flussi migratori tra Tangeri e Gibilterra. L’artista spagnolo Xavier Arenos, in collaborazione con ricercatori e collettivi culturali di artisti e attivisti sia dal Marocco che dalla Spagna, ha prodotto una ricerca e un tabloid sul rapporto dei flussi migratori tra Tangeri e Gibilterra, con particolare attenzione alla situazione delle enclavi spagnole e ai diritti umani sulla mobilità. Il progetto è curato da Martì Peran – Metropolis Master in Urban Studies all’Università di Barcelona e promosso da Can Xalant (Centre de Creaciò I Pensament Contemporani De Matarò) Partners: Can Xalant, Matarò-Barcelona; CCCB, Barcelona >ROTTERDAM< Giugno 2008 4 SCENES FROM THE HARBOUR STEALTH GROUP Stealth Group presenta il progetto legato alla realtà di Rotterdam come città portuale. Il collettivo di architetti di Rotterdam ha ideato un percorso attraverso una sequenza di immagini e racconti sul Porto della Città. Quattro scene, da due differenti luoghi – uno intorno all’immagine popolare di Rotterdam come Città Porto, l’altro intorno alla realtà contemporanea di un paesaggio industriale. Le prime due scene hanno avuto luogo in una stanza della “Casa del Marinaio” (Seamen’s House – un hotel per marinai ed equipaggi navali). La seconda parte del progetto, ha avuto luogo nella nuova zona industriale del Porto di Rotterdam, Maasvlakte. Per la terza e la quarta scena è stata scelta una delle più grandi stazioni di Container in Europa e il Maasvlakte 2, la recente estensione artificiale del Porto di Rotterdam. Partners: Biennale di Architettura di Venezia >PALERMO< Luglio 2008 IL MARE E LA SUPERSTIZIONE DEI MARINAI MARCELLO MALOBERTI Marcello Maloberti presenta per la prima volta il suo progetto basato su alcune interviste ai lavoratori portuali di Palermo . L’artista ha raccolto i ritratti e le testimonianze dei lavoratori portuali, operaie e operai incontrati al porto su vari temi: lavoro, famiglia, amore, vita quotidiana. Circa una ventina di interviste montate su un video, girato dalla video-artista Daniela Manzolli, che hanno generato storie, viaggi, superstizioni, racconti. Da sfondo scenografico a questi ritagli di vita un telo da mare con raffigurazioni marine, terrestri o lunari. Perché il porto è anche questo: luogo di scambi, di connessione tra terra e mare, tra realtà e immaginazione. L’opera risulta una sorta di viaggio sentimentale e performativo che guida lo spettatore attraverso le parole, le canzoni degli intervistati e i rumori del luogo. Il progetto di Palermo prevede inoltre un laboratorio di letture dedicate al mare e al porto: un tour guidato da giovani artisti, scrittori e architetti alla zona portuale. Partners: MiBAC Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma; EXPA/La Triennale di Milano Off, Palermo; Comune di Palermo; Capitaneria di Porto e Autorità Portuale, Palermo. >LIVERPOOL< Agosto 2008 PORTCITYSAFARI Symposium Un simposio che anticipa la Biennale di Liverpool. Sabato 23 Agosto 2008, presso la A Foundation di Liverpool, aMAZElab ha coordinato un simposio internazionale e presentato il risultato di un anno di lavoro e di ricerche frutto del viaggio–safari intrapreso per analizzare la tematica del rapporto città/mare/porto. Al simposio hanno partecipato: Claudia Zanfi, direzione aMAZElab, Milano; Paul Domela, direzione Biennale di Liverpool; Tom Trevor, direzione Arnolfini, Bristol; Marc Waugh, direzione A Foundation, Liverpool. L’evento si configura come un’anticipazione della Biennale di Liverpool e in questa sede aMAZElab ha presentato una serie di video, mappe, suoni, racconti degli artisti coinvolti nei progetti realizzati lungo la traiettoria PortCitySafari. >SASSUOLO (MO)< Novembre – Dicembre 2008 THE SOUND OF THE CITY ZAFOS XAGORARIS La prima mostra personale in Italia dedicata a Zafos Xagoraris. Sassuolo, ultima tappa del viaggio tra le città portuali che hanno aderito al progetto PortCitySafari, rappresenta un caso molto interessante nelle sue molteplicità e stratificazioni, sia urbane che sociali. In questa sede, dal 16 al 22 Novembre, è stato proposto un laboratorio sulla città con giovani di Sassuolo e studenti dell’Accademia di Belle Arti di Atene e da altre città del Mediterraneo. La guida di riferimento del workshop è stato l’artista internazionale Zafos Xagoraris. A partire dal testo “Le città invisibili” di Italo Calvino, il progetto ha avuto lo scopo di mappare la città attraverso la raccolta di suoni/silenzi/rumori caratteristici di varie zone come la periferia, il centro, le scuole, i mercati, le piazze. Inoltre il laboratorio, sperimentale per sua natura, ha inteso favorire gli scambi culturali tra giovani della città in dialogo con giovani dall’Europa e dal Mediterraneo, su un nuovo concetto di spazio urbano, installazione sonora, architettura immateriale. Al termine del workshop gli studenti hanno raccolto una sorta di archivio di molti e differenti spazi acustici, di luoghi e di immagini che caratterizzano fortemente la “Città Porto” di Sassuolo. Dal 22 Novembre al 21 Dicembre è stato possibile visitare l’esposizione dei lavori conclusivi del laboratorio presso il centro culturale la Casa nel Parco, Parco Ducale di Sassuolo e una prima mostra italiana dedicata all’artista internazionale Zafos Xagoraris con un’installazione sonora nello spazio pubblico della città. Partners: Comune di Sassuolo; La casa nel Parco Sassuolo; Provincia di Modena; Fondazione Cassa Risparmio di Modena; MiBAC Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma.
Texts
di Paul Domela
Una volta mi è stato spiegato che gli artisti vogliono sempre vivere dove altri artisti hanno vissuto e lavorato prima di loro. Le orme di Rembrandt, Picasso, Joyce, Warhol o John Lennon avevano un potere trascinante. È possibile che alla base di molta pratica artistica contemporanea vi sia spesso una curiosa sensazione di continuum storico e distacco radicale, la quale potrebbe anche rappresentare un valido motivo perché un artista scelga di vivere in un determinato luogo. Ad ogni modo, trovo che una conversazione con la storia dell’arte non produca alcun effetto se non viene raffrontata al presente. Esiste, naturalmente, anche un altro approccio al fare arte, il quale si rifà non tanto al corso storico, bensì alle necessità di oggi o alle possibilità di cui dispongono altri campi d’azione. Queste pratiche di migrazione risultano assai frustranti per una storia dell’arte che si propone di definire un tempo e un luogo, e si potrebbe leggere in questa luce il costante sforzo con cui critici e storici dell’arte cercano di racchiudere entro i limiti della disciplina le pratiche più correnti.
Migrazione e mobilità vengono in qualche modo assorbite in una nozione essenzialmente omologata della cultura come contributo o sottrazione ad una prerogativa territoriale e radicata. Negli ultimi venticinque anni questa posizione ha perso molto dei suoi fondamenti, soprattutto grazie al frutto di studi coloniali e post-coloniali, ma l’interdipendenza fra luogo e identità continua a sollevare emozioni violente e nella presente fase di recessione ci vorranno grande coraggio e abilità politici per fronteggiare il sensibile aumento di xenofobia e protezionismo.
Storicamente le città-porto hanno fatto da sfondo a tali negoziazioni e rappresentano comprensibilmente un cosmopolitismo in cui il flusso della marea e del commercio ha messo in evidenza la temporalità di luogo e persone. Nell’ultima fase della globalizzazione i porti sono tornati in auge sia nel trasporto di merci che, metaforicamente, come paradigma di mondialità. La circolazione di persone e idee oggi non avviene più attraverso i porti in quanto tali, bensì attraverso spazi aperti e per analogia. D’altra parte, se si vuole suggerire che il cosmopolitismo sia in qualche modo fondato nei mattoni e nella calce, il recupero di edifici dovrebbe anche portare beneficio ad una pluralità interculturale che avvalora il pensiero urbano contemporaneo riguardo al futuro successo delle città europee. Il riutilizzo di vecchi magazzini doganali a fini culturali, residenziali e commerciali pone rimedio ad uno stato di abbandono e decadimento, ma mattoni migliori non basteranno da soli a riportare il tumulto delle navi da linea in fase di imbarco e sbarco o la fertilità della libertà intellettuale. Il cosmopolitismo è pertanto non una qualità del luogo, ma uno stato delle persone, una pratica relazionale di differenza, trasformazione, negoziazione e produzione.
In tempi in cui l’ansiosa ricerca di avidità viene messa da parte possiamo forse iniziare a pensare di rivendicare la mondialità delle città-porto come il negativo dell’incarcerazione della migrazione politica ed economica. Ingigantendo le “zone franche” delle merci da container, le città portuali ospiterebbero uno stato di eccezione concertata, un’espansione tra nazioni del Mare Liberum tale da includere il passaggio innocente attraverso porti liberi. Hugo Grotius, benché ne scrivesse con intenti patriottici, considerava i mari una proprietà comune soggetta a regole internazionali a beneficio di tutti. Naturalmente, perché possa includere le città-porto, la legge dei mari liberi dovrebbe espandersi verso l’interno e per trovare la risposta dobbiamo solo seguire la disputa tra Mare Liberum e Mare Clausum, ovvero tra Olandesi ed Inglesi, e invertire la soluzione posta da Cornelis van Bynkershoek alla questione delle acque territoriali: le acque costiere eserciterebbero diritti sugli stati adiacenti. L’ampiezza del territorio che potrebbe essere rivendicato dal “continente negativo” corrisponderebbe a circa tre miglia, ovvero la distanza a cui un cannone potrebbe sparare dalla riva. Questa “regola dello sparo del cannone”, che risale al XVIII secolo, varrebbe per tutte le città-porto di medie dimensioni. Una simile traduzione in termini di spazio del “continente negativo” potrebbe dare un volto all’idea di non nazione e avvalorerebbe l’idea dell’essere apolidi come logica conclusione di un internazionalismo accelerato. Poco più di un secolo fa ai navigatori non sarebbe apparso inverosimile questo scenario, riconoscibile come un riflesso di un’esperienza vissuta. Oggi questa estesa zona di transito consentirebbe all’emigrante di superare la dicotomia turista-nomade quale fondamento della mobilità globale. Per le città-porto sarebbe poco più di un ripristino di una gravità relazionale che tende verso altre spiagge più che verso l’interno.
di Davide Lacagnina
I silenzi possono essere a volte più assordanti di mille rumori. E molti rumori ridursi ad un unico tono. Martellante e minaccioso come quello di una campana che suona a morto. Allo stesso modo ogni immagine ne contiene mille altre dentro e racconta di un’esistenza che non è soltanto quella dell’oggetto della sua rappresentazione. La sua forza ci colpisce e ci costringe ad andare oltre, ad uno sforzo di riduzione che restituisca un significato alla concentrazione del nostro sguardo.
Il Mare che ci rivela Sandro Scalia è quello a cui noi abbiamo voltato le spalle. Quello che non conosciamo o forse abbiamo paura di scoprire. Ne sentiamo il rumore, e persino l’odore in lontananza, ma restiamo indifferenti al suo richiamo. Gli strepiti della città, il traffico convulso, le sirene spiegate, i mille lavori in corso hanno sempre la meglio su una separazione che appare già segnata. Abbiamo rinunciato al riconoscimento di quell’elemento liquido che ci appartiene fino in fondo e che è la nostra stessa sostanza. Abbiamo tradito noi stessi.
Nella ricerca di Scalia si inseguono sei sequenze video dedicate a sei diversi personaggi e al loro rapporto con il mare. La camera fissa, su altrettanti punti chiave della costa palermitana, indaga le variazioni naturali che segnano questo paesaggio ignoto, in un avvicendamento continuo di dissolvenze e passaggi sonori registrati dal vivo. L’inquadratura delle immagini cerca l’equilibrio di una struttura, una costruzione di linee e tagli che possano qualificare la rappresentazione di uno spazio che comunque sfugge. La nostra percezione si dilata, s’infrange e si disperde nei clacson strombazzanti, nella malia della risacca delle onde o nel gocciolio alienante dei rivoli d’acqua che scendono a mare. Il primo piano è affidato alla mimica dei corpi, anch’essi immobili, al centro di una ripresa in cui lo schiudersi della labbra, il battito della ciglia, i guizzi dello sguardo o il fumo di una sigaretta tendono a riversarsi nei punti di minore resistenza della nostra attenzione. Il fracasso della strada scandisce i tempi della visione e ogni traccia d’umana vitalità ha il valore di un impegno contro i compromessi del destino.
Lucida testimonianza e insieme documentazione di un tratto di costa a rischio perché tradito, così come esso appare nella frantumazione del suo degrado e della sua miseria, da quell’umana consapevolezza dei luoghi che potrebbe piuttosto condurre alla matura definizione di una sua ritrovata identità. Che è anche la nostra.
(Tratto dal catalogo della 10. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, Città-Porto, Ed. Marsilio, Venezia 2006)
di Simon-Pierre Hamelin
Dicono di avermi visto un mattino ventoso affrettarmi fino al porto, con il passo rapido e vacillante.
Dicono che avrei oltrepassato la spessa frontiera senza accorgermene; come si attraversa una porta prontamente richiusa, ci si lascia poi alle spalle un rimpianto.
Si racconta della mia fuga, una leggenda sbocciata e ben presto appassita, la si enfatizza, ognuno la ricama a modo suo: “Ha oltrepassato la frontiera” si ripete a mezza voce, gli occhi sgranati per l’annuncio, una fuga scandita in segreto ai quattro angoli della città. E tutto ciò a favore delle chiacchiere del Boulevard; perlomeno per questo pomeriggio.
Si racconta molto e senza sapere, perché questa frontiera evidente non la si oltrepassa. Tangeri, il mio universo in un fazzoletto da taschino, la mia ombra si aggira sempre nei tuoi vicoli, modellando il pavé viscido delle tue strade. Ancora a lungo tormenterò il sole che risplende intero sulle tue terrazze. E credimi, attraverserò comunque la tua barriera, ma solo dopo aver oltrepassato e assaporato il passaggio delle altre frontiere, le tue, numerose, invisibili.
Le attraverso e le riattraverso, ingoiandole più volte al giorno; e durante le notti di primavera, dove qualsiasi passaggio diviene possibile, dove mi sembra di restare sospeso per un istante in equilibrio sulle tue linee.
Ne attraverso con prudenza, in particolare quella che separa la “Médina” dal “Grand Socco” , la più venerabile, distinta in passato da un solco nella terra fresca e benedetta. Ed è spesso il primo rito del mattino, questo passaggio sotto l’arco che oltrepassa la linea, frequentata inconsapevolmente da una folla anonima. E tuttavia noto alcuni che, come me, indugiano un istante, alzano gli occhi per un attimo, impercettibile.
Ne attraverso un’altra, a testa bassa, la guancia rossa dalla vergogna, discendendo la “Montagne” ai margini di un quartiere anonimo, tutt’altro mondo rispetto a quello dei benestanti che vivono qui a Tangeri, che oltrepassano con sufficienza tutte le frontiere ben segnalate sulle cartine. La supero correndo e brucio ancora di quell’orgoglio di poeta ebbro, riempito di visti e inviti mondani, che dalla sua poltrona Luigi XVI ci racconta il Mondo a suon di certezze sentite dire, prigioniero egli stesso della propria frontiera, quella opaca, tanto resistente da soffocarcisi. La poesia è nata altrove, distante pochi passi dispersi, tra il cielo e il mare, su di una spiaggia abbandonata alla sera: attorno a un fuoco danzante un uomo anziano canta, accompagnato dal suo oud , una canzone romantica che impone il suo silenzio alle carezze delle onde sul bagnasciuga. Più lontano, Mrabet parla alle sirene. Ed è un’altra frontiera che cede, quella che isolando i nostri sensi impediva loro troppo spesso di unirsi ai venti del Distretto.
Oltrepasso quella del tempo nella stessa mezz’ora. Le mie labbra lasciano il guanto di una Lady inglese per andare a infrangersi su di un bicchiere di tè bollente nel café vicino a questo salotto del secolo scorso. Nani in fez e djellabas inamidati servono dei capitani centenari, dei re carnevaleschi senza corona dalle maniere ricercate. Un gallo bianco, maestoso, passa di poltrona in poltrona e con un colpo d’ala spettina la Lady: andrà sempre così, non è vero? Di fronte, oltre la via-divisoria, nel café buio dalle persiane abbassate, gli occhi fissati sulla cittadella Europa, degli uomini vigorosi fermati bruscamente nel pieno splendore dell’età. E contro i vetri di questo stesso caffè, questi uomini sani che non ne hanno più l’aria, un cellulare in entrambe le mani, le teste coperte di cappelli chiassosi, scommettono tutto il giorno sul futuro. Che viene giocato su un piccolo schermo tuonante di promesse future: dei purosangue corrono a Vincennes , nel fango, sotto la pioggia battente. Da una parte come dall’altra si consacra lo stesso culto per il cavallo.
Oltrepasso le mie frontiere, le vostre, quelle che separano le lingue, le civiltà con la lettera Maiuscola. Rue d’Angleterre: una babouchka nata nell’esilio a Odessa, prima di tutte le guerre, mi bacia sulla fronte e mi benedice in russo: “Piccolo Sasha, torna a trovarmi presto. Ci berremo del tè con la marmellata. Io ti reciterò la mia poesia; parleremo del paese. Non dimenticarti gli orari del battello per Trieste, devono essere cambiati da…”. Sotto casa sua, chiedo al negoziante una Marquise con il mio povero sabir – suona grezzo e familiare – la lingua collosa di tutti quei bohème arenati qui. Sidi Bouabib richiama i fedeli, Sant’Andrea suona: è domenica. Batuji abbassa la serranda di ferro e se ne va trotterellando per rue du Portugal, dei fiori in mano, la fronte sporca di zafferano. Se ne va a ornare l’idolo del minuscolo tempio indù che di nascosto riposa in un angolo del cimitero ebreo. È il solo che viene a pregarci ed il rabbino ormai da tempo fa finta di non vedere. Ganesh è ricoperto di carminio, odora di petali macerati, incenso e burro rancido. Certo c’e un tempio anche a Gibilterra, più grande e maestoso; ma Batuji non ama il mare, e nemmeno le scimmie. E quando unisce le mani al di sopra dell’idolo, si alza da una cantina della Médina bassa la preghiera di un prete nero: “Padre Nostro che sei nei cieli, facci attraversare il Distretto. Del pane, ne avremo sempre, così come nel deserto attraversato a piedi, fino a questo muro che sale nel cielo”. Si sistema il suo colletto bianco e se ne va a tranquillizzare le sue pecorelle clandestine.
Oltrepasso la frontiera proibita, pochi gradini che sinuosamente portano alla tua camera. Nessuna porta per scalfire il mio slancio, tantomeno timbri sul passaporto: gli unici testimoni saranno alcuni nostri ricordi. Nel ritmo regolare del tuo respiro sonnecchi o fingi di sonnecchiare.
Il tuo petto scandisce il tempo; il contorno della tua anca lo spazio. Di frontiere, tu, non ne riconosci alcuna. Ma quando avrò passato il Rubicone così desiderato da tutti alla follia, quando avrò risposto alla sfida che mi si lancia in viso come un guanto, ti ricorderai allora di quelle frontiere che abbiamo passato insieme, senza mai appoggiare i piedi per terra tanto il vento forte e orgoglioso ci trasportava? Vedrai ancora il mio sorriso declinato sui volti intorpiditi dei sognatori d’Europa che incroci senza sosta? Rimpiangerai un giorno il tempo in cui noi eravamo amici, dove io ti traghettavo di collina in vallata, senza mai inciampare sul lontano limes?
Dicono in giro di averti visto, un mattino ventoso condurmi fino al porto, con il passo rapido e vacillante. Dicono in giro di averti visto spingermi dietro un muro, senza uno sguardo e dei rimpianti. Ma la mia ombra si aggira ancora sui tuoi fianchi, modellando il pavé viscido delle tue strade. Ancora a lungo tormenterò il sole che risplende intero sulle tue terrazze.
Tangeri, 2008
Nei paesi nord-africani indica la parte vecchia della città.
Piazza centrale di Tangeri.
Quartiere residenziale dominante il Distretto.
Strumento musicale arabo a corde, simile ad un mandolino.
Lunga veste a maniche lunghe con cappuccio.
Ippodromo a est di Parigi.
Parola russa che significa donna anziana.
Sigaretta di marca marocchina.
Dialetto che mescola arabo, francese, spagnolo e italiano.
Moschea del Grand Socco.
di Emiliano Gandolfi
È tutta una questione di misure. 20 piedi x 8 piedi x 8,5 piedi, un volume complessivo di 1.360 piedi cubici, ovvero 39 m3 – sono le misure che hanno cambiato i porti di tutto il mondo. Dalla Guerra di Corea, quando l’esercito americano inizia a sperimentare i primi container di metallo, la strada è breve verso una rivoluzione dei trasporti e del commercio globale. Nel 1956 Malcolm McLean, un piccolo imprenditore di Maxton, North Carolina, per la prima volta intuì la praticità a livello commerciale di trasportare i carichi direttamente assieme al contenitore e per questo si guadagnò il soprannome di “the father of containerization”. Ma bisognò aspettare fino all’ottobre del 1970, quando dopo due anni di elaborazioni si arrivò a definire le dimensioni standard da parte del International Organization for Standardization (ISO). Gli stessi container presero il nome da questa organizzazione: container ISO; da quel momento navi, treni, camion e stazioni, porti e interporti di tutto il mondo furono adattati esclusivamente a questo sistema.
La rivoluzione era in qualche modo inaspettata. Negli anni Cinquanta, quando un economista della Harvard University, Benjamin Chinitz, predisse che l’impiego dei container avrebbe facilitato New York per la possibilità di trasportare merce prodotta a costi minori negli stati del sud, non si rese conto che la stessa tecnologia avrebbe reso anche l’importazione di prodotti dall’estero molto più economica . Con la diffusione del container e la rispettiva caduta dei prezzi dei trasporti, l’economia per la prima volta divenne realmente globale. La graduale liberalizzazione dei mercati rese possibile importare merce da qualunque parte della Terra e produrre in paesi nei quali il costo della mano d’opera è sensibilmente minore.
Oggi attraversare il porto di Rotterdam è una esperienza quasi mistica. Oltre 40 km di Transtainers, Gantry, Grappler Lift, Reach Stackers e altri marchingegni per scaricare e caricare le navi si muovono incessantemente, a velocità costante, e apparentemente senza nessuno che le comandi. Colline di polvere di carbone, montagne di container colorati, paesaggi interi di silos petroliferi collegati da migliaia di chilometri di tubi, cavi, ponti, luci, formano l’ossatura del porto più grande d’Europa, uno dei primi porti al mondo. Una immagine del tutto diversa da quella che doveva essere la città durante la sua ricostruzione post bellica, quando decine di migliaia di persone erano occupate instancabilmente a caricare e scaricare merci, ma anche a occupare nuovi quartieri costruiti frettolosamente nelle vicinanze per ospitare la persistente domanda di mano d’opera.
Negli anni della grande migrazione dalla campagna verso la città, il porto di Rotterdam era il vero cuore della città. Diversamente da Amsterdam, storicamente più ricca e dedita allo stoccaggio delle merci in attesa dell’incremento del loro valore finanziario, Rotterdam era la città della grande distribuzione, la porta d’Europa, una città di gestione del trasporto e di produzione, con i più grandi cantieri navali e sede delle prime grandi raffinerie, la Royal Dutch Shell, poi le altre, la Mobil, la BP, la Texaco. Il porto era un frenetico andirivieni di imbarcazioni, persone, merci; i racconti di deliziosi frutti tropicali raccolti dalla casse aperte sul molo, il costante mutare dello skyline con i profili dei transatlantici e la dolcezza delle prostitute del quartiere cinese, sono oggi soltanto ricordi fantastici di anziani nostalgici. Un passato quasi inimmaginabile nella algida ingegnerizzazione del porto attuale: l’immagine da Fronte del Porto, delle lotte di classe, o il più fascinoso e fantasioso immaginario alla Querelle de Brest, hanno lentamente lasciato il posto alla industrializzazione dei trasporti e alla crisi della grande industria.
In questo processo la città si è espansa fino ad inglobare la riva sud del fiume Mosa, poi ha annesso diversi piccoli paesi verso il mare – Rhoon-Poortugaal, Pernis, Hoogvliet, Spijkenisse, Brielle, Oostvoorne, Hoek van Holland, Maassluis e Vlaardingen -, alla ricerca di nuovi quartieri per la mano d’opera. Il porto infine è sfociato nel mare, ma non soddisfatto ha iniziato a costruire un primo e un secondo ampliamento nell’acqua: inizialmente Maasvlakte e attualmente, in costruzione, la nuova banchina di Maasvlakte2, ultima estensione costruita in mare aperto. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, Rotterdam diventa una delle destinazioni delle migrazioni europee, e in seguito delle migrazioni dalle ex colonie Olandesi – Suriname, Antille – e dalla Turchia, Marocco, Capo Verde. Questi sono anni a volte drammatici per l’evoluzione della città. Una società finalmente emancipata al suo interno, affrancata dai contrasti più evidenti con gli abitanti arrivati dalle campagne del sud del paese, si trova a dover ospitare lavoratori provenienti da culture aliene, che negli anni raggiungeranno il 45% della popolazione totale della città. I quartieri sul porto ospitano – nella loro tipica struttura Olandese, le case moderniste a quattro piani, gli appartamenti piccoli per nuclei famigliari ridotti – famiglie estese, magrebine e caraibiche. Con lo sviluppo della grande distribuzione, gli ex quartieri dei portuali rimangono defraudati dal reale motivo della loro collocazione. Il porto è sempre lì, ma trincerato dietro alti cancelli, il fiume occultato da montagne di container colorati.
La città si modifica profondamente. Affranca dal porto le banchine più prossime e sposta sulla riva meridionale il proprio centro amministrativo, con la speranza di ricongiungere quelle due metà a lungo separate dalle attività portuali. Il lungofiume è ora diventato sede di torri residenziali di lusso, soltanto gli interessi dei costruttori sono stati in grado di strappare qualche metro di prezioso terreno alla potente Port Authority, la società che gestisce le aree portuali. Progressivamente il porto diventa uno spettacolo meccanico astratto, del tutto avulso dalla vita della città, con il solo apparente ruolo di attrazione turistica. Migliaia di visitatori, affascinati dalla totale assenza di scala umana delle strutture portuali, dall’estetica metafisica, dalla bellezza sublime della macchina, affollano ogni anno le escursioni in barca all’interno del porto. Progressivamente Rotterdam si disgiunge dal suo porto, diventa una piccola estensione abitata a concludere oltre 40 km di macchine trasportatrici, gru e rientranze scavate per ricavare maggiore superficie di scarico. Per guadagnare visibilità la Port Authority ha pensato addirittura di investire sulla propria immagine e nel 2007 ha commissionato a sei architetti di fama internazionale uno studio su come il porto possa essere reso più attraente . Un chiaro paradosso, specialmente se si considera che l’attrattiva turistica del porto sta appunto nel fatto di non essere stato disegnato se non per fini utilitaristici. Una città e il suo doppio, l’antico motore propulsivo è diventato talmente ingombrante da aver quasi acquistato una vita a sé, un cuore separato dal suo corpo.
Mentre la città lavora incessantemente nel suo processo di costruzione post trapianto, innalzando giorno dopo giorno uno skyline più alto e metropolitano sulle rive della Mosa, i quartieri dove un tempo abitavano i portuali affrontano un lento e difficile processo di normalizzazione e di stabilizzazione economica. Piccole attività vengono aperte per soddisfare le esigenze di un mercato di prodotti stranieri, ma rimane forte il rischio di una progressiva marginalizzazione di interi quartieri della città, un tempo separati dal fiume e oggi dalla distanza culturale ed economica. Alcuni progetti, come Rotterdam Vakmanstad (Rotterdam SkillCity) di Dennis Kaspori e Jeanne van Heeswijk, mostrano un tentativo di investire in programmi culturali e sociali da portare avanti parallelamente ai progetti di rinnovamento urbano. La diffusione di “creatività artigianale” orientata ad abitanti provenienti da altre culture e la creazione di nuove opportunità imprenditoriali, si contrappongono alla esclusività del mercato globale .
Se il container ISO è stato probabilmente una delle cause del divorzio del porto di Rotterdam dalla sua città, il futuro prospetta nuove sfide. La sorprendente capacità di trasformazione e di adattamento alle leggi del mercato del porto ha lasciato la città indietro a dover fare i conti con quartieri dormitorio eretti per i suoi ex-dipendenti e con migliaia di persone che un tempo lavoravano nei suoi cantieri e che oggi devono reinventarsi una prospettiva. Come in ogni separazione, i figli, in questo caso i cittadini di Rotterdam, devono passare un periodo difficile; ma il lascito del porto è una eredità straordinaria: Rotterdam è una delle città più multietniche d’Europa, una metropoli moderna per vocazione e un laboratorio unico di coabitazione. La cultura Olandese ha mostrato in passato di saper affrontare con grande pragmatismo le sfide della modernità, oggi deve saper guardarsi dentro e accettare di portare avanti un progetto urbano realmente inclusivo. Questa volta la mercanzia più preziosa non arriverà su una nave proveniente dall’estero, ma dovrà essere elaborata con pazienza e determinazione nella pancia stessa della città.
Marc Levinson, The Box, How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger (2006, Princeton Univ. Press.).
Haven van de Toekomst, www.havenvandetoekomst.nl, visitato il 30 Novembre 2008. In particolare degno di nota l’articolo di Wouter Vanstiphout, Lipstick on a Gorilla.
Per maggiori informazioni Rotterdam Vakmanstad: www.vakmanstad.nl; www.themaze.org; www.jeanneworks.net
di Tom Trevor
La prima manifestazione di Port City Safari ha preso la forma di un grande progetto di arte contemporanea, che ha indagato le tematiche di mobilità e scambio nel contesto urbano di Bristol, in Gran Bretagna, dal settembre al novembre 2007. Inaugurato da Arnolfini, il centro per l’arte contemporanea situato nel ‘porto galleggiante’ (Floating Harbour) della città, Port City ha racchiuso una varietà di forme di espressione artistica, tra cui una mostra internazionale itinerante, un calendario di performance, interventi in situ, momenti di partecipazione e itinerari curati da artisti, un progetto on-line di scrittura, e la cura di un programma di proiezioni di film e video, così come di una serie di piattaforme per dibattiti e incontri critici. Port City ha visto la partecipazione di oltre quaranta artisti internazionali. Tre sono state le macro-aree di interesse prese in esame: il cambiamento globale delle dinamiche del commercio e il suo effetto sulle città portuali; le geografie culturali della globalizzazione e le nuove condizioni della mobilità nel mondo; e gli effetti perduranti – riprodotti nella cultura contemporanea – del commercio transatlantico degli schiavi.
Bristol è una piccola città portuale che sorge alla confluenza di due fiumi, l’Avon e il Frome, vicino all’apice del Bristol Channel, attraverso cui l’Atlantico si insinua in profondità nell’Inghilterra occidentale prima di continuare fino alle Midlands come fiume Severn. Le città portuali sono per definizione situate nel punto dove mare e terra si incontrano, a cavallo della soglia tra due stati fisici fondamentali. Non può esistere una forma lieve di trapasso, come una spiaggia, perché il porto deve portare l’acqua profonda fin nel cuore della città, permettendo un passaggio brusco e immediato tra la nave e la terra della banchina. L’Avon ha il secondo riflusso di marea al mondo, perciò il porto galleggiante fu costruito a inizio ‘800 per mantenere un livello d’acqua costante nel centro di Bristol. Così mantenere questa ‘differenza’ tra terra e mare è essenziale per la definizione stessa di “porto”.
Tradizionalmente le città portuali sono viste come sbocchi verso il mondo. Attraverso l’industria e il commercio rappresentano un punto di contatto e di scambio con paesi e culture differenti, facilitando il movimento di idee e persone, insieme allo scambio di beni e denaro. Tutto questo implica peraltro che le città portuali definiscono il limite esterno di ciò che è riferibile al concetto di ‘casa’, costituendo un confine astratto con il mondo esterno. In quanto tali, esse sono siti simbolici di scambio culturale. Punti di ingresso e di partenza, sono la bocca del corpo immaginario dello stato-nazione, dove l’estraneo si mischia con il familiare e le certezze racchiuse nella terra sono destabilizzate dagli scambi marittimi. Nella geografia della Gran Bretagna, Bristol è stata sempre vista come una città al margine, periferica rispetto al centro terrestre di governo localizzato a Londra. Sintomatica di questo spirito di indipendenza, e a dispetto di uno statuto che lo connota come ‘bandiera nazionale’ per le arti nel Regno Unito, l’attività di Arnolfini ha sempre teso in molti modi verso un quadro di riferimento più europeo che britannico.
La principale funzione di un porto è certamente il commercio, il profitto della compravendita; e il gioco degli interessi economici sottesi è fondamentale nelle interazioni umane informate da tali interessi. Con l’avvento della globalizzazione, gli interessi delle grandi imprese multinazionali si sono dissociati da quelli dei tradizionali stati-nazione. Dove prima il porto era letteralmente un punto di scambio tra ‘terre’ diverse, il capitale globale non presenta particolari fedeltà geografiche. Se città come Bristol sono cresciute storicamente intorno all’industria dei docks, i porti di oggi sono sempre più separati dai centri di attività culturale e in generale dalla vita delle nazioni. I terminal per i container sono stati periferizzati, diventando punti di interscambio messi in massima sicurezza, sigillati. La città portuale ha assunto un nuovo ruolo di interfaccia tra una ‘patria’ fisica dove risiedono i lavoratori e i consumatori, e la rete astratta di potere del capitalismo globale.
Nel caso di Bristol, un nuovo porto commerciale fu costruito sulla costa, allo sbocco del fiume presso Avonmouth, lontano dal centro città. Quando nel 1975 Arnolfini si trasferì nel vecchio magazzino del tè lungo il Narrow Quay, l’intero Floating Harbour, svuotato, era precipitato nel degrado, e la città tutta sembrava condannata alla prospettiva di un declino complessivo. Anche le principali attività industriali, il tabacco, le armi e l’aerospaziale erano arrugginite. Ciò che seguì fu una storia da manuale di rigenerazione portata dalla cultura, dove il centro moribondo riacquistò vita grazie al fiorire di un’economia della conoscenza, tanto che oggi Harbourside è diventato un fulcro di industrie della creatività e di organizzazioni culturali. Bristol ha oggi la produttività lorda più alta di tutte le città del Regno Unito dopo Londra.
Anche la scala della priorità data oggi alla gestione dell’immigrazione nelle città portuali è un sintomo della globalizzazione. Si potrebbe affermare che la cosiddetta ‘fortificazione’ dell’Europa in difesa di una supposta invasione di immigrati spinti da ragioni economche, abbia più a che fare con la ridefinizione di una identità europea, o di ‘patria’, che non con il pericolo reale della forza lavoro in arrivo. In effetti se i livelli di occupazione in Europa sono in declino è più probabile che, rispetto agli effetti dell’immigrazione, sia da chiamare in causa la rilocalizzazione delle attività manifatturiere in regioni più povere per assicurarsi la possibilità di basse retribuzioni. L’economia globalizzata ha prodotto nuove condizioni di mobilità, costringendo gli immigrati ad attraversare la Terra alla ricerca di un lavoro e del sogno di una vita migliore. E in questo processo le città portuali sono diventate i punti di transito, strettamente sorvegliati, di un flusso mondiale di umanità.
Uno dei principali precursori delle attuali condizioni dell’economia globale, in termini di delocalizzazione del lavoro, reimpianto delle attività produttive su scala mondiale, e sfruttamento delle risorse umane, è stato il commercio degli schiavi attraverso l’Atlantico. Nel 18° secolo, molto del benessere di Bristol aveva origine in questo mercato barbarico, che creava vaste fortune per un gruppo ristretto di mercanti e avventurieri mentre sottometteva molte centinaia di migliaia di africani schiavizzati a forme di crudeltà sconvolgenti e disumane. La grandeur georgiana di quartieri come Clifton testimonia degli enormi profitti ricavati dall’importazione di zucchero e spezie dalle Indie occidentali. Il commercio transatlantico degli schiavi fu in ultima istanza responsabile di milioni di morti. I suoi effetti perdurano evidenti, anche oggi, in atteggiamenti culturali contemporanei e nella disuguaglianza sociale nella divisione del potere, così come nella povertà delle nazioni africane.
Nel 2007 è caduto il duecentesimo anniversario dell’abolizione parlamentare del commercio di schiavi nel Regno Unito. Sarebbe però un errore pensare allo schiavismo semplicemente come ad un capitolo storicizzato. La schiavitù è ben presente oggi, sia in termini letterali che come lavoro a riscatto, lavoro infantile, lavoro domestico o di immigrati, traffico umano, matrimonio o lavoro forzato. Anti-Slavery International stima in almeno 27 milioni gli esseri umani attualmente in condizioni di schiavitù. Se intendiamo affrontare questioni come la schiavitù contemporanea o la migrazione forzata nel contesto della globalizzazione, allora è essenziale che ognuno di noi prenda coscienza delle proprie implicazioni nelle dinamiche storiche ed economiche di queste pratiche.
PORT CITY
On Mobility & Exchange
15 settembre – 11 novembre 2007, presso Arnolfini, Bristol, UK
Gli artisti comprendono MARIA THEREZA ALVES, DOA ALY, YTO BARRADA, URSULA BIEMANN, ALEX BRADLEY, KAYLE BRANDON, TIM BRENNAN, HEATH BUNTING, OFRI CNAANI , RAPHAEL CUOMO, CURIOUS, VALERIANO LOPEZ DOMINGUEZ, HALA ELKOUSSY, MARY EVANS, MESCHAC GABA, RAIMI GBADAMOSI, CHARLES HELLER, ROZA ILGEN, MARIA IORIO, MELANIE JACKSON, HARMINDER SINGH JUDGE, SHI KER, GRZEGORZ KLAMAN, ERIK VAN LIESHOUT, HELENA MALENO, ALEX MUNOZ, LA POCHA NOSTRA, JIVA PARTHIPAN, HETAIN PATEL, MARIA MAGDALENA CAMPOSPONS, WILLIAM POPE.L, KATE RICH, STEVE ROBINS, ANGELA SANDERS, ZINEB SEDIRA, ASIM RIZA SHAHEEN, DUNCAN SPEAKMAN, JENNY VOGEL, ZAFOS XAGORARIS
A cura di Tom Trevor (Arnolfini, Bristol), curatore associato Claudia Zanfi (aMAZElab, Milano); programma di proiezioni Mahgreb Connection curato da Ursula Biemann (Ginevra); programma di performance curato da Helen Cole (Arnolfini, Bristol)
di Katerina Koskina
…Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.”
Italo Calvino
Il programma di Port City, svoltosi tra settembre e novembre 2008, ha funzionato come piattaforma per lo scambio, la ricerca artistica e la comunicazione culturale, che è anche la funzione originaria delle città. Luogo in cui il mare cerca di espandersi e la terraferma si oppone, punto di incontro fra i due elementi, la città-porto può considerarsi il punto più adatto per trovare una risposta ad alcune domande. È lì, più che in qualsiasi altro luogo, che la promozione di idee si incontra con la difesa dei valori. Già, perché cos’è una città-porto se non una porta aperta allo scambio e alla comunicazione economica, commerciale e culturale? Più di altri centri commerciali e sociali come le stazioni ferroviarie, essa è una porta che, per via della sua vicinanza all’acqua, lascia sempre un passaggio o un orizzonte aperto; ed è solo attraversando questi che possiamo afferrare concetti ed fare esperienze che formano – e delineano – il “qui” e l’”oltre”, il “dentro” e il “fuori”, il “me” e l’”altro”, o la somiglianza e la differenza.
L’arte contemporanea viene ora espressa attraverso un complesso vocabolario “globale” di riferimenti e funziona essa stessa come una porta aperta allo scambio e alla comunicazione attraverso il carattere nomadico della comunità artistica di oggi, i molteplici approcci alla creazione artistica e l’apprezzamento di opere d’arte. L’arte contemporanea spesso utilizza luoghi non convenzionali, prendendo in prestito simboli e luoghi a lei estranei per esprimere se stessa, creando una sorta di nuovo turismo culturale.
In Grecia la produzione artistica contemporanea riscopre il suo rapporto con l’identità storica e culturale del posto. In quanto paese in cui la maggior parte del territorio è circondata da acqua, la sua storia, la sua economia e la sua civilizzazione sono indissolubilmente legate alle rotte marittime. Dall’antichità ad oggi le città-porto, grandi o piccole, hanno determinato la vita economica e culturale di tutto il paese. Ne consegue che lo sviluppo artistico del paese negli ultimi dieci anni non poteva restare a lungo lontano dal mare.
Dopo il primo simbolico “ritorno” al tema del viaggio infinito (che descrive l’avventura dell’arte come della vita) proposto da Jannis Kounellis al porto del Pireo , la strada verso i porti sembra essersi definitivamente aperta. A cominciare da Salonicco, seconda città più grande del paese, in cui le attività della marina militare sono oggi ridotte, il porto emerge come il nuovo snodo artistico. Le prime mostre d’arte si tennero a metà degli anni Novanta all’interno di vecchi depositi, oggi il porto ospita gli eventi culturali più importanti, quali l’International Film Festival, ed è sede permanente del Centro di Arte Contemporanea, del Museo di Fotografia, del Museo di Stato di Arte Contemporanea e del Museo del Cinema.
La prima Biennale di Salonicco (2007) – il cui titolo ad hoc, Heterotopias, preso in prestito da Michel Foucault , non è irrilevante per il tema svolto da Port City Safari – ha convolto sedi in tutta la città, ma ha avuto nel porto il suo epicentro vero e proprio.
Anche Atene, dopo anni in cui è rimasta “confinata” entro le proprie mura, sembra che adesso stia aprendo un fronte verso il mare. Quest’anno per la prima volta i due maggiori eventi internazionali d’arte della città – Art Athina, la fiera d’arte contemporanea, e la seconda edizione della Biennale di Atene – si svolgeranno entrambi a Palaio Faliro, sul mare. Pare che questo nuovo orientamento stia ricevendo sostegno anche dai maggiori soggetti istituzionali: un vasto sito di 160.000 mq tra Kallithea e Delta Falirou è stato scelto per la costruzione della nuova Biblioteca Nazionale e dell’Opera Nazionale, che verranno progettate da Renzo Piano e finanziate dalla Stavros Niarchos Foundation.
Partecipando a Port City Safari con il progetto “AMPs”, l’artista greco Zafos Xagoraris presenta una versione acustica del rapporto dialettico tra città e mare. Con questo lavoro l’artista consente alla città di ascoltare i suoni e il silenzio dei propri confini. I confini sono qui determinati dal cambiamento di superficie (terra/acqua), dall’organizzazione (centro/banchina), ma anche dalla funzione (confusione/desolazione). Xagoraris riesce ad ottenere lo scambio di suoni in luoghi in cui l’abituale interazione umana risulta difficoltosa o impossibile, ad esempio in corrispondenza di confini nazionali, barriere geografiche, zone di guerra o “zone franche”. Così, dove l’uomo non riesce ad operare come essere sociale libero o gli viene impedito di agire come tale, l’artista propone una connessione dei due luoghi per mezzo dell’arte: si potrebbe dire che in questo modo egli riesce a far sì che la frase di Roland Barthes, il quale afferma che “la città è un discorso, e questo discorso è di fatto un linguaggio” , suoni come la risposta della stessa città.
I. Calvino, Città Invisibili, 1972.
Mostra organizzata dalla J. F. Costopoulos Foundation a bordo del cargo IONION, ormeggiato al porto del Pireo.
M. Foucault, Des espaces autres (conferenza svoltasi il 14 marzo 1967) in Architecture, Mouvement, Continuité, n. 5, ottobre 1984, pp. 46-49.
R. Barthes, Mythologies, Ed. Du Seuil, série Lettres Nouvelles, Parigi 1957.
Artists
vive e lavora a Rotterdam. Sue mostre personali sono state allestite al FRAC Bourgogne (Digione, 2004) e allo spazio INDEX (Stoccolma, 2003). Ha inoltre partecipato a mostre collettive, tra cui: Bienal de São Paulo, 2006 (dove è stata anche artist in residence); Public Act (Kunsthalle Lund, Svezia), 2005; Project Rotterdam (Museum Boijmans van Beuningen, Rotterdam), 2005; Liverpool Biennial, 2004.
gruppo fondato nel 2004 da Paololuca Barbieri e Alberto Caffarelli e di cui fanno parte anche Matteo Erenbourg, Andrea Masu e Giacomo Porfiri. Il collettivo opera in chiave multidisciplinare, incrociando la pratica artistica con quella politica e assegnando una funzione sociale e alternativa ai nuovi media elettronici. Ha partecipato a mostre personali e collettive in Italia e all’estero, tra cui: Manifesta 7 (Trentino – Alto Adige), 2008; Biennale Arte di Venezia, 2007; Remote Control (MoCA, Shanghai), 2007; Mediterraneo (Chelsea Art Museum, New York), 2006; Frisbee (Miami Art Basel, Miami), 2005.
vive e lavora a Berlino. Ha frequentato la Cooper Union School of Art di New York e ha vinto una borsa di studio DAAD (Deutscher Akademischer Austauschdients/German Academic Exchange Service) nel 2000. Ha partecipato a mostre in Europa e in Nord America e ha recentemente esposto a: Manifesta 7 (Trentino – Alto Adige), 2008; Greenwashing (Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino), 2008; Port City. On Mobility and Exchange (Bristol), 2007; Quanahuac (Kunsthalle, Basilea), 2006; Liverpool Biennial, 2004; Rest in Space (Kunstlerhaus Bethanien, Berlino), 2003; Biennale Arte di Venezia (2001).È co-fondatrice del Partito Verde brasiliano.
architetto e scrittore, ha tenuto lezioni presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, l’Istituto Universitario di Arti Visive (IUAV) di Venezia e l’Architectural Association (AA) di Londra. Ha co-curato il Padiglione della Grecia alla Biennale Architettura di Venezia nel 2004 ed è co-fondatore di Built Event, pratiche spaziali per architettura, arte, curatela e urbanismo. La sua Casa Anfiteatro è candidata al Premio Mies Van der Rohe 2009.
vive e lavora a Matarò ed è membro del Consiglio Direttivo del Can Xalant, Centre de Creació i Pensament Contemporani de Mataró. È co-editore della rivista d’arte Roulotte. Facendo uso di molteplici diversi mezzi espressivi e tecniche narrative riflette sul concetto di spazio e sulle idee di territorio, casa, economia e politica ad esso legate. Ha esposto in personali e collettive, tra cui: Awaiting (Valencia), 2008; No Place-Like Home: Perspectives on Migration in Europe (Bruxelles), 2008; Encuentro Entre Dos Mares. Bienal de São Paulo-Valencia (Valencia), 2007; ARCO ’06 (Madrid), 2006; Ordenar els dies. Museu de la Ciutat (Vila-real), 2004.
vive e lavora tra Parigi e Tangeri. Ha studiato Storia e Scienze Politiche presso l’Università Sorbonne di Parigi e Fotografia all’International Center of Photography di New York. Il suo lavoro è stato esposto in mostre personali e collettive in Europa e negli USA, tra cui: Next Art Fair (Chicago), 2008; Stedelijk Museum (Amsterdam), 2008; Kitchen Art Gallery (New York), 2006; Museum of Modern Art (New York), 2005; Witte de With Centre for Contemporary Art (Rotterdam), 2004; Galerie Polaris (Parigi), 2003. Ha fondato e dirige la Cinémathèque de Tanger in Marocco.
è curatrice alla A Foundation di Liverpool. Tra i suoi recent progetti vi è la realizzazione di commissioni su vasta scala, quali The Only Living or (Your Lonely Saucer Eyes) di Brian Griffiths e Sleep of Ulro di Goshka Macuga. È curatrice della sezione Alchimia al Manchester Museum (University of Manchester).
è Direttore di Programma per la Liverpool Biennial, per la quale è stato anche Direttore Generale dal 2001 al 2007. Nel 2008 ha co-curato il progetto espositivo Site per la John Moores School of Art and Design, presso la quale opera anche come consulente di corsi di laurea in arte e leadership culturale. Tra il 1992 e il 1999 ha organizzato il programma pubblico dell’Accademia Jan van Eyck a Maastricht (Olanda), mentre nel 2004 ha co-curato a Berlino la sezione di Shrinking Cities dedicata a Liverpool e Manchester.
utilizza i processi di riflessione come punto di partenza del suo lavoro. Oltre ad essere attivo come scultore e fotografo, realizza installazioni e interventi nello spazio pubblico che si avvalgono del progetto architettonico come costruzione complessa e produttiva della tradizione moderna. È co-editore della rivista d’arte Roulotte e ha partecipato a numerose mostre in Argentina, Brasile, Francia, Irlanda, Israele, Italia, Spagna e USA.
storica dell’arte e curatrice indipendente dal 2000, realizza mostre di artisti italiani e stranieri. Dal 1998 al 2000 ha lavorato come curatrice al Palazzo delle Papesse Centro Arte Contemporanea di Siena. Tra i progetti più recenti vi sono invece: Fuori Contesto (nell’ambito di Manifesta 7); Incursioni (ciclo di incontri fra arte e fotografia, Firenze); Casalpusterlengo (personale di Marcello Maloberti, Pelago); Relazionarti (convegno di arte pubblica, Roma). Pubblica saggi su riviste e cataloghi e insegna Storia dell’arte contemporanea e Storia della fotografia allo Studio Art Centers International e alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze.
scrittrice freelance, si interessa di arte contemporanea e postcolonialismo. Già collaboratrice di Artforum (New York), è editor delle antologie Global Visions, Reverberations: Tactics of Resistance, Forms of Agency e, con Gerardo Mosquera, Over Here: International Perspectives on Art and Culture. Ha collaborato ai cataloghi di Documenta XI (2002) e della Sharjah International Biennial (2005) ed è autrice di monografie di: Francis Alÿs, Sonia Boyce, James Coleman, Willie Doherty, Jimmie Durham, Edgar Heap of Birds e Black Audio Film Collective. Attualmente insegna al Royal College of Art di Londra ed è docente di Belle Arti e Studi Transculturali alla Middlesex University.
vive e lavora ad Amsterdam, dove ha studiato alla Rijksakademie van beeldende kunst. Sue personali sono state allestite presso: Studio Museum (Harlem, New York), 2005; Tate Modern (Londra), 2005; Palais de Tokyo (Parigi), 2002; Witte de With (Rotterdam), 2001; S.M.A.K. (Gent), 2000. Le collettive a cui ha preso parte includono: Bienal de São Paulo (2006), dove è stato anche artist in residence; Biennale Arte di Venezia (2003); Documenta XI (2002); Biennale di Taipei (2001).
architetto e curatore indipendente, si occupa del rapporto fra architettura, arte e città contemporanea. Ha curato il Padiglione Italia alla Biennale Architettura Venezia (2008) ed è attualmente impegnato nel lancio di una piattaforma interdisciplinare con sede a Rotterdam che promuove pratiche collaborative e interventi urbani. Ha insegnato, curato mostre e organizzato conferenze in numerose istituzioni in tutto il mondo ed è attualmente professore a contratto alla Technical University di Delft. In qualità di scrittore e critico collabora con numerose riviste, quali Volume (Amsterdam), Artforum (New York) e L’Espresso (Roma).
ha partecipato a mostre nazionali e internazionali. Sue personali includono: R. Gbadamosi 1995 (Henry Moore Institute, Leeds), 2005; Shrine (Market Gallery, Glasgow), 2005; I am a Man and an Artist (Leon, Spagna), 2003. Ha curato cinque mostre dal titolo When in Rome I-V ed è stato co-curatore della mostra site-specific Homeland (2004) allo Spacex di Exeter. È autore di contributi per riviste, cataloghi ed online. Tra le sue pubblicazioni vi sono The Dreamers’ Perambulator (2002) e Four Word (2004).
dopo aver soggiornato in India e Russia, risiede a Tangeri dal 2003. Dal 2001 è Commissario per le esposizioni alla Fondazione Alain Daniélou. È direttore della rivista letteraria Nejma dal 2007 e della libreria Des Colonnes dal 2005. I suoi scritti includono Le Portrait (2008) e Tanger, Ville Frontière (2008), mentre per il 2009 è prevista la pubblicazione di Niemand e Tanger Fac-similé.
è storica dell’arte e museologa. È presidente del consiglio di amministrazione del Museo di Stato di Arte Contemporanea di Salonicco e direttore artistico della Fondazione J. F. Costopoulos di Atene. Ha curato mostre personali e collettive ed è stata Commissario per la Grecia alla Bienal de São Paulo (1996) e alla Biennale Arte di Venezia (2005). È autrice di saggi all’interno di numerose pubblicazioni e cataloghi ed è membro del Comitato Artistico per la metropolitana di Atene dal 1998. È curatrice della Collezione d’Arte della Alpha Bank.
ha studiato Storia dell’arte contemporanea, Museologia e Gestione dei beni culturali. Ha svolto attività di ricerca presso l’INHA (Institut National d’Histoire de l’Art) di Parigi, il CCCB (Centre de Cultura Contempòrania de Barcelona) e l’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona. Ha insegnato presso il CEA di Barcellona, l’Università di Catania, l’Accademia di Belle Arti di Palermo e l’Università Kore di Enna. Dal 2007 dirige la collana Piccola Biblioteca d’Arte per il Gruppo Editoriale Kalós di Palermo.
vive e lavora a Milano. Realizza video, fotografie, installazioni, performance e interventi pubblici con l’intento di mettere in discussione aspetti di una realtà nascosta che la pratica artistica porta allo scoperto, facendone oggetto di approfondimento e riflessione. Il suo lavoro è stato recentemente esposto a Milano (La Triennale di Milano, 2008; Galleria Raffaella Cortese, 2007 e 2008; Care Of, 2005), Venezia (Giardini della Biennale, 2007) e Pechino (Marella Gallery, 2007).
dopo la laurea presso la Glasgow School of Art, si è trasferito a Liverpool, dove ha fondato Jump Ship Rat, spazio espositivo multidisciplinare artist led e produzione creativa internazionale. In qualità di artista egli impiega una vasta gamma di mezzi espressivi, realizzando progetti mobili, itineranti e site-specific che esplorano la città come campo da gioco e l’arte come “dirottamento culturale”.
critico e curatore, collabora per diversi quotidiani e riviste d’arte, quali Roulotte, Exit Express e Artforum International. È membro di facoltà dell’Università di Barcellona e ha tenuto lezioni presso musei e istituzioni in tutto il mondo, tra cui MACBA (Barcellona), Università di San Paolo, Triennale di Milano e New York University. Tra le mostre curate di recente vi sono: Post-it city. Occasional Cities (CCCB, Barcellona), 2008; Glaskultur. What happened with transparence idea? (Koldo Mitxelena, San Sebastián), 2006; See how they move. 4 ideas about mobility (Fundación Telefónica, Madrid), 2005; Stand by. Listos para actuar (Laboratorio Alameda, Città del Messico), 2003.
vive e lavora a Rotterdam come designer e fotografo indipendente. Si interessa in massima parte delle trasformazioni del paesaggio urbano, del quale indaga i scenari futuri attraverso l’utilizzo del mezzo fotografico. Vincitore nel 2004 del Charlotte Kohler Prize per giovani artisti e architetti in Olanda, ha pubblicato Artificial Arcadia (2004), Rotterdam (2007) e Galleria Naturale (2008). Tra le recenti mostre a cui ha partecipato vi sono: Nature as Artifice (Otterloo, Olanda), 2008; Biennale Architettura di Venezia, 2006; Shrinking Cities (Berlino), 2005; Biennale Architettura di Venezia, 2004.
ha studiato sociologia, antropologia, psicologia sociale e arte ad Atene e Parigi. La sua ricerca riguarda in massima parte le rappresentazioni sociali dello spazio, malattia e morte, il corpo e le pratiche artistiche contemporanee. Già docente presso le università di Creta, Thessaly e Atene, insegna attualmente Antropologia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Atene.
è ricercatrice indipendente nel settore delle culture urbane, della pianificazione culturale e della cittadinanza, traduttrice e poeta. Ha insegnato Scienze politiche e Storia presso la University College London (1991-98) ed è stata ricercatrice associata dell’Unità per la Progettazione Culturale Internazionale e la Politica Gestionale alla De Montfort University di Leicester (1996-2006). Le sue pubblicazioni comprendono: Crossing the Rainbow (2003), Planning for the Intercultural City (2004), Cultural Diversity in Britain (2006) e Informality and Social Creativity in Four European Port Cities (2008).
fotografo, ha vinto il Premio Portfolio a Modena Fotografia nel 1996. Ha esposto in mostre personali e collettive a Venezia (Biennale Architettura, 1996 e 2006), Modena (La vita delle forme da Picasso a Warhol, 2003), Palermo (Half light fotografie e video, 2008/9; Viaggio in Sicilia, 2007), Norimberga (Norimberga/Palermo, 2002), New York (Biennale di Fotografia Italiana, 2001). Insegna presso l’Accademia di Belle Arti e l’Università di Palermo.
vive attualmente a Londra e lavora tra Londra, Algeri e Parigi. Ha studiato a Londra alla Central St. Martins, alla Slade School of Arts e al Royal College of Art. Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre internazionali e biennali d’arte contemporanea, tra cui: Quadrennial for Contemporary Art (Copenhagen), 2008; Sharjah International Biennial (Emirati Arabi Uniti), 2003 e 2007; Baltic Centre for Contemporary Art, 2006; Mori Museum (Tokyo), 2005; ICP Triennial (New York), 2003; Tate Britain, 2002; Biennale di Venezia, 2001.
collettivo di architetti nato nel 2000 dalla collaborazione tra Ana Dzokic e Marc Neelen, ai quali negli anni si sono aggiunti Milica Topalovic, Ivan Kucina e Mario Campanella. Hanno curato il Padiglione dell’Olanda alla Biennale Architettura di Venezia (2008) e il loro lavoro è stato recentemente esposto in Austria (Gone City, Bregenz, 2008), Spagna (POST-IT City, Barcellona, 2008), Slovenia (Lost Highway, Lubiana, 2007), Svezia (Open Studios, Stoccolma, 2007) e Cina (Biennale Architettura, Pechino, 2006).
laureata in Filologia Classica e insegnante di italiano, greco e latino dal 1970 al 2000, nel 1980 ha vinto la borsa di studio rilasciata dal Ministero della Cultura della Repubblica Ceca. Già giornalista per il quotidiano L’Alto Adige e per l’agenzia di stampa AGL, vive in Marocco e lavora attualmente per l’agenzia di stampa Lettera 22.
conseguita la laurea in Belle Arti, ha lavorato come artista e produttore musicale per la televisione. Dopo aver lavorato come curatore indipendente dal 1994 al 1999, ha diretto lo Spacex di Exeter dal 1999 al 2005, curando mostre e progetti fuori sede e prestando particolare attenzione a lavori connotati da impegno sociale e rapporto con il contesto. Ha inoltre lavorato a progetti su più sedi, come Patterns (2001) e Homeland (2004). Per la Liverpool Biennial ha co-curato Generator (2004) e Hortus (2004). È Direttore dell’Arnolfini di Bristol dal 2005.
ha studiato Architettura ad Atene e Boston ed è stato co-curatore del Padiglione della Grecia alla Biennale d’Architettura di Venezia del 2004. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Atene. Tra le principali mostre cui ha recentemente partecipato si ricordano: Manifesta 7 (Trentino – Alto Adige), 2008; Biennial of the End of the World (Ushuaia, Argentina), 2007; Bienal de São Paulo, 2006; Silencers and Amps (Francoise Heitsch Gallery, Monaco), 2005; Going Public (Modena), 2004.
è curatrice e critica d’arte indipendente e si interessa di micro-geografie e culture emergenti. Dirige l’associazione culturale aMAZElab (www.amaze.it), che ha fondato nel 2000, e il MAST (Museo d’Arte Sociale e Territoriale). Collabora con istituzioni nazionali e internazionali e con riviste d’arte e ha firmato testi all’interno di pubblicazioni collettive e monografiche. Promuove inoltre progetti culturali ed editoriali, prestando particolare attenzione a temi di interesse sociale e geopolitico. Tra essi: A Ticket to Bagdad; Transcrossing Memories (Nicosia); Re-Thinking Beirut; Atlante Mediterraneo e Going Public, progetto di arte pubblica e vita contemporanea. Tiene lezioni alla Middlesex University di Londra.
Photogallery