E. T. U.

Eravamo Tutti Uguali
A project by Gianmaria Conti
Curated by Marco Scotini

In collaboration with:
Provincia di Modena
Assessorato alla cultura di Sassuolo

Photo by: Gianmaria Conti, Ciro Frank Schiappa

Event:
January/March 2003
Galleria Civica di Modena
Istituto Storico della Resistenza di Modena
Circolo A.R.C.I. Alete Pagliani di Sassuolo (MO)

April/May 2003
Palazzo Ducale di Sassuolo (Mo)

Testi

Sassuolo, Lunedì 02/12/2002 ore 16,00

Mi avvicinai alla Resistenza per i fatti che si sono succeduti dopo tanti anni di guerra, in particolar modo nella data dell’8 Settembre 1943 quando fu annunciato l’armistizio; noi qui eravamo tutti alla casa a Fiorano, era l’8 Settembre e c’era una grande sagra, lì nel pomeriggio, furono messe delle radio sulle finestre, e fummo tutti contenti e andammo a ballare. Invece il mattino dopo, il 9 Settembre, le autoblindo tedesche e i fascisti entrarono in Sassuolo per occupare il palazzo° dove c’erano 2000 soldati che in parte hanno cercato di fare resistenza ma in parte sono scappati perché dietro il palazzo c’era tutta campagna. Da quel momento, dopo alcuni mesi da quel fatto, dove nei libri c’è tutto quello che fece il Generale Ferrero che comandava il palazzo, due soldati che fecero resistenza furono ammazzati. Dopo, verso Ottobre/Novembre del ’43 si sentì parlare dei primi nuclei di resistenti al fascismo che si preparavano per andare in montagna e per fare la resistenza contro i nazifascisti. E’ stato lì alla fine del ’43, dopo Novembre, che si è sentito che c’era…, non è che ne parlassero apertamente nelle famiglie, perché era un pericolo; io non sono stato preso dai tedeschi, benché in due rastrellamenti mi abbiano catturato perché ero riformato e allora mi dovettero lasciare andare, del resto, chissà, li portavano tutti in Germania quelli che prendevano. Poi dopo il primo momento, dal ’44, specialmente dopo che hanno iniziato tutti i bombardamenti sul ponte di Secchia, nella primavera del ’44 sugli argini del fiume tenevano la fila i giovani che scappavano per andare in montagna. Lì chiedevano qual era la strada più sicura, la migliore, allora ci insegnavamo come fare. Io ricordo che quei due che erano scappati da Fossoli, i due ufficiali inglesi, aspettavamo che suonassero l’allarme, i fascisti, i tedeschi che erano di guardia al ponte scappavano al rifugio, abbiamo attraversato il fiume, su per il Rio Rocca e li ho portati sotto il castello di San Brambilla che era già zona partigiana. Quello è stato uno dei primi fatti, partecipò ora che mi viene in mente Don Ruini, quello di San Michele che, abitava vicino a noi, i suoi eran contadini, non so neanche se era ancora seminarista, fece da interprete. E allora suonò l’allarme e io accompagnai questi due ufficiali, attraversai il Secchia poi su per il Rio Rocca che sbocca lì alla Veggia. Poi quando sono iniziati i bombardamenti, noi che si era lì vicino al ponte°°, tutte le famiglie che abitavano lì, (c’erano poi solo vecchi, donne e bambini, perché uomini non ce n’erano, erano o scappati in montagna, o militari, o prigionieri), si cominciò veramente a conoscere la Resistenza, lì nel ’44 […]. Da lì si è cominciato anche a prendere conoscenza dei fatti che succedevano in montagna e quindi, in un certo modo, i contadini li aiutavano tutti la Resistenza, perché erano stanchi e credevano che la guerra fosse finita l’8 Settembre, invece era diventata peggio di prima con molto più pericolo […]. Poi si sentii, nel ’44, quando sorse la Repubblica di Montefiorino che, non so come, addirittura ne parlò la stampa, cioè i volantini, che era poi l’antifascismo che li mandava fuori e parlavano di questo territorio di nove comuni che si era liberato dal fascismo e aveva instaurato la prima repubblica partigiana d’Italia e fu con quelle cose lì che ci legammo di più alla Resistenza […]. ° Il Palazzo Ducale di Sassuolo dove c’era un distaccamento dell’esercito italiano °° Il quartiere di Borgo Venezia è costeggiato ad ovest dal fiume Secchia

S. Michele dei Mucchietti, Lunedì 02/12/2002 ore 18,30

[…] ma la Resistenza era vista…, dopo la guerra era una cosa fantastica. I primi anni, molti anni, la Resistenza era una festa, io mi ricordo la Liberazione e non mi dimenticherò mai, perché non pensavo che tanti partigiani fossero in montagna e dopo mi hanno detto che come passavano da qui, io pensavo che tutti i partigiani della montagna dovessero passare da San Michele perché ce n’erano tanti, invece era uguale a Castellarano, era uguale a Maranello, ma quanti partigiani c’erano in montagna? Una cosa incredibile. E’ stata una festa, con la miseria che c’era…, una contentezza uguale io non l’ho mai vista, si ballava dalla sera alla mattina, è stata una festa continua […].

Sassuolo, Lunedì 02/12/2002 ore 16,00

[…] Io, quello che voglio ricordare oggi come ieri è stata la popolazione montanara e i civili toscani, dove noi abbiamo operato. Ci hanno presi e ospitati, ma ospitati… anche aiutati, sia nel mangiare che anche alle volte nel dormire e così via, e ci indicavano magari la strada migliore per scappare via dai tedeschi quando facevano delle puntate, quello è stato un episodio che mi rimane, mi è rimasto allora e mi rimarrà sempre: la popolazione che ci ha dato una mano al cento per cento […].

Pozza di Maranello, Lunedì 02/12/2002 ore 11,30

[…] poi qui alle scuole vecchie c’era un capitano della San Marco che collaborava con i tedeschi e allora…, era fetente questo capitano, quando lo andavano a trovare la sorella e la mamma, la notte le faceva stare in prigione. Un daziere di Maranello e un partigiano hanno pensato di farlo fuori. Uno si è nascosto in un fosso, e l’altro faceva finta di fare il contadino, di potare la vite sulla scala. E allora, quando lui fece per attraversare il campo, per andare a casa lì in Alta Villa, aveva abbandonato le scuole e attraversato la campagna per andare a dormire. Quello che potava la vite fece: “ Capitano, mi lascia dire una cosa”, poi è sceso giù e gli ha dato un gran bel pugno da zaccarsi, si sono arruffati, poi è uscito fuori quell’altro e l’hanno preso e l’hanno portato su alla Torre Maina, non so poi se l’hanno fatto fuori […].

Sassuolo, Lunedì 02/12/2002 ore 16,00

[…] poi dopo ci fu il 25 di Luglio e così tutta la gente era contenta perché era andato giù il duce e noi ragazzine, perché io ero una ragazzina, anche noi partecipavamo perché un po’ ci stava stretto questo regime. Poi, pian piano, sono passati i mesi sempre parlottando tra di noi ed è successo l’8 Settembre che fu per noi una mazzata perché vedere tutti questi soldatini che noi ammiravamo, perché ragazzine come eravamo, tutti i nostri amici giovani erano stati richiamati, e quindi, è un particolare se vuoi stupido, però eravamo contente quando questi ragazzi ci guardavano. Così con l’8 Settembre li hanno radunati tutti in una piazza qui vicino, come tanti stracci, poverini, e ci chiedevano le sigarette, ci chiedevano il pane, ci chiedevano delle cose e noi eravamo li ad andare a vedere cosa era successo, però non potevamo mica avvicinarci perché è chiaro che c’erano i tedeschi che o li picchiavano o li deportavano. Poi dopo alcuni giorni di questa disfatta, noi, parlo sempre del mio quartiere°, ci siamo organizzati tra ragazzi e giovani, dietro il fiume, questi soldati che son potuti scappare perché la maggior parte li hanno portati in Germania, chiedevano dei vestiti da borghese, allora ci eravamo organizzati che lavavamo tutto il giorno con dei mastelli, lavavamo i vestiti poi li asciugavamo e davamo il cambio a questi ragazzi e poi gli insegnavamo ad andare su in montagna. Su in montagna…, che allora la Resistenza non se ne parlava neanche all’8 Settembre, ma gli insegnavamo a prendere, chi voleva andare in Toscana ad esempio gli insegnavamo ad andare su di qua, gli insegnavamo per tornare a casa. Poi in Novembre alcuni ragazzi tra i quali mio marito, un certo Camillo Braglia che aveva pensa 7 figli ed era un anti-fascista dei primi, con Barbolini, con altri 4 o 5, con Ugo Stanzone, si sono riuniti in una casa lì a Borgo Venezia e hanno deciso di andare in montagna e partirono mi sembra il 6, però un altro gruppo rimase giù per recuperare armi per queste cose. E da lì anche senza sapere cosa voleva dire Resistenza, cosa volevano dire queste cose, ci siamo avvicinati a questi amici, è chiaro che parteggiavamo per questi ideali, per questi principi, perché ormai del fascismo non ne potevamo più, perché lì c’era la guerra, c’era la fame, c’era la prepotenza, c’erano i bombardamenti, eravamo ragazzine ma non c’era più mondo, non c’era più avvenire, non c’era più niente […]. ° borgo venezia

Sassuolo, Lunedì 16/12/2002 ore 12,00

[…] Il primo attacco che abbiamo fatto, che ho fatto io, con gli altri partigiani che c’erano, è stato al Muraglione di Levizzano, lì a Roteglia dopo Castellarano. Sul Muraglione c’erano i tedeschi che venivano giù con le camionette, dove è morto Fontana, il povero Giorgio; allora, c’era una postazione di partigiani sopra a un elevato, c’é una curva, la postazione era là sopra, e due di Castellarano, il povero Giorgio che l’han fucilato qui al cimitero di Sassuolo, è saltato su, un po’ giovani…, un po’ inesperti… magari anche, è saltato giù dal monticino dov’era e ha fermato la camionetta coi tedeschi in cima. Ma lui guardando la camionetta non se n’era accorto che arrivava la retroguardia con le moto e l’han bloccato, l’han bloccato lì, poi l’hanno caricato sul parafango della macchina ed è passato davanti a suo padre a Castellarano che suo padre era lì nella strada del comune, è passata la macchina con Giorgio in cima con le mani legate e l’hanno fucilato, è stato qui, al campo sportivo di Sassuolo. […]

Sassuolo, Lunedì 16/12/2002 ore 12,00

Prima di andare in montagna ero militare, in Jugoslavia, a Gorizia, a Trieste, in Croazia. Venni a casa per ragioni diverse, come si sa dopo l’8 Settembre. I miei vecchi, i miei zii erano antifascisti e comandavano un po’ un gruppo di antifascisti. Allora non c’erano ancora motivi per andare sulle colline, in montagna, ma quando siamo stati nel ’44 che ci hanno richiamato, quelli delle classi ‘21/’22, hanno chiamato tutti i militari al distretto di Modena, ero presente con dei miei amici militari di Modena, di Mirandola, di Cavezzo, ho detto: “Ragazzi se noi andiamo a militare adesso, ci portano in Germania e non sappiamo più quando veniamo a casa, se andiamo in montagna non è mica meglio?” C’erano due signori in borghese assieme a noi che erano due militari del fascio, ci hanno portato in carcere e abbiamo fatto in carcere tre mesi, eravamo in 7/8 miei amici, mio fratello e Taglini quello che è morto in strada e Berselli Ugo quello che giocava nel campo sportivo di Sassuolo. Dopo tre mesi siamo usciti fuori di carcere: con quello che è successo in carcere, tutte le persone che hanno ucciso. Dopo, in Maggio, ci hanno messo sotto i militari di allora che erano i militari del Fascio, siamo stati 20 giorni a Nonantola e 20 giorni a Carpi mi sembra. Poi dopo, il tempo è passato, sono passati 2/3 mesi ancora, ho deciso di andare in montagna; in montagna si poteva andare perché c’era stato lo sbandamento di Montefiorino. Abbiamo aspettato ancora un mese o due, sotto le armi poi dopo sono andato in montagna […].

Modena, Lunedì 25.11.2002 ore 19,30

[…] L’idea che ci ha mosso in quella fase era unicamente patriottica, cioè il senso della umiliazione nazionale, che altri hanno sentito in modo opposto e li ha portati ad una scelta opposta, noi l’abbiamo sentito nel vedere il disfacimento dell’esercito italiano, l’occupazione molto dura da parte dell’esercito tedesco e quindi la necessità di metterci in condizione di ribellarci contro quest’occupazione […]. Ecco quindi il mio avvicinamento alla Resistenza è stato di questo genere. Quando poi ho partecipato a riunioni del Comitato di Liberazione Nazionale che si era costituito anche a Modena e a maggior ragione più avanti, quando sono stato in montagna con una formazione partigiana, ho cominciato a rendermi conto che il problema non era solo di cacciare i tedeschi, ma di combattere il Nazismo e il Fascismo, quindi una presa d’atto del significato politico della lotta […]. Nell’immediato Dopoguerra è passata questa divisione tra le forze della Resistenza che non ha impedito però che alla Costituente ci sia stato un forte spirito collaborativo che ha dato vita alla Costituzione […]. Che poi la Resistenza, io penso, non era solo di chi aveva delle armi in pugno ma era anche di quella povera gente che ci dava modo di vivere in montagna e ci ha lasciato anche mezzi alimentari, con gravissimo rischio, e che hanno pagato, l’esempio di Montefiorino, di Palagano…di Palagano non sono sicuro, di Polinago, di Prignano, insomma per rappresaglia, oltre alla gente che è stata uccisa. Quindi la Resistenza è stata una cosa più complessa a cui hanno partecipato in vario modo altre forze, altre realtà oltre ai partigiani, pensiamo ad esempio a tutto il lavoro che è stato fatto per portare in salvo gli ebrei, e questa è Resistenza anche questa. Quindi questo esclusivismo nell’esaltazione della Resistenza, questo tentativo di monopolizzarla ha provocato una reazione; ecco questo è grave, ha provocato negli anti-comunisti, e negli anti-comunisti c’eravamo anche noi, dal ’47/’48 in poi, una reazione. Per noi che avevamo partecipato alla Resistenza, evidentemente il nostro anti-comunismo era diverso, ma questa monopolizzazione del patrimonio della Resistenza da parte dei comunisti ha fatto si che chi non era comunista finiva per essere contro la Resistenza, contro nel senso che finivano per venire alla luce anche tutte le ombre, gli aspetti negativi di una lotta armata sul nostro territorio […].

Borgo Venezia, Lunedì 09/12/2002 ore 14.00

Allora io ero ancora molto giovane, facevo il garzone come casaro a Monte Gibbio. Lì tutti i giorni venivano i fascisti, i tedeschi, che passavano per il formaggio, per il burro, invece di sera arrivavano i partigiani; e siccome c’erano dei miei amici, loro avevano 2/3 anni più di me però eravamo cresciuti nella borgata insieme e loro venivano perché poi io gli nascondevo il burro e quando arrivavano glielo davo e quando arrivavano i tedeschi e i fascisti gli dicevo: “ bé, oh, sono venuti i partigiani, hanno puntato le armi ho dovuto darglielo ”. Invece io lo nascondevo apposta perché lo volevo dare a loro. Insomma era una vera simpatia. Infatti finito il periodo, perché allora il formaggio grana si faceva sempre fino ai primi di novembre poi si chiudeva, allora io, chiuso il caseificio, ritornai a casa e mi arruolai anche io […].

di Claudio Silingardi

La Resistenza, in Italia, non ha mai ottenuto una convinta legittimazione istituzionale, ed un pieno ed effettivo riconoscimento come ‘mito’ fondativo della repubblica. Attorno alla sua memoria si sono consumati – e si consumano ancora – conflitti identitari, tentativi di riappropriazione del passato, progetti di costruzione del futuro. Alcune delle ragioni di questa memoria inquieta sono rintracciabili nello stesso evento Resistenza: un movimento che nasce dopo il crollo del regime fascista, e solo in una parte del paese, quindi impossibilitato ad incidere davvero in profondità rispetto ad un paese uscito da venti anni di dittatura. Un movimento che si ricollega alla lotta antifascista, che consente una straordinaria esperienza di confronto democratico tra i diversi partiti, ma che poi, nell’immediato dopoguerra, non riesce a portare a compimento un processo di epurazione e di trasformazione degli apparati statali.
In ogni caso, nei primi anni dopo la Liberazione lo spirito unitario della Resistenza ancora dispiega i suoi effetti. A partire dal 1948, e per buona parte degli anni Cinquanta, invece, le tensioni politiche e i conflitti sociali, in un quadro nazionale e internazionale segnato dal clima della guerra fredda, la memoria della Resistenza diviene parte integrante dello scontro in atto, venendo assunta come elemento identitario da una delle due parti in lotta, sia sul piano politico sia sul piano sociale. All’antifascismo spesso si sostituisce l’anticomunismo, e si dispiega un’ampia azione di repressione antipartigiana.
Solo alla fine degli anni Cinquanta, in una situazione da un lato di allentamento delle tensioni e delle contrapposizioni ideologiche, e di avvio dei processi di trasformazione sociale ed economica che incidono fortemente nei costumi e nelle condizioni di vita del paese, e dall’altro di nuovi scontri e proteste sociali per impedire uno spostamento a destra del governo del paese, si creano le condizioni per una ripresa di interesse verso la memoria della Resistenza, in particolare da parte di una nuova generazione di giovani, che va compiendo ora il proprio apprendistato antifascista.
Con l’avvicinarsi del Ventennale la Resistenza è finalmente assunta sul piano istituzionale come patrimonio del paese: è il momento della ‘Repubblica nata dalla Resistenza’, della riaffermazione dei legami tra Primo e Secondo Risorgimento. Ma il nuovo spirito unitario si traduce ben presto in iniziative retoriche e celebrative: nel momento in cui la Resistenza non è più taciuta, è però ‘imbalsamata’.
Questa retorica della Resistenza è rifiutata dalle generazioni che irrompono nella politica a partire dal 1968. Da un lato si contesta una rappresentazione della Resistenza dalla quale sono espunti tutti i tratti conflittuali, dall’altro si lega questa esperienza storica ad un momento di forte conflitto sociale e di scontro politico, che vede succedersi rapidamente prima le stragi fasciste e poi la nascita del terrorismo rosso. Nel corso degli anni Settanta dunque la memoria della Resistenza si divarica: da un lato diventa paradigma e valore condiviso da molti cittadini – in un percorso che trova il suo momento di massimo compimento nell’elezione a presidente della Repubblica del partigiano Pertini – dall’altro diventa bagaglio identitario di una generazione che intende trasformare radicalmente la società in cui vive, e che rifiuta completamente.
Negli anni Ottanta inizia una erosione di queste rappresentazioni e di queste memorie: si deve fare i conti con i danni provocati dalla stagione del terrorismo rosso, dai cancelli della Fiat nel 1980 si apre una nuova stagione politica che vede la sinistra e il mondo del lavoro sulla difensiva, si fanno sempre più consistenti le voci tese a ridimensionare e a negare la centralità dell’evento Resistenza nella costruzione dell’identità della Repubblica. Questo processo è favorito sul finire del decennio e negli anni Novanta dalla crisi di legittimazione della democrazia italiana, seguita al crollo dei regimi comunisti, alla crisi del sistema partitico, all’insorgere di posizioni separatiste in alcune regioni del nord Italia.

Si apre una nuova fase, dove da un lato si imputa al modello ciellenistico la responsabilità della crisi del sistema politico italiano, dall’altro si sostiene la marginalità della lotta partigiana e, infine, si inizia lo ‘sdoganamento’ delle memorie fasciste. Di nuovo, la memoria della Resistenza e dell’antifascismo tornano ad essere elementi forti di una identità generazionale: l’arrivo al governo degli ex fascisti ha come risposta una riappropriazione della celebrazione del 25 aprile come messaggio di protesta. Un impegno che trova una sua forte rappresentazione in ambito musicale: decine di gruppi e di cantanti della galassia rock riprendono e rielaborano le canzoni o i valori della Resistenza, riproponendoli ed attualizzandoli: esempio emblematico rimane ‘Bella ciao’ cantata dai Modena City Ramblers sul palco di piazza san Giovanni a Roma in occasione dei concerti del Primo maggio.
Da questi rapidi accenni si capisce che non ha alcun fondamento la rappresentazione della memoria della Resistenza in questi sessant’anni come ‘vulgata resistenziale’, cioè come presenza in tutti questi decenni di un sistema rigido di trasmissione di questa storia, di una egemonia politico-culturale indiscutibile. In realtà lo svolgimento di questa memoria è avvenuta in modo non lineare, compiendo percorsi accidentati, e la riprova più evidente sono le difficoltà che viviamo oggi ad affermare la centralità di questo evento nella costruzione della Repubblica italiana. Il problema è che la Resistenza non è facile da ingabbiare: se è stata fondamento della Carta costituzionale e della Repubblica, e fonte di legittimazione delle forze politiche democratiche, è stata anche componente ideologica dei movimenti di opposizione politica e sociale che hanno attraversato il nostro paese. Come ha scritto alcuni anni fa lo storico Nicola Gallerano, nel nostro paese la Resistenza è stata sia al governo sia all’opposizione.

di Luigi Benedetti

La politica, scienza e arte del governare, costantemente si confronta con la memoria. Lo fa in modi diversi e contemporaneamente presenti.

Nel modo più semplice e tradizionale, custodisce attraverso il ricordo la presenza ideale del passato, e compie un atto di testimonianza che consiste nell’affermazione della forza vitale dei valori che contraddistinguono un periodo della nostra storia comune. Senz’altro, la stagione della Resistenza è serbata e custodita nella memoria comune come una presenza ideale e viva, ricca e generatrice di forza polemica e di riflessione. Il ricordo del passato, la funzione di ritenzione, richiamo, riconoscimento che è propria della memoria, non trascolora in archeologia, ma diviene promessa del futuro.

Ma poiché la memoria è legata per sua natura al passato, sconta il rischio, che spesso diviene concreto pericolo, del congelamento delle esperienze vissute e del loro irrigidimento in icone e simboli del tutto innaturali e privati della carica di umanità che li aveva resi così affascinanti e ricchi di un’energia che voleva davvero cambiare il mondo.

E ancora, la memoria che si lega al passato viene deformata e ulteriormente scissa dalla realtà nella quale le esperienze si svilupparono, in quanto sovente ne viene fatto un uso tutto presente e subalterno ai bisogni dell’attualità. Una memoria-supermarket, al quale tutti ci serviamo mescolando prodotti e ingredienti secondo una ricetta simbolica estremamente “parziale”. Una memoria, quindi, ingannevole, che mentendo su se stessa finisce per alterare anche il presente.

Quello della memoria e del suo utilizzo è un pendolo, che da sempre comprensibilmente oscilla fra due punti: la rappresentazione del passato e la sua capacità, attraverso la rappresentazione simbolica, di generare il futuro. Il compito e la sfida per chi amministra è non lasciare che l’oscillazione del pendolo della memoria si blocchi, che la memoria si cristallizzi e perda la sua capacità peculiare, che è il dono di creare il futuro nutrendolo delle energie del passato.

La memoria e la presenza della Resistenza erano e continuano ad essere allo stesso tempo una preziosa risorsa e un severo banco di prova per chi si prende cura della “cosa pubblica”. In un luogo come Modena e la sua provincia, e di riflesso nelle sue amministrazioni locali, la memoria della Resistenza ha costituito un patrimonio collettivo e individuale col quale fare i conti, ha intrecciato destini individuali e sviluppo civile di un territorio, è parte del “genoma” della popolazione. E’ un’eredità ricca e pesante, che il tempo tende a sfumare nei suoi contorni.

La gestione di quest’eredità è stata, potremmo dire, naturale fino a quando gli uomini che avevano dato vita a quella stagione sono stati presenti nelle stesse istituzioni. Non importa se su posizioni diverse, talvolta opposte. C’era un momento fondante comune e avevamo di fronte una generazione della memoria che viveva passioni e progetti politici forti. Il lavoro del tempo e dell’età ha mutato questa prospettiva. Che l’orizzonte della Resistenza sia divenuto un paesaggio sempre più lontano ha portato a sovraesporre la “teoria” di questa memoria, la sua struttura ideologica, ponendo involontariamente in secondo piano la carica umana e individuale dei protagonisti di un’epoca. Sul palcoscenico sono rimasti valori e monumenti “ripuliti” e riedificati attraverso una rielaborazione, sono usciti di scena volti, persone, storie.

L’umanità, sconvolgente e commovente, dei protagonisti di ogni parte, viene negata, preferendo una via che crea figure astratte, tutte in bianco e nero, certo più adatte a farne pretesto e occasione di scontro politico, anziché occasione di riflessione su vere e tormentate esperienze di impegno civile e politico, in ultima analisi sul percorso che può portare un Paese frantumato da una guerra a ricostituirsi in una nazione democratica, integrando nel nuovo progetto tutti i protagonisti e i naufraghi della fase storica precedente.

Il fascino e l’intelligenza del progetto di Conti stanno nella capacità di cogliere questo nesso. Ripartire dagli uomini, raccontare le storie di chi ha scelto, di coloro che hanno vissuto e sanno trasmettere e raccontare, creare sentimenti con la forza della propria umanità. L’(apparente) paradosso è che questo progetto non nasce su basi di affinità ideologica, è giustamente privo dello sgradevole sapore della “propaganda”, ma trae forza dal racconto di vite vere e coinvolgenti, e spinge a riflettere sul contrasto che naturalmente emerge con lo smarrimento diffuso nella società e allo stesso tempo con la difficoltà che sperimenta oggi chi vuol dar vita a un progetto sociale nuovo attraverso la politica.

I volti e le narrazioni spingono a riflettere sul rapporto con la realtà odierna, e sulla capacità di ricomporre i frammenti di un discorso comune che spesso la politica sembra smarrire. Il passato porta sempre segni anticipatori del futuro. Per questo, ora più che mai, è necessario e irrinunciabile tenere il filo che ci lega a quegli anni e a quegli uomini, e allo loro passione civile e sociale.

”Eravamo tutti uguali” diviene così un’occasione preziosa per riportare la storia fra noi attraverso gli uomini. Il senso del sostegno delle istituzioni modenesi al progetto è proprio in questa aspirazione. Scuotere la società e le istituzioni che la rappresentano attraverso voci, volti, oggetti, immagini che hanno costituito il quotidiano di chi ha creato il fondamento del sistema politico e sociale in cui oggi viviamo.

di Marco Scotini

Sassuolo. Borgo Venezia. Circolo Alete Pagliani.
Neppure un indirizzo, piuttosto un semplice schema d’orientamento: una città, un quartiere, un punto di stazione certo, conoscibile, tra tutti quelli possibili. Un luogo però che non appena raggiunto si scopre occupato da molteplici fantasmi, avvolti nell’anonimato dello spazio abitato, pronti per essere evocati non dai resti di una storia perduta o per sempre passata ma da qualcosa di ancora presente e fortemente inciso tra le maglie urbane, nei nomi delle strade, nei gesti della gente.
Via Monchio, via Costrignano, via Manno, via Marzabotto, via Gabriella degli Esposti sono – nell’evidenza della toponomastica – luoghi di stragi, vittime di rastrellamenti, tratti di una storia comune dolorosa e “orgogliosa”, frammenti di un grande discorso che da oltre cinquant’ anni ci è noto come Resistenza.
Come dice Michel de Certeau, i luoghi sono “racconti in attesa” e Borgo Venezia è, forse, qualcosa di più: è anche un racconto “in azione” entro lo spazio dell’enunciazione, dove la storia (quella storia) viene continuamente scritta e riscritta dai suoi stessi protagonisti ancora superstiti. Qui dove la Resistenza non è solo memoria, ma tuttora vissuto ordinario affidato e condiviso da persone reali, concrete, con volti propri, proprie paure e valori da difendere, non c’è spazio per l’astratta rappresentazione, tantomeno per una valutazione a freddo della sua trasmissione, dell’analisi della sua gestione.

Questi corpi (le figure, i volti) che quotidianamente è possibile incontrare al circolo Alete Pagliani sono gli stessi ora ritratti da Gianmaria Conti, con T-shirt rossa e foto stampata sul petto, durante una strana parata. La scelta della posa è quella precaria e non ufficiale in cui la storia personale dell’autore incontra la Storia, la sua versione diretta, esperienziale, colloquiale. Ogni opera di Conti è infatti la messa in scena (fotografica, video, narrativa) di una “genealogia”. Non una sequenza lineare, diacronica e cumulativa della storia: piuttosto uno spazio circolare e ciclico, in cui siamo sempre ricondotti al punto di partenza. Non il grado zero delle origini, ma sempre qualcosa posto “tra” due o più eventi, cose e storie. L’evento attorno a cui è possibile – di volta in volta – rubricare è in questo caso la figura stessa dell’autore: da un lato la sua biografia privata, familiare e, allo stesso tempo, la sua dispersione. Perciò l’archivio fotografico, il catalogo o l’inventario diventano la forma più appropriata per tale operazione.
Gianmaria Conti procede, attraverso il recupero di immagini e frammenti di passato, per nuclei associativi concentrici: dalle memorie individuali, alle testimonianze familiari, ai documenti storici e sociali. Se “ Le sette settimane”(1998) presentavano la relazione affettiva originaria tra zia e autore, i sessanta volti di “Identità complesse” (2001) ne riproducevano, per dissolvenze incrociate, il nucleo parentale, fatto di padri e figli, di madri e fratelli. E non a caso l’ininterrotta sequenza circolare si apriva e si chiudeva con il ritratto stesso dell’autore: un sé “ritrovato” negli altri, nei suoi consimili ma, proprio per questo, irrimediabilmente compromesso, mai distinto e perciò sempre preso “tra” più processi di identificazione.

“Eravamo tutti uguali” non è altro allora che un tassello ulteriore di questo progetto o, meglio, l’anello, come quello di un tronco, più esterno. Il fenomeno della Resistenza vi figura più come spazio o teatro di eventi locali, personali, che come preciso momento della nostra storia civile recente: rappresenta infatti l’entroterra dell’autore, la terra modenese, i luoghi del suo paese, le sue figure. In tal senso si spiega anche il ricorso da parte di Conti alla precisa topografia urbana su cui ha articolato i tre poli espositivi del progetto.
Foto di sopravvissuti, interviste audio, documenti ufficiali sulle formazioni partigiane, voci off diffuse nello spazio tra i depositi e gli archivi, video, testimonianze manipolate, gadgets sulla rivoluzione, sono solo alcuni materiali del campionario di “Eravamo tutti uguali”, progetto in cui Gianmaria Conti cerca di mettere in scena, mixando realtà e immaginazione, una sorta di inconscio sociale e collettivo relativamente ad uno dei momenti cruciali della nostra storia recente e, tanto più, alla memoria locale del contesto sul quale si è trovato ad intervenire.

Lo sguardo di Conti è ora quello di chi pratica una sorta di archeologia urbana tra le rovine del presente, dopo la caduta dell’utopia, cercando di ricomporre non tanto il passato quanto l’uso, la strumentalizzazione, la rimozione che su quel passato sono stati operati. Dunque non uno scavo nei meandri della storia ma un’archeologia del contemporaneo.
Da sempre attento alla memoria individuale, alle testimonianze familiari e generazionali, che Gianmaria Conti attraverso il medium fotografico e i suoi noti palinsesti di immagini, cerca di recuperare, sovrapponendo volti e persone, fatti e paesaggi, con “Eravamo tutti uguali” è uno dei più complessi capitoli della nostra storia a fare la sua comparsa, a divenire oggetto di ricerca, desiderio e immaginazione. Certo, non una storia senza soggetti. Ma “memoria” non è un termine corretto per il lavoro di Gianmaria Conti o, meglio, risulta totalmente insufficiente e inadeguato. Non si tratta tanto di custodire e preservare un’identità individuale e collettiva, di recuperare all’arte il ricordo e il passato, cercando di sottrarlo alla tirannia dell’oblio e del tempo. Anzi attraverso la messa in scena “del tempo perduto” è il concetto stesso di individualità ad entrare in crisi, ad essere radicalmente sabotato. Come in molti artisti della più giovane generazione che fanno ricorso al documentario, alla catalogazione, alla fotografia, anche qui i frammenti della storia – sempre ostinatamente inventariati quanto alterati, manipolati, immaginati – sono lo strumento più efficace per la sua stessa decostruzione. La genealogia, per quanto arbitraria o personale, diventa allora l’unico modo per non mettere “fuori campo” la storia dal presente, le contraddizioni del passato.

di Francesco Genitoni

Sassuolo – sia detto senza retorica e campanilismi – potrebbe vantare una qualche primogenitura all’interno della storia della resistenza modenese. I soldati presenti all’interno del Palazzo Ducale al comando del generale Ugo Ferrero vanno annoverati tra i pochi esempi, in tutta Italia, di resistenza, da parte di militari, all’invasione tedesca, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre ‘43. Opposizione breve – a causa degli impari rapporti di forza e di armamento – ma significativa. Fu pagata con la vita del soldato Ermes Malavasi e del generale Ferrero che, deportato in un campo di prigionia in Polonia, venne ucciso da una SS nel corso di una marcia di trasferimento nel gennaio 1945.
I Sassolesi furono poi tra i primissimi – il 7 novembre 1943 – a salire in montagna. Nei primi tempi, in movimento tra paesi e vallate dell’Appennino reggiano e modenese, non mancarono i problemi di sopravvivenza e organizzazione, e nemmeno gli episodi tragici, come l’uccisione del tenente Stanzione e del primo comandante Giovanni Rossi. Il gruppo dei Sassolesi si rese protagonista di colpi ed azioni che coagularono intorno a loro giovani della montagna e della pianura, alimentando quella prima ondata resistenziale che troverà, nella proclamazione della “Repubblica di Montefiorino” del giugno ’44, un solenne coronamento.
Sassuolo potè essere protagonista di tutto questo per la sua posizione geografica nel pedemonte, ma anche per la presenza di quelli che sono stati definiti “gli uomini giusti”. Tra questi sicuramente Ottavio Tassi, lo “Zero Zero” appassionato animatore e guida della resistenza sassolese, Stefano Mussini, il tenente salernitano Ugo Stanzione, Giovanni Rossi, Giuseppe e Norma Barbolini, Cesare Gibellini “Girardengo”, Antonio Braglia, Gaudenzio Tagliati…
Buona parte di questi uomini abitavano o erano legati al quartiere operaio di Borgo Venezia. Qui si erano tenute riunioni, da qui partirono le prime spedizioni per strappare o imbrattare manifesti di minaccia e di guerra, per radunare armi, per raccogliere qualche finanziamento….
Non a caso il Circolo di Borgo Venezia è dedicato ad Alete Pagliani, uno dei ragazzi trucidati a Manno nell’ottobre del ’44, che qui era nato. E non a caso le strade nel cuore del quartiere sono intitolate a persone e luoghi della resistenza: Via don Pigozzi, Degli Esposti, don Minzoni, Rosselli, Staffette Partigiane… Via Montefiorino, Manno, Monchio, Santa Giulia, Costrignano… Nomi fondamentali nella mappa della resistenza modenese. Nomi che hanno segnato il destino del quartiere. Borgo Venezia infatti è rimasto più di altre aree urbane uguale a se stesso, come impigliato nella sua storia, e nella sua localizzazione. Sotto il terrapieno della ferrovia Sassuolo-Reggio Emilia. Chiuso tra il vecchio ponte, il letto paurosamente scavato e l’argine franante del fiume Secchia; tra il famoso frantoio ridotto a fantasma di se stesso; tra la scuola professionale dismessa, i capannoni e i muri della grande fabbrica; tra circonvallazioni e pedemontane sempre tumultuosamente trafficate…
Borgo Venezia non ha goduto di attenzioni particolari. Lo sviluppo urbanistico ed estetico sembrano avere privilegiato altre aree o quartieri. Sono invecchiate anche le strade che portano nomi che a molti, immigrati da altri paesi e altre storie, non ricordano persone e fatti conosciuti.
Ma nelle vene più intime del quartiere scorrono ancora ricordi netti. E la stessa volontà di continuare a capire, di ricordare, di precisare, di ribattere, perché quella storia, quei fatti, il sacrificio delle persone siano ancora utili oggi.
Con la provocatorietà e la libertà dell’artista, con le licenze concessegli dalla giovane età, Gianmaria Conti si infila sulla scena della Resistenza. Rimescola tutte le carte, di ieri e di oggi, senza curarsi delle vecchie regole, gioca con i nostri documenti e i ricordi, con la storia e le facce dei protagonisti non ricordati abbastanza o dimenticati.
Come ha scritto Marco Scotini, “Gianmaria Conti pratica una sorta di archeologia urbana tra le rovine del presente, dopo la caduta dell’utopia, cercando di ricomporre non tanto il passato quanto l’uso, la strumentalizzazione, la rimozione che su quel passato sono stati operati. Dunque non uno scavo nei meandri della storia ma un’archeologia del contemporaneo…”.
Dobbiamo essergli grati, a Gianmaria Conti. Ci ricorda che c’è ancora molto da dire, da capire, da scrivere e riscrivere su quei fatti e quegli uomini che hanno fatto qualcosa per noi, per affermare l’idea che eravamo, siamo, o potremmo/dovremmo essere ancora, tutti uguali.
Questa operazione tra storia e arte non vuole certo essere un punto d’arrivo. Ma uno spunto – usando una terminologia sportiva di moda – per una ripartenza, verso nuovi approcci, riletture più serene e rigorose. Per capire sempre meglio come sono andati davvero quei fatti. Perché la memoria non ci separi.

Authors

nato a Sassuolo (MO) nel 1970, è artista e fotografo professionista. E’ cresciuto a Firenze dove ha studiato alla Facoltà di Architettura; vive e lavora a Milano.
Ha all’attivo numerose mostre personali e collettive in Italia ed all’estero tra cui le principali:
Eravamo Tutti Uguali, (2003) Istituto Storico della Resistenza, Modena; Circolo ARCI A. Pagliani, Sassuolo (MO); Galleria Civica di Modena. A cura di Marco Scotini. Identita’ complesse, (2001) Galleria Area, Brescia. A cura di Salvatore Lacagnina. Io la contestazione la vedo così, (2001) Palazzo delle Papesse, Siena. A cura di Sergio Risaliti. Invasione italiana (2001), Montevergini Galleria Civica Arte Contemporanea, Siracusa. A cura di Salvatore Lacagnina. Carnival (identita’ complesse) (2001), Interno&DumDum, Bologna. A cura di Daniele Astrologo. Barzaghi / Conti (2001), Centro San Fedele, Milano. A cura di Gabi Scardi. E-mona, ( 2000) Nextmuseum, Detroit (USA). Periscopio, (2000) Cascina Grande, Rozzano (Milano). A cura di Paolo Campiglio, Angela Madesani e Francesco Tedeschi. Art tribune + Frere, (2000) Chelsea Inn, New York City (USA). A cura di Michèle Boss, Thierry Alet, Raul Zamudio. Autori-tratti-italiani, (1999) Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia. A cura di Antonio Arevalo e Aurora Fonda.
Ad Aprile 2002 ha prodotto un reportage video-fotografico dall’Iraq per i Musei Civici Archeologici di Trento e Rovereto.
Sempre nello stesso anno ha vinto il primo premio della Biennale Giovani Artisti Modenesi.
Le sue opere si trovano in importanti collezioni pubbliche e private.

nato a Bologna nel 1961, laureato in scienze Politiche, è sociologo del lavoro e ricercatore. Attualmente è Direttore del Dipartimento di Presidenza della Provincia di Modena e responsabile del Servizio Cultura, Informazione e Comunicazione.

Nato nel 1951 a Cola (Comune di Vetto, Reggio Emilia) vive a Sassuolo (MO) dal 1961, si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano, con una tesi sulla Resistenza nella valle del Secchia che poi é diventata il volume “Soldati per conto nostro”, edito da Vangelista, Milano, 1989.
Collaboratore de “La Nuova Gazzetta di Modena”, è giornalista pubblicista dal 1986 e ha lavorato in qualità di addetto stampa presso il Comune di Sassuolo fino al 1992.
Successivamente ha fatto parte dello Studio di Comunicazione e Casa editrice BV&, che ha pubblicato diversi volumi di argomenti e cultura locali.
Da anni collabora, in qualità di giornalista free lance, con associazioni, enti pubblici e aziende private nella redazione di articoli, servizi e riviste.
Dal 1989 è stato direttore responsabile e redattore della rivista/rassegna di poesia contemporanea “Gli immediati dintorni”, pubblicata a Modena, e dal 1995 della rivista di poesia e prosa “Frontiera”, pubblicata a Bologna.
Dal dicembre 2000 è stato chiamato a ricoprire la carica di assessore alla Cultura del Comune di Sassuolo.
Molte le pubblicazioni all’attivo tra le quali ricordiamo:
“Soldati per conto nostro”, (Vangelista 1989), “Ruscello Bello si innamora”, (Einaudi 1995, racconto per ragazzi delle elementari), “Animali circolari” all’interno della collana dei Quaderni del Masaorita (Bologna, 1997), “Carte della Delizia”, casa editrice Diabasis Reggio Emilia, 2002. Sue poesie e racconti sono stati pubblicati nelle antologie “Poeti dell’Emilia Romagna”, Forlì 1983; “I poeti vettesi”, Reggio Emilia 1988; “Poker di scrittori di provincia”, Reggio Emilia 1998; “Rassegna di scrittori modenesi” (per i vincitori del premio “Paesi e città”), Modena 1999; sulle riviste “Tam Tam”, “Il belpaese”, “Gli immediati dintorni”, “Frontiera”, “Origini”.

E’ direttore dell’Istituto storico di Modena e del Museo della Repubblica partigiana di Montefiorino. Autore di numerosi studi sulla storia del movimento operaio e del sindacato,dell’anarchismo e della Resistenza, tra le sue principali opere si possono ricordare:
Rivoluzio Gilioli, un anarchico nella lotta antifascista (1903-1937) (Modena 1984); Cento anni di lavoro. Immagini per la storia del movimento operaio a Modena (1860-1960), (Milano 1991); (con Angela Remaggi e Carlo Federico Teodoro) Le montagne della libertà. Immagini per la storia della Repubblica partigiana di Montefiorino (Modena 1994); Una provincia partigiana. Guerra e Resistenza a Modena 1940-1945 (Milano1998); (con Amedeo Osti Guerrazzi), Storia del sindacato a Modena 1880-1980 (Roma 2002); (con Paola Varesi), Il Museo Cervi tra storia ememoria (Reggio Emilia 2002).

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